Dal degrado dei campetti romani alla lezione di Bogotá e Medellín: perché il gioco libero ad accesso gratuito è la chiave per la valorizzazione delle diversità e la giustizia urbana
di Natalia Beltran Gomez
Nella Capitale, persino muoversi e fare uno sport informale è diventato un bene di consumo. Per condividere una partita con gli amici bisogna sostenere un costo orario di affitto oppure iscriversi a una scuola calcio o a un club privato, facendosi carico di rette mensili, kit d’abbigliamento e certificazioni mediche.
I dati ufficiali dell’ISTAT sulla pratica sportiva e la sedentarietà in Italia (Istituto Nazionale di Statistica, www.istat.it) raccontano una realtà evidente: il tasso di inattività tra i più giovani resta preoccupante. Gli studi mostrano come la presenza di strutture e spazi pubblici ad accesso libero vicino a casa sia un fattore decisivo per contrastare la sedentarietà, un ostacolo che finisce per penalizzare soprattutto chi dispone di minori risorse economiche.
Impianti sportivi comunali a Roma: quando il bene comune diventa impresa
Dietro questa barriera economica non c’è una fatalità, ma una scelta ben precisa nella gestione del patrimonio cittadino. Il Dipartimento Sport e Politiche Giovanili di Roma Capitale, all’interno del “Regolamento degli impianti sportivi di proprietà comunale” (Roma Capitale, Deliberazione dell’Assemblea Capitolina n. 11/2018 e successive modifiche, www.comune.roma.it), disciplina l’affidamento delle strutture pubbliche a soggetti privati o ad associazioni sportive dilettantistiche attraverso concessioni pluriennali.
Se da un lato la concessione permette di mantenere in buono stato l’infrastruttura, dall’altro finisce per recintare e privatizzare lo spazio pubblico. Senza clausole chiare che garantiscano fasce orarie di fruizione del tutto gratuita e aperta a tutti, il bene comune si trasforma in un’attività commerciale a tutti gli effetti. Chi non può permettersi il costo dell’affitto o dell’iscrizione viene tagliato fuori ancora prima di scendere in campo.
Il modello Colombia: le “canchas sintéticas” come infrastruttura pubblica gratuita
Un’alternativa a questa logica di mercato esiste già e funziona nel cuore delle metropoli colombiane, come Bogotá e Medellín. In Colombia, la pianificazione urbana ha scelto di mettere al centro della vita di quartiere le cosiddette canchas múltiples e i polideportivos: spazi dedicati a calcio, basket e pallavolo integrati nei parchi pubblici, accessibili a chiunque e a costo zero.
I canali ufficiali dell’IDRD (Instituto Distrital de Recreación y Deporte) di Bogotá (Alcaldía Mayor de Bogotá, www.idrd.gov.co / www.bogota.gov.co) mostrano come la capitale colombiana gestisca una vasta rete di campi sintetici e polivalenti immersi nel verde pubblico. La struttura ne garantisce la fruizione gratuita e libera a tutta la cittadinanza, trasformando lo sport in un’occasione quotidiana per promuovere la salute, la convivenza e la valorizzazione delle diversità.
A Medellín il quadro è lo stesso. L’INDER (Instituto de Deportes y Recreación de Medellín) gestisce oltre 1.000 scenari sportivi di quartiere (Alcaldía de Medellín, www.inder.gov.co). Sulla piattaforma dell’ente viene ricordato con chiarezza che l’uso e la prenotazione degli spazi sportivi comunitari non comportano alcun costo, restituendo al campo da gioco il suo valore di infrastruttura sociale primaria per l’integrazione e la vita collettiva.
In questi contesti, la cancha non è vista come un bene di lusso o un servizio da monetizzare, ma come un autentico diritto di cittadinanza. Permette a bambini e ragazzi di qualsiasi estrazione sociale di ritrovarsi, giocare e crescere insieme, creando il terreno ideale per la valorizzazione delle diversità culturali, generazionali e sociali che arricchiscono ogni quartiere.
Diritto allo sport e giustizia urbana: il futuro delle periferie romane
La vera differenza tra Roma e le città colombiane non è una questione di budget, ma di visione della città che si vuole costruire. Ridurre lo spazio sportivo di quartiere a una semplice risorsa da mettere a reddito significa togliere ai ragazzi un punto di riferimento fondamentale, spingendoli verso l’isolamento, la strada o la dipendenza dallo smartphone.
Rincorrere un pallone o lanciare a canestro nel campo sotto casa non può e non deve dipendere dalle disponibilità economiche di una famiglia. Non si tratta di un’iniziativa assistenziale o di una concessione riservata a pochi: è un diritto universale a cui tutti, senza alcuna distinzione, dobbiamo poter accedere. Garantire spazi pubblici gratuiti, aperti e sicuri significa smettere di monetizzare la crescita dei più giovani e restituire alla città la sua missione più bella: essere una casa comune, aperta e accessibile a tutti.

