di Romina Cacciatore
Quanto danno può provocare una decisione dello Stato prima che lo Stato stesso sia costretto a tornare sui propri passi?
La cittadinanza italiana ha attraversato negli ultimi anni uno dei periodi di maggiore incertezza della sua storia recente.
Prima è arrivata la Circolare n. 43347 del 3 ottobre 2024, che ha modificato l’interpretazione applicata per anni in materia di naturalizzazione dell’ascendente italiano quando il figlio era ancora minorenne. Successivamente, il Decreto-Legge n. 36/2025, poi convertito nella Legge n. 74/2025 e conosciuto pubblicamente come “Legge Tajani”, ha introdotto nuove e profonde limitazioni al riconoscimento della cittadinanza iure sanguinis.
Ma dietro ogni circolare, decreto o cambiamento interpretativo non esistono soltanto pratiche amministrative: esistono persone, famiglie e storie.
Migliaia di discendenti hanno organizzato per anni scelte personali, economiche e familiari facendo legittimo affidamento sulle norme e sulle interpretazioni sostenute dallo stesso Stato italiano. Hanno richiesto documenti, rettificato atti, apposto apostille, effettuato traduzioni, viaggiato, incaricato professionisti e, in molti casi, trasferito la propria vita in Italia.
Quando lo Stato modifica improvvisamente le regole o la loro interpretazione, l’impatto non è soltanto giuridico. È anche economico, familiare, culturale e umano.
La questione del cosiddetto minor issue è infine arrivata alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione. In quella sede sono stati riaffermati principi fondamentali in materia di status civitatis e, per le fattispecie esaminate, è stato stabilito che il minore, cittadino italiano dalla nascita iure sanguinis e contemporaneamente cittadino di un altro Stato iure soli, non perdeva automaticamente la cittadinanza italiana per effetto della naturalizzazione del genitore.
Il 10 agosto 2026, una nuova circolare ministeriale, protocollo n. 0065050, ha trasferito questo orientamento interpretativo in ambito amministrativo, aprendo così la possibilità di riesaminare situazioni che erano state respinte sulla base del criterio precedente.
E oggi quel riesame non è più soltanto una possibilità scritta sulla carta.
Mercoledì 19 agosto 2026, io, Romina Cacciatore, ho potuto presentare presso un Comune italiano un’istanza di riesame relativa a uno di questi casi. Il Comune ha accolto il riesame alla luce della nuova interpretazione adottata dallo Stato italiano, consentendo alla procedura di proseguire il proprio iter.
È un caso concreto, ma rappresenta molto più di una singola pratica.
Dimostra l’importanza che le amministrazioni tornino ad analizzare situazioni che possono essere state pregiudicate da un’interpretazione successivamente superata.
E apre una domanda che dovrebbe interessarci ben oltre la cittadinanza italiana:
Quale responsabilità ha uno Stato nei confronti di chi ha organizzato la propria vita facendo legittimo affidamento sulle sue stesse regole?
Il legittimo affidamento non dovrebbe essere un’espressione astratta del diritto. Dietro di esso ci sono cittadini e famiglie che prendono decisioni confidando nella stabilità e nella coerenza delle istituzioni.
Per questo, quanto accaduto dovrebbe rappresentare anche una lezione istituzionale.
Prima di restringere un diritto che attraversa generazioni, dovrebbero essere valutate non soltanto le conseguenze politiche, ma anche l’impatto giuridico, economico, storico e umano.
Perché governare significa anche prevedere.
E perché, quando successivamente la giurisprudenza impone di rivedere il percorso compiuto, riparare giuridicamente una situazione può essere possibile.
Restituire il tempo, il denaro, i progetti sospesi e, soprattutto, la fiducia perduta è molto più difficile.

