di Gianni Lattanzio
Vi sono luoghi che, nella loro apparente marginalità, diventano improvvisamente il centro morale della storia. San Marino, minuscola repubblica aggrappata al Monte Titano, antica custode di libertà nell’orizzonte inquieto dell’Adriatico, è stata per un giorno uno di questi luoghi. Qui Leone XIV ha consegnato all’Europa non una generica esortazione alla concordia, ma una visione teologica e giuridico-politica della pace: la pace come ordine della libertà, come disciplina del potere, come fedeltà alla persona.
Nel Palazzo Pubblico della più antica repubblica del mondo, il Pontefice ha parlato di “buona politica” come cura dell’umano, di accoglienza, di dignità della vita e di un diritto internazionale umanitario quotidianamente ferito dalla guerra. Non si tratta di parole laterali. In un’epoca nella quale il linguaggio della forza torna a pretendere di essere il linguaggio della realtà, l’appello al diritto è una forma alta di realismo: riconoscere che la ragion di Stato, quando perde ogni limite, diviene la ragione della distruzione.
La radice di questa visione è profondamente biblica. Nella Genesi, Caino tenta di sottrarsi alla responsabilità con la domanda: “Sono forse io il custode di mio fratello?”. Ma l’intera storia della rivelazione risponde a quella evasione: sì, l’uomo è custode dell’uomo. Il profeta Isaia immagina un tempo in cui le spade saranno trasformate in aratri e le lance in falci; non perché la storia ignori il conflitto, ma perché rifiuta di considerarlo l’ultima parola sul destino dei popoli. La pace evangelica non è un’evasione dalla storia: è l’irruzione, nella storia, di un giudizio sul potere.
Agostino, che conosceva la ferocia delle città terrene e la fragilità delle istituzioni umane, non identificava la pace con la semplice assenza della guerra. La chiamava tranquillitas ordinis: la serenità di un ordine nel quale ogni realtà trova il proprio posto secondo giustizia. È questa la sostanza più profonda del richiamo di Leone XIV. Senza giustizia, senza tutela dei civili, senza accoglienza di chi fugge, senza limiti all’uso della forza, ciò che si definisce pace è soltanto una tregua imposta dai vincitori.
Il diritto internazionale umanitario nasce da questa intuizione civile prima ancora che giuridica: perfino la guerra deve incontrare un confine. Le Convenzioni di Ginevra, la protezione dei non combattenti, il divieto di colpire indiscriminatamente, la cura dei feriti, la salvaguardia dei prigionieri e l’obbligo di assistenza alle popolazioni esposte non sono formule diplomatiche per tempi tranquilli. Sono il fragile argine che l’umanità ha innalzato dopo aver contemplato il proprio abisso. Quando tale argine viene aggirato o calpestato, non si viola soltanto una norma: si trasforma il volto umano in materiale strategico.
È qui che San Marino, nella sua piccolezza territoriale, acquista una straordinaria rilevanza geopolitica. Il Pontefice l’ha definita un possibile “laboratorio” di buona politica. È un’immagine che richiama, quasi per contrasto, il celebre dialogo dei Meli di Tucidide: “i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono”. La piccola Repubblica del Titano oppone a quella cupa massima la persistenza della libertà custodita nel diritto, nella memoria e nella responsabilità. Un piccolo Stato non è irrilevante quando sa essere luogo di dialogo, di ospitalità e di mediazione; è, al contrario, la dimostrazione vivente che la sovranità non coincide con la prepotenza.
In questo senso, l’appello di Leone XIV al multilateralismo non è una liturgia diplomatica, né una nostalgia dell’ordine internazionale nato dopo il 1945. È il riconoscimento che, nel tempo delle guerre regionali divenute sistemiche, delle rotte energetiche esposte al ricatto, delle crisi migratorie e dell’intelligenza artificiale, nessun Paese può salvarsi da solo. La diplomazia comincia precisamente là dove termina il conforto dell’unanimità: nel parlare con l’interlocutore più difficile, senza confondere il negoziato con la resa e senza rendere la guerra un destino.
A Rimini, Leone XIV ha condensato questa prospettiva in una formula destinata a restare: “prima dei confini ci sono sempre le persone”. È una frase evangelica e costituzionale insieme. Evangelica, perché richiama il samaritano che interrompe il proprio cammino davanti all’uomo ferito; costituzionale, perché ricorda che le frontiere sono legittime soltanto se amministrano una responsabilità, non se diventano un alibi per abbandonare chi cerca protezione. Il migrante, il rifugiato, il bambino sotto le bombe, il ferito senza cure non sono variabili di una statistica né strumenti della propaganda: sono persone, e perciò titolari di diritti.
Né è casuale che il Papa colleghi questo orizzonte alla questione tecnologica. Pochi giorni prima, rivolgendosi ai legislatori cattolici, aveva ammonito contro il rischio di un “colonialismo ideologico o economico” prodotto da un’intelligenza artificiale concentrata nelle mani di pochi centri di potere. L’antica conquista passava per le flotte e i territori; la nuova può passare per i dati, gli algoritmi, le infrastrutture digitali e la dipendenza tecnologica. Anche qui la legge delle genti è chiamata a rinnovarsi: non per frenare il futuro, ma per impedire che il futuro sia proprietà di pochi.
La visita sul Titano e in Emilia-Romagna si consegna dunque all’Europa come un esame di coscienza. Fra la civitas terrena che adora la potenza e la città che ricerca la giustizia, non esiste una neutralità innocente. L’Europa sarà fedele alla sua vocazione soltanto se saprà difendere il diritto internazionale senza doppi standard, custodire la dignità di ogni vita, dare forma politica all’accoglienza e fare della propria autonomia strategica non un nuovo egoismo continentale, ma un servizio alla pace.
Il messaggio di Leone XIV è, in fondo, antico quanto la Bibbia e urgente quanto il nostro tempo: nessun confine, nessun interesse, nessuna tecnologia e nessuna vittoria possono valere più della persona. Quando la politica dimentica questa verità, anche le grandi potenze diventano fragili. Quando invece la custodisce, persino una piccola repubblica su un monte può indicare al mondo la via della pace.

