di Aicha Bouazza

Negli ultimi giorni di luglio l’enclave spagnola di Ceuta, sulla costa settentrionale del Marocco, è tornata al centro di una delle crisi migratorie più gravi degli ultimi anni in Europa. Migliaia di persone secondo alcune stime anche decine di migliaia in poche ore hanno attraversato il confine a nuoto, con materassini gonfiabili o scavalcando le barriere di frontiera dalla vicina città marocchina di Fnideq. Il bilancio delle vittime, secondo le fonti disponibili, è salito a diverse decine di morti nel tentativo di raggiungere la costa spagnola. Le strutture di accoglienza, pensate per una città autonoma di circa 85.000 abitanti, sono andate rapidamente in sovraccarico, con un tasso di affollamento dei centri per minori non accompagnati che ha superato di molte volte la capienza disponibile.

È una scena già vista: nel maggio 2021 Ceuta visse un episodio simile, quando circa 10.000 persone attraversarono il confine in appena due giorni, in un contesto di forte tensione diplomatica tra Rabat e Madrid. Che si ripresenti oggi, cinque anni dopo, dice qualcosa di importante: non si tratta di un evento isolato o imprevedibile, ma di una dinamica strutturale che coinvolge frontiere, diritto, reti criminali e rapporti tra Stati.

Le autorità spagnole attribuiscono a cosa ha innescato l’ultima ondata, l’impennata degli attraversamenti soprattutto alle reti di trafficanti di esseri umani, che avrebbero sfruttato una recente sentenza della Corte Suprema spagnola. 

La pronuncia della sentenza ha limitato la possibilità di respingimenti immediati nei confronti di chi raggiunge Ceuta a nuoto, annullando una norma che in precedenza attenuava l’obbligo di assistenza immediata ai minori stranieri non accompagnati individuati sul territorio. Secondo il ministero dell’Interno spagnolo, i trafficanti avrebbero usato questa apertura giuridica come argomento di richiamo, spingendo in particolare giovani e minori a tentare la traversata.

Il governo del Regno del Marocco, dal canto suo, ha attribuito l’ondata all’azione di organizzazioni criminali dedite al traffico di persone, ribadendo che la cooperazione con la Spagna in materia migratoria resta, nelle sue stesse parole, “esemplare”. Le forze di sicurezza marocchine, secondo fonti della Guardia Civil spagnola, avrebbero effettivamente collaborato nel fermare i tentativi di attraversamento dal lato marocchino della frontiera, sventandone migliaia negli ultimi giorni.

 È vero, ed è un dato spesso sottovalutato nel dibattito pubblico italiano, che tra il Regno del Marocco e Spagna esiste una cooperazione reale, non solo slogan e hanno costruito negli anni un sistema di cooperazione bilaterale sulla migrazione minorile piuttosto strutturato.

Già nel 2007 i due Paesi avevano firmato un accordo per la prevenzione della migrazione irregolare dei minori non accompagnati, la loro protezione e il rimpatrio concordato, con procedure che prevedono l’identificazione del minore, la localizzazione dei genitori e la supervisione dell’autorità giudiziaria. Anche nelle ultime ore, fonti diplomatiche riferiscono che i due governi hanno raggiunto una nuova intesa per il rimpatrio di chi è entrato irregolarmente a Ceuta in questi giorni, minori compresi e che sono già ritornati indietro un numero importanti.

Va detto con altrettanta chiarezza, però, che questa cooperazione non è mai stata semplice né priva di attriti. Le legislazioni della maggior parte dei Paesi europei — Spagna e Francia comprese — subordinano l’espulsione di un minore straniero a garanzie procedurali stringenti: una decisione giudiziaria, l’identificazione della famiglia d’origine, la verifica che il rimpatrio sia nell’interesse del minore.

Non è quindi corretto descrivere i rifiuti opposti in passato da Madrid o Parigi a richieste marocchine di rimpatrio come un capriccio politico: sono vincoli fissati da convenzioni internazionali sui diritti dell’infanzia, che nessuno dei due Paesi europei può derogare unilateralmente, indipendentemente da chi governa.

Tra le persone arrivate a Ceuta in questi giorni ci sono, secondo le stime delle autorità locali, migliaia di minori, molti dei quali non accompagnati. È una realtà che merita di essere raccontata con cura, non con scorciatoie.

Ridurre la scelta di un adolescente di attraversare a nuoto un tratto di mare, rischiando la vita, a un rifiuto di “studiare o lavorare” significa ignorare tutto ciò che la letteratura su questo fenomeno documenta da anni: povertà, mancanza di prospettive economiche in alcune aree del Marocco, pressione delle reti di trafficanti che promettono un futuro migliore, e in alcuni casi dinamiche familiari fragili. Quest’ultimo fattore — il ruolo delle famiglie — esiste ed è reale, ma è uno solo dei tasselli di un fenomeno molto più complesso, e trattarlo come causa principale rischia di scaricare su famiglie già in difficoltà una responsabilità che è anche politica, economica e criminale.

Va anche detto che il Regno Marocco degli ultimi anni ha attratto investimenti industriali internazionali importanti — nell’automotive, nell’aeronautica, nelle energie rinnovabili — e questo ha effettivamente creato occupazione in alcune regioni del Paese.

Ma questo sviluppo non è uniforme: resta concentrato in poche aree (Tangeri, Casablanca, Kenitra) e non ha ancora colmato il divario con le zone rurali e con l’economia informale da cui provengono molti dei giovani migranti. Presentare lo sviluppo industriale marocchino come una prova che “non ci sono ragioni economiche” per emigrare è una semplificazione che i dati sul mercato del lavoro marocchino non confermano del tutto.

C’è un elemento che attraversa da anni il racconto della migrazione giovanile marocchina, ed è la percezione — spesso alimentata dai social network e dalle narrazioni delle reti di trafficanti — che l’Europa sia un luogo dove il successo arriva quasi automaticamente, mentre in Marocco le porte resterebbero chiuse a prescindere dall’impegno personale. È un’immagine distorta, e i fatti la smentiscono. Il Regno del Marocco di oggi ha ministri, parlamentari, giudici, avvocati, professori universitari e ingegneri che sono passati attraverso lo stesso sistema scolastico e concorsuale a disposizione di qualunque altro giovane marocchino, e che hanno costruito la propria carriera restando nel Paese, spesso partendo da condizioni economiche modeste. Il concorso pubblico, l’università, l’apprendistato in azienda restano percorsi aperti, competitivi ma percorribili: non garantiscono nulla di automatico, in Marocco come altrove, ma nemmeno lo garantisce l’attraversamento del Mediterraneo.

Questo non significa negare le difficoltà reali che molte famiglie marocchine affrontano, né trasformare ogni ragazzo che tenta la traversata in un pigro che non vuole impegnarsi: sarebbe una lettura tanto sbrigativa quanto quella opposta. Significa piuttosto riconoscere che il vero motore dell’ultima ondata non è la mancanza di opportunità in sé, ma le reti criminali di trafficanti che vendono a ragazzi spesso giovanissimi — e in alcuni casi psicologicamente fragili o in difficoltà familiare — la promessa di un salto immediato verso un benessere che in realtà richiede, ovunque, tempo, formazione e impegno personale. Sono queste reti, non i ragazzi né le loro famiglie, ad aver trasformato una speranza legittima di vita migliore in un rischio mortale attraversato a nuoto.

Il caso di Ceuta non riguarda solo Spagna e Marocco. Il governo italiano ha valutato nei giorni scorsi la sospensione temporanea di Schengen con la Spagna, un segnale di quanto la crisi venga percepita come un problema europeo e non solo bilaterale. Ed è un punto di verità che vale la pena sottolineare: l’Italia vive da anni pressioni migratorie analoghe, con arrivi via mare che si intensificano puntualmente nei mesi estivi lungo la rotta del Mediterraneo centrale, a cui si sono aggiunti negli ultimi tempi flussi attraverso le rotte balcaniche e terrestri dall’Europa dell’Est. 

Chi guarda alla crisi di Ceuta dall’Italia farebbe bene a riconoscere che si tratta di varianti dello stesso fenomeno strutturale — pressione migratoria, reti criminali, sistemi di accoglienza sotto stress — più che di episodi tra loro incomparabili.

Trasformare la crisi di Ceuta in un terreno di scontro politico — contro la Francia, contro la Spagna, o contro il Regno del Marocco — rischia di distogliere l’attenzione da ciò che serve davvero: un sistema europeo di asilo e rimpatrio più coerente, accordi di cooperazione con i Paesi di origine e transito che siano realmente rispettati da entrambe le parti, e risorse adeguate per l’accoglienza dei minori non accompagnati, la cui tutela resta un obbligo giuridico e morale indipendentemente da quale Paese europeo si trovino ad attraversare per primi.

La Spagna, va ricordato, è uno dei principali Stati membri dell’Unione europea e ha affrontato in passato altre crisi di frontiera senza che questo abbia mai messo in discussione la sua appartenenza al blocco comunitario: è un dato che va tenuto presente per evitare letture sproporzionate rispetto alla realtà istituzionale dell’Ue. Allo stesso modo, la cooperazione tra Rabat e Madrid, per quanto imperfetta, resta oggi uno dei pochi argini funzionanti a una pressione migratoria che altrimenti sarebbe ancora più difficile da gestire.

Aicha BouazzaLettrice di Lingua Araba all’Universita’ degli Studi Roma Tre