di Rocco Ferreri
La riflessione proposta da Gianni Lattanzio sul rapporto tra Europa, competitività e conoscenza mi ha riportato anche a un percorso personale iniziato ormai più di venticinque anni fa.
Sono un ingegnere italiano. Ho seguito il mio percorso universitario al Politecnico di Torino e ho avuto la possibilità di completarne la parte finale in Francia, all’École Nationale des Ponts et Chaussées, accompagnandola con un’esperienza di ricerca presso l’ANDRA, l’agenzia francese impegnata nella gestione dei rifiuti radioattivi.
A distanza di un quarto di secolo, dopo molti anni trascorsi nell’ingegneria e nell’impresa, ho sentito nuovamente l’esigenza di tornare in formazione, questa volta attraverso un percorso di Strategic Management aHEC Paris.
Non cito queste esperienze per attribuire particolare valore a un curriculum individuale. Mi interessano per ciò che, messe a distanza di venticinque anni, permettono di osservare.
Tre istituzioni, tre momenti diversi della vita, tre modi differenti di confrontarsi con la conoscenza. E soprattutto una constatazione: più aumenta l’esperienza professionale, più diventa evidente che la vera utilità della formazione non consiste soltanto nell’accumulare nuove competenze, ma nel modificare il modo con cui si osservano i problemi.
È precisamente da qui che credo valga la pena proseguire la riflessione sulla competitività e sul ruolo dell’università.
Se esiste il rischio che l’università venga progressivamente considerata come uno strumento al servizio della competitività economica, ne esiste infatti un altro, più difficile da percepire: che sia la stessa università a interiorizzare progressivamente alcune logiche proprie del mercato.
Non si tratta di mettere in discussione il rapporto tra università e impresa. Sarebbe paradossale farlo proprio da parte di chi opera da decenni nel mondo professionale e imprenditoriale.
Quel rapporto è necessario.
Le imprese possono offrire all’università problemi reali, terreni di sperimentazione, dati, risorse e occasioni di applicazione. L’università può restituire metodo, conoscenza, capacità critica e innovazione.
La mia stessa esperienza di giovane ingegnere ne è stata una dimostrazione. Lavorare su temi di ricerca collegati a problematiche concrete e di lunghissimo periodo mi aveva permesso di comprendere qualcosa che la sola formazione teorica difficilmente avrebbe potuto trasmettere: i problemi tecnici non esistono mai completamente isolati dal loro contesto.
Dietro una soluzione ingegneristica esistono questioni economiche, ambientali, territoriali, istituzionali, temporali e perfino culturali.
Ed è proprio questa capacità di allargare progressivamente il campo di osservazione che considero una delle funzioni più alte della formazione.
Il valore e il limite della specializzazione
Viviamo in un mondo nel quale la complessità rende indispensabile la specializzazione.
Nell’ingegneria questo è particolarmente evidente. Le tecnologie, le normative, i metodi di progettazione e gli strumenti evolvono con una velocità tale che nessuno può realisticamente possedere una conoscenza approfondita dell’intero sistema.
Ma proprio l’esperienza professionale insegna anche il limite della specializzazione.
Un problema reale raramente arriva sulla scrivania già ordinatamente classificato secondo le discipline universitarie.
Non si presenta dicendo: “sono un problema energetico”, “sono un problema finanziario”, “sono un problema organizzativo”.
Arriva come una situazione complessa.
Sta poi al professionista capire quale parte sia tecnica, quale economica, quale umana, quale organizzativa e quale strategica.
Per questa ragione, la specializzazione non è il problema.
Il problema nasce quando la specializzazione precede il metodo anziché esserne una conseguenza.
Una formazione avanzata dovrebbe certamente permettere di approfondire un determinato campo, ma dovrebbe soprattutto fornire strumenti intellettuali trasferibili: capacità di osservazione, costruzione delle ipotesi, verifica, confronto tra discipline, comprensione dei sistemi e lettura delle interdipendenze.
Perché il problema sul quale lavoreremo domani potrebbe non avere ancora un nome.
È anche una delle ragioni per cui, dopo molti anni di attività ingegneristica, ho scelto di confrontarmi con una formazione di management strategico.
Non per diventare meno ingegnere.
Al contrario, per provare a osservare diversamente alcuni problemi che l’ingegneria, da sola, non permette sempre di comprendere fino in fondo.
Strategia, organizzazione, finanza, territori, persone, capacità produttive e innovazione non costituiscono universi separati. Nella vita reale interagiscono continuamente.
Questo ritorno alla formazione mi sta anche facendo riflettere sul modo in cui oggi costruiamo l’offerta educativa.
La moltiplicazione di master e percorsi altamente specializzati può certamente rispondere a esigenze reali. Ma dovrebbe accompagnarsi a una domanda: stiamo formando persone capaci di affrontare problemi oppure specialisti capaci di rispondere a problemi che abbiamo già definito?
La distinzione è fondamentale.
Un percorso estremamente verticale può produrre competenze immediatamente utilizzabili. Ma, se manca una capacità precedente di astrazione, rischia anche di costruire competenze rapidamente obsolete.
Il paradosso è evidente: nel tentativo di avvicinare sempre più la formazione al presente, possiamo finire per renderla meno capace di affrontare il futuro.
Università e impresa: superare la logica cliente-fornitore
La collaborazione tra università e imprese dovrebbe quindi essere incoraggiata, ma anche attentamente qualificata.
L’impresa non dovrebbe chiedere all’università soltanto di produrre le competenze delle quali ha bisogno oggi.
E l’università non dovrebbe considerare l’impresa semplicemente come finanziatore, cliente, partner commerciale o sbocco occupazionale.
Il loro incontro può essere molto più interessante.
L’impresa porta problemi concreti.
L’università dovrebbe conservare la libertà di trasformarli in domande più generali.
È probabilmente questo il punto che considero oggi più importante anche guardando alla mia esperienza professionale.
Un problema energetico non riguarda necessariamente soltanto l’energia. Può diventare una riflessione sui comportamenti, sull’uso degli edifici, sulla resilienza, sull’economia o sull’organizzazione territoriale.
Una difficoltà organizzativa può mostrare che la risorsa mancante non deve necessariamente essere prodotta internamente, ma può essere individuata altrove e messa in relazione con un bisogno.
Una tecnologia può obbligarci a ripensare competenze, responsabilità e persino modelli economici.
La conoscenza diventa particolarmente potente quando permette di salire di livello rispetto al problema iniziale.
È questa capacità di generalizzazione che rischiamo di perdere quando organizziamo il sapere in silos sempre più sottili.
Se università e impresa si incontrano soltanto attorno alla commercializzazione di una tecnologia, alla costruzione di un programma formativo o alla soddisfazione di un fabbisogno immediato di competenze, entrambe perdono una parte dell’opportunità.
La contaminazione è invece feconda quando produce qualcosa che nessuna delle due parti avrebbe potuto costruire autonomamente.
Dalla comunicazione della conoscenza al marketing della conoscenza
Esiste poi un fenomeno che, osservando oggi il mondo della formazione anche con gli occhi dell’imprenditore, mi sembra particolarmente interessante.
Le università hanno comprensibilmente sviluppato strumenti sempre più sofisticati di comunicazione.
Competono per attrarre studenti, ricercatori, finanziamenti, imprese e visibilità internazionale. Devono raccontare ciò che fanno e dimostrarne l’utilità.
È normale.
Ma esiste una soglia sulla quale vale la pena interrogarsi.
Comunicare la conoscenza e commercializzare un’offerta di conoscenza non sono esattamente la stessa cosa.
La comunicazione dovrebbe rendere accessibile un pensiero, aprire interrogativi, stimolare curiosità e confronto.
Il marketing, per sua natura, deve invece identificare una domanda, rendere riconoscibile un’offerta, differenziarla, posizionarla e generare adesione.
Entrambe le funzioni sono legittime.
Diventa problematico quando la seconda comincia a determinare la prima.
Potremmo allora assistere a una trasformazione quasi impercettibile: non scegliamo più necessariamente gli argomenti perché generano le domande più importanti, ma anche perché intorno ad essi è possibile costruire più facilmente programmi, partnership, eventi, finanziamenti e visibilità.
Anche le parole finiscono per seguire cicli sempre più rapidi: innovazione, sostenibilità, resilienza, intelligenza artificiale, transizione, smart cities, sovranità tecnologica.
Sono concetti spesso fondamentali.
Proprio per questo dovrebbero essere interrogati criticamente, anziché semplicemente trasformati in etichette.
Quando un concetto diventa molto rapidamente un’offerta formativa, un convegno, un programma di ricerca e uno strumento di comunicazione, dovremmo forse domandarci se abbiamo avuto abbastanza tempo per comprenderlo.
L’indipendenza intellettuale come infrastruttura invisibile
La questione conduce inevitabilmente al rapporto tra università, economia e politica.
Pretendere un’università “apolitica” sarebbe probabilmente una contraddizione.
L’università appartiene alla società, partecipa alla vita della polis e contribuisce alla comprensione delle sue trasformazioni.
Ciò che dovremmo invece pretendere è qualcosa di più preciso: l’indipendenza intellettuale.
Significa poter formulare una domanda anche quando essa non coincide con gli interessi del finanziatore.
Poter produrre una conclusione che non conferma l’ipotesi iniziale.
Poter studiare un fenomeno senza sapere preventivamente quale risultato sarebbe economicamente, politicamente o istituzionalmente preferibile.
Significa preservare il pluralismo delle interpretazioni e accettare che il dissenso argomentato non costituisca un incidente del sistema, ma uno degli strumenti attraverso i quali la conoscenza progredisce.
Questa indipendenza costituisce una sorta di infrastruttura invisibile della ricerca.
Non appare facilmente nei ranking.
Non genera direttamente brevetti.
Non si traduce necessariamente in fatturato.
Difficilmente può essere rappresentata attraverso un indicatore di performance.
Eppure, senza di essa, anche un sistema universitario estremamente finanziato e tecnologicamente avanzato potrebbe produrre molta conoscenza e poco pensiero.
Venticinque anni dopo: continuare a imparare significa cambiare prospettiva
Ripensando oggi al giovane ingegnere che lasciava Torino per completare il proprio percorso in Francia, mi accorgo che molte delle conoscenze tecniche apprese allora sono inevitabilmente cambiate.
Sono cambiate le tecnologie.
Sono cambiati gli strumenti.
Sono cambiate le norme.
Sono cambiate perfino alcune delle domande che la società pone all’ingegneria.
Ciò che rimane molto più a lungo è il metodo con cui impariamo ad affrontare ciò che non conosciamo.
Forse è proprio questa la continuità tra quella formazione e il ritorno, venticinque anni dopo, in un’aula universitaria.
Non cercare soltanto nuove risposte.
Cercare nuovi modi di formulare le domande.
E forse questa dovrebbe rimanere una delle grandi ambizioni dell’università europea.
L’università non dovrebbe limitarsi a rispondere meglio alle domande che il mercato e la società le pongono. Dovrebbe conservare la capacità di formulare domande che il mercato, la politica e perfino la società non hanno ancora saputo porre.
È una funzione difficile da finanziare, perché il suo risultato non è immediatamente prevedibile.
È difficile da comunicare, perché non entra facilmente in una brochure.
È difficile da misurare, perché i suoi effetti possono manifestarsi molti anni dopo.
Ma è probabilmente proprio questa capacità che distingue un luogo di conoscenza da un semplice luogo di formazione professionale.
L’Europa ha certamente bisogno di università capaci di innovare, collaborare con le imprese, generare tecnologie e preparare professionalità di alto livello.
Ma ha altrettanto bisogno di luoghi nei quali sia ancora possibile collegare fenomeni apparentemente lontani, mettere in discussione una convinzione condivisa, studiare qualcosa senza conoscerne preventivamente l’utilità e dedicare tempo alla comprensione prima di cercare immediatamente una soluzione.
Perché esiste una differenza decisiva tra trasformare la conoscenza in valore e trasformare ogni conoscenza in prodotto.
La prima è una delle grandi responsabilità dell’università contemporanea.
La seconda potrebbe diventare uno dei suoi rischi più insidiosi.
