di Ranieri de Ferrante
La possibile candidatura di Gadi Eisenkot a Primo Ministro di Israele in opposizione a Netanyahu è importante non solo perché potrebbe diventare il primo premier sefardita della storia del Paese, ma perché ripropone una cultura politica già incarnata da leader diversissimi come Ariel Sharon e Yitzhak Rabin. Agli estremi dello spettro politico, ma accomunati dall’esperienza al vertice delle IDF e da un metodo: quando la sopravvivenza è in gioco, la realtà impone la logica. Le IDF hanno spesso difeso i confini di Israele. Oggi la loro cultura potrebbe contribuire a salvarne anche l’anima.
La stampa riporta che Gadi Eisenkot potrebbe essere candidato al ruolo di Primo Ministro di Israele, in alternativa a Bennett come anti Nethanyahu. Se venisse eletto sarebbe il primo premier non askenazita nella storia del Paese. Per la società israeliana sarebbe un evento paragonabile all’elezione di Barack Obama, primo Presidente afroamericano degli Stati Uniti, di Rishi Sunak, primo Premier britannico di origine indiana, oppure di Margaret Thatcher e Giorgia Meloni, prime donne a guidare il governo nel Regno Unito e in Italia.
Ma ciò che si è come origine e come genere non coincide necessariamente con ciò che si pensa. L’identità personale non è, di per sé, un programma politico. E non è un caso che, dei quattro leader. Le cui elezioni sono esempi di apertura verso le “minoranze” che ho citato, solo 1 fosse di sinistra. Un misero 25%.
Una cosa in cui Eisenkot invece non è il primo è il provenire da una carriera militare ed aver guidato le IDF (le Forze Armate Israeliane). Anche questo però non dice, di per sé, quale politica seguirà. Prima di lui lo erano stati Yitzhak Rabin e Ariel Sharon, difficili da collocare nello stesso spazio politico. Anzi, opposti: colomba l’uno, falco l’altro. Eppure entrambi, arrivati al governo, compirono la scelta che meno ci si aspetterebbe da chi ha sparso il sangue per conquistare dei territori: Rabin avviò il principio del “land for peace”; Sharon smantellò gli insediamenti israeliani nella Striscia di Gaza. Uno era “di sinistra”, l’altro “di destra”. Il metodo, però, è sorprendentemente simile: quando la realtà strategica cambia, anche la politica deve essere pronta a cambiare.
Qualche settimana fa avevo scritto – su questo sito – un articolo sullo sviluppo della storia di Israele, partendo da un gioco con i numeri. La conclusione, in buona sostanza, era che leggendo l’olocausto come la tesi (la vittima inerme), la guerra dei 6 giorni come l’antitesi (il debole diventa forte), e i fatti attuali come la sintesi (il forte, guidato da paura, se la prende a sua volta con i deboli), il futuro di Israele, della sua società e della sua anima era buio.
Finora la previsione più semplice, infatti, sembra essere una radicalizzazione ulteriore della società israeliana. È un’ipotesi plausibile, In fondo è esattamente ciò che abbiamo visto accadere negli ultimi venti anni. Ma fortunatamente non è l’unica: Eisenkot potrebbe essere il punto di coagulo di una maggioranza capace di chiudere il lungo ciclo politico costruito attorno a Netanyahu e alla dipendenza dai partiti ultraortodossi, riportando al centro un’idea diversa di Stato.
L’Israele delle origini era attraversato da differenze profondissime. C’erano kibbutz socialisti e religiosi, laici e osservanti, liberali e revisionisti, askenaziti (tanti) e sefarditi (pochi). Litigavano su quasi tutto. Ma esisteva un progetto comune: costruire e difendere lo Stato. Le appartenenze erano importanti. Israele lo era di più.
Con il passare dei decenni questo equilibrio si è progressivamente modificato. Le identità hanno acquisito un peso crescente. Religiose, etniche, territoriali, ideologiche. La politica è diventata sempre più la ricerca di un equilibrio fra gruppi, ciascuno portatore delle proprie priorità. L’alleanza di sangue costruita da Netanyahu con i partiti ultraortodossi rappresenta l’espressione più evidente di questa stagione.
Il futuro, però, potrebbe prendere una strada diversa. Non perché gli israeliani siano improvvisamente diventati più moderati o meno rissosi. Non è lo spirito ebraico, e sarebbe un’interpretazione ingenua. Ma perché, quando è in gioco la sopravvivenza di uno Stato, la realtà torna a imporsi sulle identità. E la Logica prevale sull’ideologia. Anche la paura viene guardata ed affrontata con occhi diversi, magari più pietosi, anche se non meno duri.
Eisenkot potrebbe essere la persona giusta al momento giusto, perchè porta qualcosa di diverso, qualcosa – e qui contraddico, consciamente, la mia affermazione iniziale – che non è legata solo a quello che pensa, ma a quello che è, per nascita e per formazione.
Il fatto che sia sefardita è potenzialmente importante: potrebbe contribuire a sanare una ferita aperta nella societàisraeliana. Il fatto che venga dall’IDF potrebbe essere ancora più vitale, perché porta con sé un metodo.
Ho infatti sempre pensato che il vero cuore delle organizzazioni militari non sia la disciplina, come spesso in modo semplicistico ed a volte strumentale le si presenta, né la violenza. Penso che la caratteristica chiave sia piuttosto la logica, di cui la disciplina è una componente necessaria per funzionare, e la violenza uno strumento da usare con economia. Eisenkot, che ha perso un figlio in guerra lo sa, e lo sa il Generale Zamir, attuale capo dell’IDF, che hasconsigliato alcune delle azioni compiute a Gaza, perché il prezzo da pagare, in sangue palestinese ed israeliano era eccessivo. Poi, però, avuti i suoi ordini li ha eseguiti.
La battuta dice che Military Intelligence è un ossimoro, ma – al contrario – sono logica e meritocrazia a governare il mondo militare: chi è abituato a prendere decisioni mentre sparano addosso a lui e, soprattutto, ai suoi uomini impara che errori e cattive scelte non si pagano con un brutto titolo di giornale o con una sconfitta elettorale. Si pagano con vite umane. La sopravvivenza impone e richiede la logica. Non si può sempre arrivare alla decisione giusta, ma si deveconfrontarsi continuamente con la realtà.
Forse è questo lo spirito che accomuna figure diverse come Rabin e Sharon. Politicamente erano lontanissimi. Ma entrambi furono capaci, quando ritennero che la realtà strategica lo imponesse, di compiere scelte drastiche. Non seguivano la stessa ideologia. Seguivano lo stesso metodo. E le scelte furono molto simili.
Se questo ragionamento è corretto, allora la candidatura di Eisenkot assume un significato che va oltre la persona e potrebbe essere alla base del ritorno di Israele a radici più sane, dando vita ad una terza anima.
Come ho detto precedentemente, la prima fu quella sionista, nata da un pot-purri di gruppuscoli faziosi e litigiosi fra di loro, ma legati da uno spirito, impersonato da Ben Gurion, ed un sogno: costruire lo Stato.
La seconda è stata quella delle identità. Religiose, etniche, politiche. Una stagione nella quale il progetto nazionale è stato progressivamente sostituito dalla ricerca di equilibri fra gruppi e appartenenze. L’era non degli statisti, ma dei professionisti del consenso, che invece di saldare imparano a governare le fratture.
La terza, se davvero nascerà, potrebbe essere quella della logica come condizione di sopravvivenza. Non la logica dei filosofi. La logica di chi sa che, quando la realtà presenta il conto, si deve andare oltre l’ideologia. Lo spirito dell’IDF.
Ho giocato, nell’altro articolo che ho citato, con la numerologia. Li ho usati per farmi domande. A volte, però, sono i numeri, e solo i numeri, a fare la storia: quelli elettorali, quelli che ci diranno se il prossimo Primo Ministro di Israele si chiamerà Eisenkot, Bennett o in un altro modo.
E se Israele riuscirà a ritrovare sé stesso.
