di Gianni Lattanzio
Nel concludere il suo viaggio in Spagna approdando alle Canarie, il Papa ha scelto non una periferia qualsiasi, ma il punto in cui oggi l’Europa è messa più radicalmente sotto processo: quella frontiera oceanica dove il Mediterraneo e l’Atlantico sembrano prolungarsi l’uno nell’altro per diventare un unico, immenso cimitero senza lapidi. Non è una semplice scelta di calendario o di protocollo. È un gesto che colloca il baricentro del suo magistero non nei palazzi delle istituzioni, ma su una soglia estrema, dove la promessa europea di dignità, diritti e multilateralismo viene misurata contro la realtà di barconi rovesciati, corpi senza nome, dossier amministrativi che trasformano volti in fascicoli.
Che questa tappa cada proprio nei giorni in cui entra in vigore il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo conferisce al gesto una densità ulteriore. È come se il Pontefice avesse voluto sovrapporre alla cartografia giuridica dell’Unione la geografia concreta delle rotte: Mauritania‑Canarie, mille chilometri di Atlantico; Senegal‑Canarie, oltre millecinquecento, in mezzo a correnti violente e su scafi improvvisati. Negli ultimi anni decine di migliaia di persone hanno affidato a questa rotta la propria speranza: 64.000 arrivi in Spagna nel 2024, di cui 47.000 alle sole Canarie; circa 3.000 nei primi cinque mesi del 2026, a fronte di una stima di oltre 1.300 morti tra il 2024 e il 2025. La diminuzione numerica non coincide con una diminuzione del rischio: semplicemente, una parte più grande della sofferenza rimane invisibile, inghiottita dal mare, dalle sabbie dei deserti di transito, da frontiere spostate sempre più lontano dallo sguardo europeo.
Nel campo di accoglienza di Las Raíces, ex base militare trasformata in centro per le “prime arrivate”, il Papa entra in un luogo che concentra simbolicamente il rovesciamento della nostra grammatica politica. Le baracche, le tende, le file per il cibo e per i documenti raccontano una storia diversa da quella delle aule parlamentari: qui le categorie astratte – “migrante irregolare”, “richiedente asilo”, “rimpatriabile” – si incarnano nel giovane gambiano che ha passato sette giorni in mare per inseguire il sogno di giocare a calcio; nel ragazzo marocchino che al secondo tentativo di traversata vede morire venti compagni; nella donna latinoamericana che, dopo aver perso la casa, sperimenta la nudità assoluta di non avere né un letto né un piatto. È a loro che il Papa rivolge quella frase destinata a restare: «Tutti, in qualche modo, siamo migranti». Non è un espediente sentimentale. È un atto di decostruzione: la nostra pretesa di stabilità, di identità compiuta e “difendibile” viene messa in crisi dalla consapevolezza che l’uomo è, per sua natura, un essere in esodo, un pellegrino che non possiede definitivamente né la terra né la storia.
Da questa antropologia pellegrina scaturisce un’etica che rifiuta tanto la retorica buonista quanto il cinismo difensivo. Da un lato, il Papa mette in guardia da una “accoglienza” che si esaurisce in gesti emergenziali, senza strutture di integrazione, destinata a produrre nuovi ghetti, nuove marginalità, nuovi risentimenti. Dall’altro, smonta l’idea che la sicurezza possa essere costruita trasformando le frontiere in zone di sospensione del diritto, dove tutto è lecito purché il problema resti lontano. La sua proposta è infinitamente più esigente: l’integrazione come cammino reciproco, in cui chi arriva e chi accoglie si trasformano insieme. Le comunità devono offrire lingua, lavoro, protezione giuridica, reti di relazione; i migranti sono chiamati a imparare la lingua del Paese che li ospita, a rispettarne le leggi, a conoscerne le usanze, a partecipare alla vita comune, portando in dono la propria storia, le proprie competenze, la propria fede. Non c’è spazio né per l’assimilazione che cancella le differenze, né per la proliferazione di mondi paralleli che si ignorano o si temono: l’obiettivo è un “noi più grande”, capace di allargarsi senza dissolversi.
Il punto di massima torsione morale del discorso papale è il riferimento ai “cimiteri del Mediterraneo e dell’Atlantico”. In quelle parole riecheggia Lampedusa, con il suo molo Favaloro, le barche bruciate dal carburante, i corpi avvolti nei sacchi bianchi, ma anche la rotta atlantica delle Canarie, con i suoi scafi carbonizzati spiaggiati sulle coste, le bare allineate nei capannoni, i nomi mai registrati. Il mare, nella tradizione cristiana, è insieme luogo di vita e abisso di caos. Oggi esso è diventato lo specchio della nostra civiltà: da un lato, sofisticati sistemi di sorveglianza, accordi bilaterali, missioni di pattugliamento, partenariati con Paesi terzi incaricati di bloccare le partenze; dall’altro, la scelta implicita di considerare una certa quota di morte come “costo collaterale” della gestione dei confini. Ogni corpo restituito dalle onde, ogni naufragio rimasto senza soccorso, è un atto d’accusa contro un continente che ha inscritto la dignità umana nelle sue carte fondamentali, ma accetta che qualcosa di essenziale si sospenda appena oltre la linea delle acque territoriali.
È proprio qui che entra in gioco il tema, decisivo, della giustizia climatica. Le persone che affrontano il Mediterraneo o l’Atlantico non fuggono solo da guerre e dittature, ma sempre più spesso da dinamiche che hanno al centro la crisi ecologica. Il bacino mediterraneo si riscalda più della media globale: siccità persistenti, stress idrico, salinizzazione dei suoli, crisi della pesca stanno erodendo i presupposti stessi della vita in vaste regioni del Nord Africa e del Medio Oriente. Nel Sahel, la combinazione di piogge irregolari, desertificazione, degrado dei pascoli e crescita demografica ha trasformato la mobilità, da fenomeno stagionale incardinato in cicli di pastorale e agricoltura, in necessità permanente. Intorno a laghi che si restringono, a campagne che non producono più, a città che non riescono ad assorbire l’esodo rurale, si moltiplicano conflitti per le risorse, forme di violenza e insicurezza che a loro volta generano sfollamenti interni e regionali. Solo una minoranza di queste persone tenterà il salto verso l’Europa; ma quella minoranza è il segmento più esposto, più vulnerabile, e più visibile mediaticamente delle mobilità climatiche.
Se si amplia l’inquadratura, il Mediterraneo e l’Atlantico canario appaiono come l’ultimo tratto di una lunga catena. All’origine ci sono comunità agricole e costiere che perdono l’acqua, il suolo fertile, le risorse ittiche; c’è la distruzione lenta dei presupposti materiali della stanzialità. In mezzo, ci sono migrazioni interne, transiti nel Sahel, insediamenti informali nelle periferie urbane di Dakar, Nouakchott, Tripoli, Tunisi. Alla fine, ci sono le partenze notturne, le rotte affidate a GPS di fortuna e a trafficanti che hanno trasformato la disperazione in un business transnazionale. È qui che la nozione di giustizia climatica diventa inevitabile: chi ha contribuito meno all’accumulo di gas serra paga il prezzo più alto in termini di perdita di mezzi di sostentamento, insicurezza alimentare, migrazione forzata; chi ha beneficiato per decenni di un modello di sviluppo ad alta intensità energetica dispone oggi di infrastrutture, capitale e potere per proteggere i propri territori, ma spesso preferisce investire in barriere e esternalizzazione dei controlli piuttosto che in adattamento condiviso.
In questo scenario, la frase papale sul “diritto a non emigrare” assume una valenza politica precisa. Non si tratta di un invito implicito a “restare a casa propria” a qualunque costo, come certa retorica sovranista vorrebbe piegarla. Al contrario, è il richiamo a un ordine internazionale in cui nessuno sia costretto a lasciare la propria terra per sopravvivere. Perché questo diritto sia qualcosa di più di un’affermazione di principio, servono politiche che affrontino le cause strutturali della migrazione forzata: sostegno a sistemi idrici resilienti, cooperazione agro‑ecologica, rafforzamento delle economie locali, protezione sociale, riforma di relazioni commerciali che oggi spesso schiacciano i produttori del Sud su posizioni subordinate. La giustizia climatica, in altri termini, chiede all’Europa di spostare il baricentro: dalla gestione emergenziale di chi è già in mare alla corresponsabilità per ciò che accade ben prima che qualcuno veda l’orizzonte delle nostre coste.
Le parole del Papa alle Canarie, così lette, non riguardano soltanto il “come” accogliere, ma il “come” governare la transizione ecologica. Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo è una prova cruciale in questo senso. Se diventerà principalmente una macchina più efficiente di selezione e respingimento – procedure accelerate alle frontiere, estensione degli screening, accordi con Paesi terzi perché fungano da “zone cuscinetto” – l’Unione potrà forse vantare numeri più bassi agli sbarchi, ma al prezzo di spostare la sofferenza altrove, fuori campo, e di alimentare le stesse rotte della morte che dice di voler spezzare. Se invece riuscirà a integrare nel suo impianto strumenti reali di solidarietà interna, corridoi umanitari, canali legali di ingresso per lavoro e studio, e soprattutto una politica esterna coerente con gli obiettivi climatici e di sviluppo, allora Mediterraneo e Atlantico potranno lentamente smettere di essere luoghi di espulsione e selezione di vite e tornare a essere spazi di scambio ordinato.
La denuncia delle mafie dei “viaggi della morte” si colloca precisamente su questo crinale. Quando il Papa, in piazza del Cristo de La Laguna, si rivolge direttamente ai trafficanti – “Fermatevi. Convertitevi. Per ogni vita perduta, ogni famiglia ingannata, ogni corpo sottomesso, ogni donna minacciata, ogni lavoratore sfruttato, dovrete comparire davanti alla giustizia divina” – non parla solo a individui criminali. Parla a un sistema che prospera sui vuoti di governance, sulle contraddizioni delle politiche pubbliche, sullo scarto tra il discorso dei diritti e la pratica della chiusura. L’anatema non è disgiunto dall’appello agli Stati: combattere le mafie del mare significa aprire vie legali, garantire soccorso, costruire alternative credibili alla clandestinità strutturale. Altrimenti, ogni irrigidimento dei confini sarà per i trafficanti una nuova opportunità di profitto.
Un altro tratto significativo del discorso papale è la lettura delle paure locali. Le Canarie, come Lampedusa, vivono un paradosso: terre storicamente di emigrazione, oggi diventate “sentinelle” di un’Europa che chiede loro di filtrare e assorbire pressioni globali che non ha saputo o voluto governare a monte. Molti canari lo dicono senza giri di parole: “Qui non ci sta più nessuno, siamo saturi”. Il Papa non liquida queste parole come puro egoismo. È consapevole che il risentimento è il prodotto di una sensazione di abbandono: comunità periferiche chiamate a farsi carico di dinamiche globali senza adeguato sostegno. Proprio per questo insiste sulla necessità che l’accoglienza non resti confinata alle isole di frontiera, ma diventi responsabilità diffusa, distribuita tra regioni e Stati, con meccanismi europei vincolanti di ricollocazione, sostegno finanziario e accompagnamento.
Infine, c’è un messaggio alla Chiesa, che tocca una dimensione interna ma con ricadute pubbliche. Il Papa mette in guardia da un cattolicesimo “assistenzialista”, che si accontenta di distribuire qualche pasto caldo e qualche coperta senza mettere in discussione le strutture che producono esclusione, e senza offrire alle persone una vera appartenenza comunitaria. “L’accoglienza apre la porta, l’integrazione aiuta a varcare la soglia”, ripete. Chi arriva nelle nostre parrocchie ha bisogno di pane, di un tetto, di lingua, di lavoro e di protezione, ma anche di una comunità capace di proporre, con rispetto, un senso, un annuncio, una speranza. Una Chiesa che accoglie deve anche lasciarsi evangelizzare dai poveri, riconoscendo la sapienza che abita nelle loro ferite: è un rovesciamento che ha implicazioni culturali profonde, perché spezza la divisione tra chi “dona” e chi “riceve” e disegna una fraternità più simmetrica.
Alla fine, sull’isola atlantica come sul molo mediterraneo, la questione è sempre la stessa: che civiltà vogliamo essere? Una civiltà che considera i morti in mare una fatalità del nostro tempo, magari deplorandoli a parole ma incorporandoli nella normalità, o una civiltà che si lascia ancora inquietare al punto da riorientare le proprie politiche, le proprie economie, le proprie relazioni internazionali? La giustizia climatica, la dignità dei migranti, il rispetto delle leggi, l’integrazione come responsabilità reciproca, il rifiuto dei “cimiteri del mare” non sono capitoli separati: compongono un’unica domanda rivolta all’Europa. Il Papa, scegliendo le Canarie come punto di approdo, ha semplicemente portato questa domanda lì dove non è più possibile distogliere lo sguardo: sulla linea sottile in cui la terra finisce e comincia il mare, e dove ogni barca che arriva – o che non arriva – ci interroga su che cosa intendiamo oggi per umanità.
