di Emanuele Mariani
Ci sono artisti che, più di tutti gli altri, hanno immortalato, persino ante litteram, in epoche non troppo lontane, animali a noi cari e divenuti leggenda nell’immaginario collettivo anche per le loro imprese sportive: ecco la morte del purosangue Varenne, avvenuta in questi giorni, richiama alla memoria un altro dei cavalli memorabili effigiati da uno dei più grandi scultori dei nostri tempi (al pari di Giacomo Manzù, Pericle Fazzini e Arnaldo Pomodoro, solo per citarne alcuni).
Si tratta del cavallo rampante o che si rialza (non morente, come più avanti spiegheremo) di Francesco Messina, scultore siciliano nativo di Linguaglossa, Catania (15 dicembre 1900) e morto a Milano (13 settembre 1995), autore di alcuni dei maggiori monumenti del Novecento italiano.
Il celebre cavallo di Messina, dalla metà degli anni ’60, è visibile nella sede della Direzione generale della Rai di viale Mazzini, in Roma, sede, al momento, in fase di restauri.
Lo scultore, come noto, non ebbe modo, per ragioni anagrafiche, di vedere all’opera Varenne, essendo deceduto a Milano (13 settembre 1995) proprio pochi mesi dopo la nascita del “Capitano” (19 maggio 1995).
Probabilmente, ammirò, negli anni ’60, invece la grandezza di Ribot (Newmarket, 27 febbraio 1952 – Lexington, 28 aprile 1972), cavallo campione di galoppo tra i più forti e noti di tutti i tempi e che ha portato in alto i colori italiani, prima di Varenne, nel trotto, decenni dopo.
Eppure la produzione di Messina si era caratterizzata, fin dagli esordi, per il riferimento alla tradizione classica, antica e rinascimentale. Questa predilezione convive con la ricerca di un linguaggio moderno, di volta in volta elaborato nella consapevolezza del proprio tempo e continuamente aggiornato.
Nel corso della sua carriera, Francesco Messina si è più volte confrontato con il tema del cavallo, a partire dagli anni Trenta e Quaranta. In questi anni, lo scultore realizza alcuni monumenti in linea con la propaganda e l’arte ufficiale di regime, come il “Regisole” di Pavia (1937) e la “Quadriga” per il Palazzo dei Congressi di Roma E.42 (1940-1941).
In queste sculture, i cavalli procedono a passo lento ed elegante, rimandando quasi a una parata militare; da una parte sono caratterizzati da una forte componente classica, dall’altra non mancano le suggestioni degli studi leonardeschi.
D’altronde, tutti i grandi condottieri del passato hanno avuto il cavallo come compagno di viaggio e di battaglie che ne hanno reso immortali le gesta e che continuano oggi con i reparti militari in sella e non solo; basti pensare, a mo’ di esempi più celebri, senza completezza, all’imperatore Marco Aurelio effigiato sul Campidoglio a Roma, sul suo cavallo, come Garibaldi sul Gianicolo sempre a Roma o al monumento equestre capitolino del Vittoriano a Piazza Venezia, in onore a Vittorio Emanuele II, re d’Italia, che incontrò lo stesso Garibaldi a Teano, sempre sui loro cavalli e così ripresi in statue in tutto il Paese, come anche il monumento a Emanuele Filiberto di Savoia in piazza San Carlo a Torino e per Garibaldi persino all’estero a Buenos Aires, senza dimenticare il monumento equestre per l’eroe dei due mondi, in largo Cairoli, a Milano, tra l’incrocio della piazza e i bracci di foro Buonaparte, non a caso, dato che i fratelli Cairoli furono eroi garibaldini.
La resa realistica e i movimenti dei cavalli non sono solo il frutto di un confronto con l’antico e la tradizione rinascimentale, ma anche dello studio dal vero volto a comprendere meglio anatomia e carattere dell’animale: Messina aveva persino imparato a cavalcare e spesso portava un cavallo nelle aule dell’Accademia di Brera per studiare un modello reale.
L’interesse per i cavalli si sviluppa nei decenni successivi, quando Messina sperimenta nuove soluzioni anche in sculture di piccole dimensioni.
Risale al 1958, la serie dei piccoli dieci “Cavalli” in bronzo esposta per la prima volta in una mostra alla Galleria dell’Annunciata di Milano, di cui una versione si conserva presso lo Studio Museo.
In questi cavallini, carichi di un pathos esasperato, che galoppano, nitriscono, si imbizzarriscono e si schiantano agonizzanti, è possibile scorgere una sorta di somiglianza impressionante sia a Ribot che al futuro Varenne. Si tratta di due sculture di cavalli che corrono, una al galoppo lanciato in piena corsa come per lo sprint di cui il grande Ribot era celebre, tanto da lasciare distacchi notevoli ai suoi avversari sull’ultimo tratto di corsa; e poi vi è un altro cavallo effigiato, che invece, eretto, va fiero e scattante al trotto quasi a ricordare Varenne.
Messina abbandona la pacatezza tipica della statuaria classica, in favore di influenze contemporanee e di una nuova sensibilità: ciò che ora lo attrae è la possibilità, sperimentata da altri scultori del periodo come Marino Marini, di utilizzare le sculture con soggetto animale per rappresentare il dramma storico e esistenziale dell’essere umano.
Tra gli elementi della serie compare anche un cavallino che costituisce una prima idea sul tema del cavallo morente, realizzato poi in grandi dimensioni su commissione della RAI.
Per questa celeberrima opera, conclusa nel 1966, Messina rielabora forse un altro progetto monumentale dedicato all’eroe delle lotte per l’indipendenza dell’America Latina Simon Bolivar, mai realizzato.
La drammaticità di questa scultura e della sua prima idea, è ben rappresentata nel cavallo ferito in combattimento, che esprime anche una volontà di rivincita, infatti le zampe posteriori sono piegate a terra, mentre quelle anteriori sono puntate al suolo nel tentativo di rialzarsi; il dolore e lo sforzo sono espressi anche nella torsione della testa verso il cielo e nella bocca aperta in un grido di dolore.
In ultimo, lo Studio Museo conserva uno “Stallone” del 1979, un’opera altrettanto drammatica, realistica e vitale, variante di una scultura realizzata alla fine degli anni Sessanta e poi rielaborata in un grande cavallo in bronzo, oggi presente a Catania e noto come “Lo Stallone morente”.
Nel 1999, il Comune di Catania acquistò il capolavoro che rappresenta la sofferenza e il disperato attaccamento alla vita. La drammatica torsione dell’animale, caduto ferito, sovverte il realismo per esprimere un’intensità plastica e formale straordinaria.
Ecco a noi piace dunque ricordare questa straordinaria storia parallela che, attraverso il cavallo, ha reso grande l’Italia nel mondo.
Bisogna pensare dunque al cavallo, come simbolo di rinascita e rivincita del nostro Paese, in sostanza come Ribot e Varenne.
Ispirati da questi grandi esempi di forza vincente equina, anche il cavallo della Rai, che negli anni veniva definito come “morente”, ora appare invece rampante.
Lo scultore Francesco Messina fu incaricato di realizzare in Bolivia un monumento celebrativo in onore del rivoluzionario Simón Bolívar, al quale la nazione sudamericana deve l’indipendenza oltre che il nome, e nonostante avesse redatto alcuni disegni, tale monumento non fu mai realizzato in seguito all’aggravarsi delle condizioni economiche del paese rispetto agli alti costi di realizzazione.
Nel 1964, tuttavia, il vicedirettore generale Rai, Marcello Bernardi, rimase particolarmente colpito dai disegni dell’artista e gliene commissionò la realizzazione nell’ambito dei lavori per la costruzione della nuova sede centrale dell’azienda a Roma.
Incaricò lo scultore di realizzare soltanto uno dei quattro cavalli previsti, un cavallo rampante nell’atto di ergersi da terra, con l’idea di posizionarlo davanti all’ingresso della Direzione Generale.
Il cavallo disegnato da Messina fu realizzato tra il 1964 e il 1966 presso la Fonderia Artistica Battaglia di Milano e fu inaugurato nella nuova sede centrale Rai, il 5 novembre 1966.
Le dimensioni importanti della scultura resero necessario il taglio della coda, che fu poi risaldata al corpo della statua dopo il suo arrivo a Roma.
La scultura è in bronzo e si trova nel cortile dell’ingresso principale del palazzo della Direzione generale Rai, nel quartiere Della Vittoria a Roma.
Il bozzetto venne riprodotto mediante assicelle di legno ancorate a un’armatura in ferro, sulle quali fu stesa la cera per modellare l’opera realizzata, sotto la guida del Maestro, dalla fonderia Battaglia di Milano con la tecnica a cerca persa.
Ci vollero due anni di duro lavoro per condurre a termine la scultura, che fu finalmente inaugurata là dove tutti la possono ancora vedere il 5 novembre 1966, non senza aver prima compiuto un avventuroso viaggio da Milano a Roma sull’Autostrada del Sole. Fu persino necessario tagliare la coda, troppo sporgente, per poi risaldarla direttamente a viale Mazzini.
In effetti, molti problemi furono dovuti alle imponenti misure: 4,60 metri di altezza per 5,50 di lunghezza, mentre il peso del cavallo e della sua base arriva a 25 quintali. La scultura è sorretta internamente da sbarre di ferro e poggia su 4 longheroni, sempre di ferro, incassati nel terreno.
Come ebbe modo di dichiarare lo stesso Messina, rappresenta un cavallo ferito nella lotta con altri cavalli nel momento in cui esprime il massimo della sua energia “come un cigno e il suo canto più bello prima di morire”. La superficie del metallo rifinita alla perfezione rispecchia il credo artistico di Messina, teso a un esplicito e a volte polemico recupero della grande tradizione classica e rinascimentale.
Negli anni ’90, la scultura presentava forti segni di degrado, dovuti principalmente all’inquinamento da smog, che costrinsero un restauro curato a titolo gratuito dall’Istituto centrale per il restauro sotto la direzione dello storico dell’arte Giuseppe Basile.
Il restauro, che durò sei mesi, fu documentato dalla RAI in tutte le sue fasi. Le riprese sono state integrate con uno straordinario filmato – Un Cavallo, un mito – realizzato nel 2000 da Fernando Ferrigno, un colto e appassionato giornalista della RAI e esperto in particolare di beni culturali, che per anni ha curato la trasmissione Bell’Italia e in seguito ha continuato a occuparsi di arte al TG3 e che chi scrive ha avuto la fortuna di conoscere nel 1991, al Tgr Lazio prima e poi nel 1995, al Tg3.
Il restauro del cavallo fu molto impegnativo per lo stato di degrado in cui versava la scultura, venne organizzato dall’Istituto Centrale del Restauro come cantiere didattico.
Giuseppe Basile, scomparso nel 2013, in un’intervista realizzata da Rai Cultura proprio in quell’anno, ha spiegato come il cavallo fosse stato pensato all’origine dallo scultore quale elemento di un’opera celebrativa del grande Libertador venezuelano Simón Bolívar, eroe delle lotte per l’indipendenza dell’America Latina che nei primi decenni dell’Ottocento liberò Venezuela, Perù e l’attuale Bolivia, territorio quest’ultimo che fu reso indipendente nel 1825 e prese il nome di Repubblica di Bolívar in onore del suo liberatore, come già accennato prima.
Lo stesso Basile ha tuttavia sostenuto che, data l’iniziale destinazione del disegno dell’opera ad un monumento celebrativo, il cavallo andrebbe inteso come “cavallo rampante” o più probabilmente come cavallo ferito pronto a rialzarsi.
L’autore stesso ha affermato che il cavallo viene ritratto dopo esser stato ferito in una lotta con altri cavalli nel momento in cui esprime la sua massima energia, richiamando l’immagine dell’ultimo canto del cigno.
L’esigenza del restauro era nata verso la fine degli anni Novanta, in quanto Vittorio Emiliani (che diresse il quotidiano romano Il Messaggero dal 1981 al 1987 e che, per restare in tema e per curiosa coincidenza, essendo originario dell’Emilia-Romagna, aveva vissuto gli anni giovanili proprio a Copparo, in provincia di Ferrara, dove sarebbe poi nato Varenne), attento alla salvaguardia del patrimonio artistico da sempre, grazie alla frequentazione quotidiana del palazzo di viale Mazzini quale consigliere di amministrazione della RAI, notò che la superfice bronzea del cavallo “non stava bene” e chiese proprio al grande esperto di restauro, Giuseppe Basile una verifica tecnica approfondita.
Ma allora cosa incarna e significa questo cavallo che si vede ergere e troneggia davanti all’ingresso della sede Rai a Roma? In sostanza, la grande statua in bronzo di Francesco Messina è un cavallo morente o invece un cavallo che si rialza e corre verso nuove vittorie come hanno fatto Ribot e Varenne? A noi piace immaginarlo così.
L’effettiva natura espressiva del cavallo è dibattuta; l’interpretazione originale come cavallo morente, e la conseguente denominazione, si potrebbero attribuire probabilmente al giornalista e scrittore Rai Franco Chiarenza, che scrivendo un libro sulla storia dell’azienda radiotelevisiva statale, intitolato appunto Il Il Cavallo morente (Bompiani, 1978), lo ha interpretato come una metafora delle “antiche comunicazioni umane che soccombono di fronte alle nuove tecnologie”.
La riedizione del volume è integrata da una postfazione dell’autore che sommariamente ripercorre la vicenda del servizio pubblico radiotelevisivo dal 1976 ad oggi, quando, dopo un altro quarto di secolo, la Rai si trova di nuovo davanti a fondamentali scelte di sopravvivenza e quando, comunque, sta per cominciare la terza fase della storia della Rai. Parole profetiche che ben si adattano all’attuale situazione dell’azienda, entrata ben oltre quella terza fase, oggi possiamo dire già quarta e quinta fase, in oltre 70 anni di servizio pubblico radiotelevisivo e oltre 100 di quello radiofonico.
Probabilmente il battesimo ufficiale dell’attuale denominazione, dunque, si deve al saggio del catanese Franco Chiarenza, giornalista e dirigente Rai, già a capo della segreteria dell’amministratore delegato della Rai, Gianni Granzotto, fino alle sue dimissioni nel 1969, caporedattore del GR3, vicedirettore vicario della TGR (testata giornalistica regionale) e vicedirettore della TSP (testata servizi parlamentari), docente in materia di comunicazioni nella scuola di giornalismo della LUISS di Roma, nel Communication Tecnology Center dell’Università di Malta, nella scuola di giornalismo radiotelevisivo della Rai di Perugia e alla Facoltà di Sociologia dell’Università di Roma La Sapienza, vicepresidente della Fondazione Luigi Einaudi per studi di politica e di economia ed autore di numerose pubblicazioni specializzate in tema di comunicazione.
Chiarenza utilizzava quell’immagine come metafora del momento difficile attraversato dal servizio pubblico, la cui evoluzione era giunta a un punto cruciale con la riforma del 1975.
Lo scultore siciliano certamente portò a compimento il disegno iniziale, realizzando un cavallo rampante da istallare nei giardini di fronte agli uffici di viale Mazzini, dove ancora oggi possiamo ammirarlo, con le zampe posteriori piegate a terra, il cavallo punta al suolo le zampe anteriori e rivolge al cielo il muso, aperto a un muto nitrito.
Anche per queste sue caratteristiche, la scultura è ormai usualmente chiamata il “cavallo morente”, una denominazione adottata dalla stampa e dal grande pubblico a partire dagli anni Settanta.
E’ lo stesso Messina nel 1964 a raccontarci la sua scultura proprio mentre “nasce” nella Fonderia Battaglia di Milano: “Ho intenzione di fare un cavallo ferito come dopo un combattimento”.
Parole non sufficienti a capire se, nell’idea dell’artista, il cavallo sia destinato a morire oppure no.
Ma il direttore artistico della Fondazione Messina, Nicola Loi, successivamente interpellato, non ebbe dubbi: “Lo scultore non ha mai pensato di creare un cavallo morente: il suo è un cavallo ferito, che cerca di rialzarsi e riprendere a lottare con vigore”.
Non morente, dunque, non rampante, ma solo ferito e in vena di riscatto, dunque. Il “cavallo di battaglia” del XV quartiere Della Vittoria.
Un quartiere elegante e tranquillo in cui si alternano villini e palazzi costruiti tra gli anni Venti e Trenta del Novecento ed edifici e opere più moderni, dal secondo dopoguerra ai nostri giorni: tra i suoi ampi viali alberati che ci accompagnano fino al Tevere, impreziositi da elementi decorativi e di arredo urbano come la fontana dei giardini di piazza Mazzini, dove troneggia un imponente cavallo di bronzo patinato, una scultura di grande bellezza che si riallaccia alla tradizione classica e rinascimentale. Per i romani è un punto fermo del Quartiere della Vittoria ma anche, naturalmente, il principale e più popolare simbolo della RAI, l’azienda radiotelevisiva pubblica. Tra moderno e contemporaneo: altri luoghi da non perdere nel Quartiere della Vittoria.
Dalla fontana-ninfeo di piazza Mazzini alla Dea Roma di Igor Mitoraj, la monumentale fontana realizzata nel 2003 dal celebre scultore polacco, una passeggiata nelle vie intorno al cavallo della RAI vi permette di scoprire storie e curiosità di un quartiere ancora poco frequentato dal grande turismo, reso incantevole in primavera dai tigli in fiore e in autunno dagli alberi di ginko biloba.
Gli edifici pubblici e privati sono nati dopo l’Esposizione del 50esimo dell’Unità d’Italia nel 1911, come le vie intitolate ai luoghi della battaglie della Prima Guerra Mondiale (1915-1918) da cui il nome al XV quartiere romano Della Vittoria, diversamente dal Teatro, dedicato a tutte le vittorie italiane (Delle Vittorie), essendo nato dopo gli anni ’30 e inaugurato durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1944, cinema-teatro fino all’utilizzo come studio televisivo per grandi show come Studio Uno e Teatro 10, per arrivare all’acquisto da parte della Rai, a metà degli anni ‘70, e che oggi, in tempo di pace, vorremmo considerare una sorta di Broadway televisivo patrimonio di tutti, ricordando e proponendo una dedica a Pippo Baudo che lo segnalò per l’acquisto ai dirigenti Rai del tempo e lo ha reso celebre con i più grandi spettacoli di varietà dai primi anni ’70 alla fine degli anni ’80 (da Canzonissima alle varie edizioni di Fantastico ed altri celebri spettacoli leggeri).
Gli immobili del quartiere, come la Chiesa di Cristo Re del 1930, frequentata, tra gli altri, da un illustre politico e uomo di cultura come Alcide De Gasperi, che abitò per alcuni anni a Roma, in Prati, testimoniano l’evoluzione dell’architettura romana nell’arco di un secolo, dal barocchetto romano al razionalismo fascista (ne è un esempio il complesso del Foro Italico) e al modernismo degli anni Sessanta, arrivando fino ai nostri giorni con il Ponte della Musica.
A poca distanza da viale Mazzini si trovano anche Casa Balla, un universo di luce, colore, forme e movimento periodicamente aperto al pubblico, il Museo MAXXI, e l’ultima residenza dello scrittore Alberto Moravia.
Assolutamente da non perdere sono i cortili e i giardini dei palazzi residenziali degli anni Venti e Trenta, incantevoli microcosmi verdi quasi mai visibili dall’esterno.
Alto quasi cinque metri e scolpito in una posa classica da battaglia, il cavallo presidia, dal 5 novembre 1966, i giardini di fronte alla sede storica della RAI in viale Mazzini, un palazzo in acciaio e vetro disegnato pochi anni prima da Francesco Berarducci, allievo del celebre progettista Pier Luigi Nervi (al quale si devono capolavori come il Palazzetto e il Palazzo dello Sport).
Anche Vittorio Emiliani, che fu anche il principale sostenitore del restauro e consigliere di Amministrazione della Rai dal 1998 al 2002, racconta spiritosamente nel libro interamente dedicato all’argomento Il cavallo morente di Francesco Messina nella sede centrale Rai. Studio, restauro, manutenzione, (2013, Il Prato Editore):
“Ma quel cavallo gigantesco stava accasciandosi ferito a morte o, al contrario, stava rialzandosi per riprendere a correre orgogliosamente? Mi spiegarono che dipendeva dalla congiuntura Rai: se era favorevole, andava bene la seconda versione; se invece era sfavorevole, valeva la prima”.
Per lo scultore, come rivela il documentario di Ferrigno, “è un cavallo rampante che si sta leccando le ferite dopo una lotta con altri cavalli: infatti era progettato per far parte di un gruppo di cavalli con criniere al vento, zoccoli impressi nella terra, muscoli tesi, come nei disegni di Leonardo”.
La RAI era sensibile all’arte già dall’inizio degli anni Cinquanta quando i primi dipinti, originariamente acquisiti dall’azienda per ornare le sale dell’Auditorium Rai di Torino che fu inaugurato nel 1952, diedero inizio alla Collezione RAI, che era allora composta quasi unicamente da dipinti. L’allora direttore generale della RAI, Salvino Sarnesi, fu assistito nelle acquisizioni da Marcello Bernardi, vice direttore generale e personaggio aziendale di grande spessore e da suo fratello Marziano Bernardi, per tanti anni apprezzato critico d’arte per La Stampa di Torino.
Esponenti di una RAI che faceva cultura, avevano una grande passione per l’arte e così la collezione si ampliò negli anni a seguire con altre acquisizioni di dipinti e quindi di sculture, grazie anche all’occasione offerta dalla graduale formazione di un’infrastruttura aziendale.
All’inizio degli anni Sessanta infatti la RAI è in espansione e sorge la necessità di costruire un edificio per uffici con una capacità di 1000 posti-lavoro per la Direzione Generale a Roma.
Nasce cosi in viale Mazzini 14, una macrostruttura in acciaio e vetro, secondo quello che si definiva international style, prodotto di un’architettura moderna, funzionale e essenziale. L’edificio (oggi in restauro) fu progettato e realizzato fra il 1962 e il 1965 dall’ingegnere Alessandro Fioroni e da un giovanissimo architetto, Francesco Berarducci, allievo del rinomato progettista Pier Luigi Nervi.
Bernardi fu ancora vice direttore generale della Rai quando la costruzione del nuovo edificio era in corso e si fece promotore di cosiddetti “attributi aggiuntivi” all’architettura del palazzo: quadri d’autore per uffici e spazi comuni e importanti sculture per l’atrio principale, commissionando anche a Francesco Messina una grande scultura da collocare all’esterno della nuova prestigiosa sede.
“Ho intenzione di fare proprio un cavallo ferito in combattimento, sai – dichiarò Francesco Messina, mentre stava realizzando il cavallo nel 1965 – e allora il cavallo nitrisce come il cigno canta quando muore. Devo fare una cosa molto movimentata e nello stesso tempo statica perché deve essere un punto fermo. Io devo fare una scultura definitiva. Il cavallo senza pace”.
Nel 2005, la statua fu al centro di una richiesta di pignoramento giudiziario nell’ambito di una causa di risarcimento nei confronti della Rai presentata da alcuni ex collaboratori; precisamente, nel gennaio del 2005 ecco una nuova nube addensarsi sulla sua testa.
Sulla pancia dell’ignaro animale era comparsa una minacciosa scritta: “Bene sottoposto a pignoramento giudiziario”. Che cosa era successo? Quattro dipendenti con contratto a termine della Tv di Stato, tre parrucchieri-truccatori e una costumista, avevano fatto causa per il reintegro ottenendo un risarcimento di 80 mila euro, che però la Rai si era rifiutata di pagare. L’avvocato dei quattro aveva così pensato di procedere al pignoramento del cavallo; certo una provocazione, che non ha però mancato di suscitare un certo imbarazzo e qualche polemica.
Alla fine il cavallo di viale Mazzini si è salvato.
Non è stata pignorata, come si rischiava, la famosa opera che si trova all’ingresso degli uffici romani della Rai, in seguito a una richiesta di risarcimento da parte di alcuni ex collaboratori della tv di Stato.
“La Rai si è presentata con 100.000 euro in assegni, quasi l’intero importo dovuto ai quattro dipendenti di Milano, quindi non c’è stato alcun bisogno di pignorare il cavallo di viale Mazzini”, dichiara l’avvocato Carlo D’Inzillo spiegando l’ultimo atto di una causa intentata all’azienda da quattro suoi dipendenti che rischiava di concludersi con il pignoramento della statua assurta a simbolo della Rai. “L’importo dovuto era di 20.000 euro circa maggiore ma si è provveduto con un intervento all’ultimo momento”, aggiunge D’Inzillo, che annuncia: “Questa vicenda si chiude così ma solo io patrocino altre 130 cause di dipendenti Rai, tutte andate a sentenza e delle quali chiederò l’esecuzione. Spero si arrivi a una soluzione in tempi brevi e senza inutili aggravi di costi per quella che è pur sempre un’azienda pubblica”.
Il viaggio fra le opere più rappresentative del patrimonio artistico e architettonico Rai giunge al 1990. L’Italia è sotto i riflettori: il nostro Paese ospita i Mondiali di calcio e le immagini che arrivano in tutti i televisori del pianeta sono quelle della Rai e provengono dall’International Broadcasting Center, per l’occasione quartier generale di stampa e tv internazionali accreditate (160), inaugurato il 5 giugno a Saxa Rubra.
La Rai, host broadcaster dell’evento, è all’avanguardia nella tecnologia e, proprio in occasione dei Mondiali, sperimenta l’alta definizione: l’8 giugno, per la prima volta, un segnale in HDTV, quello della partita inaugurale Argentina – Camerun, viene trasmesso via satellite e proiettato su grande schermo e chi scrive queste note era presente alla visione da giovane cronista ventenne.
Dopo i Mondiali, il Centro di produzione di Saxa, costruito su progetto dell’architetto Roberto Panella, diventa “la cittadella dell’informazione” Rai e nel 2011 sarà ribattezzato Centro radiotelevisivo Biagio Agnes.
Il più esteso tra gli insediamenti aziendali ospita tutte le testate della Rai distribuite in dieci palazzine, con 50 studi televisivi e radiofonici e una popolazione di circa 3 mila addetti fra giornalisti, tecnici e impiegati.
A sancire l’ingresso della Rai in una nuova era negli anni ’90, è il simbolo stesso del Centro, il Pegaso, un maestoso cavallo alato, in legno e bronzo, con parti rivestite in oro, trattenuto al suolo da una grossa fune, scolpito dallo scultore e scenografo, Mario Cèroli, abruzzese di Castel Frentano, nato nel paese chietino, il 17 maggio 1938.
Pegaso, rappresenta il famoso cavallo alato della mitologia greca, simbolo universale dell’elevazione spirituale, della libertà e dell’ispirazione poetica.
Nato dal sangue di Medusa e amato da Poseidone, unisce la forza terrena del cavallo alla leggerezza del volo.
Con un colpo del suo zoccolo sul monte Elicona, fece scaturire la fonte Ippocrene, sacra alle Muse, diventando l’emblema dell’ispirazione artistica e della poesia.
Rappresenta il superamento dei limiti umani, la vittoria sul caos (la Chimera sconfitta con Bellerofonte) e l’aspirazione verso la conoscenza divina.
L’imponente “cavallo alato” è uno dei due famosi cavalli radiotelevisivi della Rai.
Situata su di una collina artificiale, questa opera del 1987, nasce dall’estro dello scultore abruzzese.
La collina ha una doppia valenza: la prima è l’ovvia posizione rialzata per permettere una migliore visibilità dell’opera, la seconda è più incentrata sul concetto stesso di rinascita. Alla base della collina si estende per tutto il perimetro una distesa di ciottoli bianchi che, illuminati da barre led a luce blu, rappresentano l’acqua del mare, la luce bianca naturale che illumina la collina rappresenta la terra, ed infine la luce calda che illumina la finitura dorata della scultura rappresenta l’aria, che non prende il volo perché trattenuta da una poderosa fune.
Ceroli ha iniziato la sua carriera a Roma negli anni ‘60, nel periodo della Pop Art: artista eclettico, scultore, disegnatore, architetto, pittore e scenografo, ha saputo trasformare un materiale grezzo come il legno in opere d’arte di grande bellezza.
In un documentario di Rai Cultura, Mario Ceroli si racconta muovendosi fra le sue opere. Lo scultore sottolinea come la sperimentazione dei materiali sia per lui fondamentale nel percorso di ricerca e crescita artistica e come i suoi cavalli, in legno e in bronzo, siano simbolo di aspirazione alla conquista e alla libertà.
Molte sono state le letture della sua scultura di Saxa Rubra: per alcuni il cavallo alato lotta eroicamente per liberarsi da ogni vincolo e volare in alto, per altri un ruolo importante riveste la fune, che evidenzia l’importanza di tenere legata al mondo la forza vitale del Pegaso.
D’altra parte, come abbiamo visto, anche il cavallo di viale Mazzini, opera di Francesco Messina, ha da sempre suggerito visioni molto diverse: oggi viene usualmente chiamato “cavallo morente”, quando invece era stato concepito dal suo autore come un cavallo ferito, che cerca di rialzarsi per riprendere a lottare con vigore ed energia.
Interpretazioni diverse in un percorso comune: anche i due cavalli della Rai, morenti o rampanti, perdenti o vincenti, possono essere visti come tasselli di quel complesso mosaico che racconta, anche attraverso l’arte, l’evoluzione di un’azienda in un mondo che si trasforma tra passato e presente, classico e pop, bianco/nero e colore, antenna e parabola, analogico e digitale, Sd e Hd, 4k e molto altro.
Ed allora cosa meglio di fare del cavallo un simbolo dell’Italia che si rialza e non muore? Anche Ribot e Varenne oggi non vi sono più, ma la loro leggenda rivive nelle loro vittorie.
Per Varenne dal Derby all’Amerique, un solo ‘Capitano’, un soprannome omaggio al carisma di una carriera di successi, 63 in 72 corse.
Varenne è leggenda nel trotto, ma la biomeccanica del galoppo è diversa. Forse la potenza del Capitano la forza fisica immensa, la capacità polmonare fuori dal comune, il carattere e la determinazione unici in pista unite ad una resistenza ed al recupero muscolare eccezionali (insomma il suo motore straordinario); la sua potenza e la sua tempra ne avrebbero fatto di lui un grandissimo atleta anche nel galoppo, sebbene le due discipline richiedano doti e conformazioni tattiche specializzate.
Il trotto richiede un equilibrio e una coordinazione meccanica severissima per non “rompere” di galoppo.
Il galoppo puro esalta la velocità massimale esplosiva su brevi e medie distanze con sella.
Un fuoriclasse assoluto come Varenne possedeva doti di spinta tali da dominare la scena cinetica in ogni caso.
Varenne possedeva una potenza muscolare, una coordinazione e una struttura tali da far pensare che avrebbe eccelso ovunque, ma il galoppo e il trotto restano discipline ippiche profondamente diverse per biomeccanica e regolamento.
Nel trotto, il cavallo è stato, senza dubbio, il numero uno assoluto della storia; trasformare quella forza immensa in galoppo sui prati di un ippodromo dedicato al galoppo resta un esercizio di pura e affascinante utopia sportiva.
Per la natura delle andature, il trotto richiede un ritmo simmetrico e diagonale rigidamente controllato; se il cavallo rompe l’andatura e galoppa in corsa, viene squalificato o penalizzato.
Nel galoppo, è l’andatura naturale di massima velocità pura che richiede attitudini genetiche e morfologiche specifiche dei purosangue da corsa.
La spinta del treno posteriore di Varenne era talmente debordante che molti esperti hanno spesso sognato di vederlo all’opera su distanze piane al galoppo, paragonandolo idealmente ad altri miti del turf come Ribot.
Nella sua primissima uscita a Bologna, il 4 aprile 1998, Varenne ruppe di galoppo su un’ultima curva prima di rimettersi di trotto e volare comunque verso il traguardo, dimostrando di possedere una dinamica fuori dal comune.
Non sapremo mai se la sua azione dirompente si sarebbe adattata con la stessa efficacia alla sella e alle piste in erba del galoppo puro, ma la grandezza del “Capitano” risiede proprio nell’aver reso immortale il trotto.
Come Ribot nel galoppo, così Varenne nel trotto, cavalcando la fantasia di generazioni, sulle ali della bellezza e del mito.
E’ stato il cavallo alato che ha fatto diventare il trotto uno spettacolo mondiale, capace di vincere a Parigi come a Stoccolma, ad Agnano come a New York. Varenne, il “Capitano”, è morto a 31 anni nell’allevamento LJ di Eboli, in provincia di Salerno, dove ha trascorso l’ultimo periodo della sua vita e dove gli dedicheranno un mausoleo.
Nato il 19 maggio 1995, nell’allevamento di Zenzalino di Copparo (dove, come detto, aveva vissuto la giovinezza un grande uomo di cultura e di difesa dell’ambiente, come Vittorio Emiliani), era stato chiamato Rue de Varenne, dal nome della via di Parigi dove all’epoca sorgeva l’Ambasciata d’Italia.
E chi scrive, guarda caso, celebra, quest’anno, con mia moglie, Gianna (che, ironia della sorte, ha vissuto la sua infanzia ed adolescenza, in un quartiere romano vicino all’ippodromo delle Capannelle) il venticinquesimo di matrimonio, ricordando proprio quel viaggio di nozze del giugno 2001, a Parigi e che ci vide visitare anche quella nota via.
Con il susseguirsi delle vittorie, Varenne era stato conosciuto anche come ‘il figlio del vento’.
Ma il soprannome che lo accompagnerà per tutta la sua straordinaria vita agonistica é ‘il Capitano’. A coniarlo il giornalista sportivo Domenico Deci.
Grande tifoso del Milan, l’aveva scelto in omaggio a Franco Baresi, storico capitano rossonero scomparso di recente, per sottolineare l’autorevolezza e la classe che sprigionava in pista.
Deci, scomparso prematuramente, seguì in giro per il mondo il fantastico cavallo e coniò per Varenne il soprannome Il Capitano, dopo la rivalità con Viking Kronos, chiamato Il Fenomeno in onore di Ronaldo.
Con lui, scompare il protagonista di una delle più straordinarie epopee della storia dell’ippica, grazie alle sue 62 vittorie in 73 corse, oltre sei milioni di euro di premi e un palmarès costruito nei più prestigiosi ippodromi del mondo.
Figlio dello stallone americano Waikiki Beach e della fattrice italiana Ialmaz, aveva un nome che sembrava già contenere una destinazione internazionale: Varenne, come la rue de Varenne di Parigi, la strada dell’ambasciata d’Italia in Francia. Quella città sarebbe diventata, pochi anni più tardi, uno dei luoghi della sua consacrazione. Generando una febbre da cavallo non soltanto negli scommettitori, ma anche nel grande pubblico sportivo.
Nel mondo del trotto è stato considerato, a ragione, qualcosa di più di un campione. Un fenomeno. Il cavallo capace di trasformare una corsa in un racconto, un arrivo in una scena da ricordare, una vittoria in un appuntamento per un pubblico che andava ben oltre gli appassionati di ippica. Il suo bilancio racconta già una parte della leggenda: 62 vittorie, sei secondi posti e due terzi posti, con oltre sei milioni di euro di premi. Il sito ufficiale dedicato al campione lo definisce il cavallo più forte di tutti i tempi e ricorda come sia stato il trottatore più ricco e vincente della storia.
Ma per capire Varenne bisogna tornare all’inizio. E all’inizio, curiosamente, c’è una squalifica, come si diceva in apertura.
Il debutto arriva a Bologna, il 4 aprile 1998. Varenne rompe di galoppo e viene squalificato, ma quella giornata che avrebbe potuto essere soltanto una battuta d’arresto diventa invece il primo indizio di ciò che sta per accadere. Costretto a lasciare strada agli avversari, il giovane cavallo produce una rimonta impressionante e si fa notare dagli osservatori. Tra questi c’è Enzo Giordano, appassionato di ippica e cambiavalute napoletano quando ancora non c’era la moneta unica, che decide di comprarlo dall’allenatore e driver francese Jean-Pierre Dubois per 150 milioni di vecchie lire.
È l’inizio della storia della Scuderia Dany e, soprattutto, del binomio che avrebbe accompagnato Varenne nell’età dell’oro: l’allenatore finlandese Jori Turja e il driver romano Giampaolo Minnucci. Con Minnucci, salvo il debutto e due parentesi nel 2002 dovute alla squalifica del driver romano, Varenne costruirà un rapporto destinato a diventare parte integrante della sua leggenda. «Ci lascia non solo il più grande cavallo trottatore della storia ma una delle più grandi leggende italiane, che va oltre lo sport. L’affetto di tanti italiani in queste ore è commovente, ringrazio tutti». Così un emozionato Daniele Giordano, divenuto proprietario di Varenne, dopo la morte, l’anno scorso, del padre Enzo. «Sono stato testimone di quasi tutte le vittorie di Varenne, perché seguivo sempre mio padre negli ippodromi di tutto il mondo – aggiunge Giordano -. Mi ricordo con particolare emozione quando, dopo il secondo successo nel Gran Prix d’Amerique nel 2002, Varenne si inchinò di fronte a decine e decine di bandiere italiane. Provammo una felicità particolarmente intensa».
La prima grande consacrazione di Varenne arrivò nel 1998, con il Derby italiano del trotto. Varenne affronta Viking Kronos, il dominatore della sua generazione, e lo batte con autorevolezza.
L’anno successivo è quello della definitiva esplosione: Varenne vince quasi tutti i grandi appuntamenti del circuito dei quattro anni e si presenta sulla scena internazionale al Gran Premio delle Nazioni di San Siro, dove supera anche la fortissima americana Moni Maker. Il 1999 si chiude con un dato che anticipa la sua natura: 14 corse, 14 vittorie.
Nel 2000, il confronto si fa mondiale. Varenne corre 18 volte e vince 13 corse. A Parigi, nel suo primo Prix d’Amérique, deve fare i conti con una partenza contestata e ripetuta tre volte. Rimane nelle retrovie, poi rimonta, arriva a prendere la testa e soltanto nel finale paga lo sforzo, chiudendo terzo. Non è ancora la vittoria, ma è già una dimostrazione di forza. Due settimane dopo, sulla stessa pista, batte Général du Pommeau nel Prix Louis Roederer. Poi arrivano il Gran Premio della Lotteria di Agnano e il Gran Premio Giubileo di Roma.
Poi arriva il 2001. E’ l’anno nel quale Varenne smette semplicemente di essere un campione e diventa una misura con cui confrontare tutti gli altri. A gennaio conquista il Prix d’Amérique. A maggio, ad Agnano, concede il bis nella Lotteria. Poche settimane dopo vola a Stoccolma e vince l’Elitloppet, piegando sul rettilineo il beniamino di casa Victory Tilly. Tre grandi corse, tre nazioni, tre trionfi. E non è finita.
In estate attraversa l’Atlantico per affrontare la Breeders Crown, negli Stati Uniti. A Meadowlands Varenne domina e fissa il record mondiale sul miglio: 1’09″1 al chilometro, un tempo che allora sembrava appartenere a un’altra dimensione.
Il risultato consegna al cavallo italiano una dimensione definitivamente globale. La vittoria americana, ottenuta davanti a un pubblico in festa e alle bandiere tricolori degli italoamericani, diventa una delle immagini simbolo della sua carriera.
In sostanza il 2001 è, semplicemente, l’anno di Varenne. Il Prix d’Amérique, la Lotteria, l’Elitloppet e la Breeders Crown rappresentano una sequenza che nessun altro trottatore aveva saputo realizzare nello stesso anno.
Il sito ufficiale del campione considera proprio quella stagione la vetta della sua leggenda: Varenne è l’unico trottatore ad aver conquistato nello stesso anno 2001 (guarda caso quello del matrimonio di chi scrive e se volete anche dell’ultimo scudetto della A.S. Roma…) le principali corse del trotto mondiale.
A rendere ancora più straordinaria la sua storia c’è il modo in cui quelle vittorie arrivavano. Varenne non aveva bisogno di nascondersi. Era un cavallo capace di correre davanti, di imporre il proprio ritmo, di aspettare e poi accelerare, di rimontare quando sembrava perduto. La sua superiorità aveva spesso qualcosa di teatrale, ma non di artificioso: era la conseguenza di una combinazione irripetibile di velocità, resistenza, intelligenza agonistica e capacità di esprimersi su piste e distanze differenti.
Nel 2002, il “Capitano” ripete il Grand Slam europeo: di nuovo Prix d’Amérique, di nuovo Lotteria, di nuovo Elitloppet. A Stoccolma torna a vincere e continua il suo giro del mondo, accumulando successi e record. A quel punto Varenne è già il trottatore più ricco e più veloce della storia, oltre che un’autentica celebrità. Le sue imprese conquistano le pagine dei giornali sportivi ma anche quelle della stampa generalista. La sua immagine arriva fino alla copertina di SportWeek, segno di una popolarità ormai uscita dai confini dell’ippica.
La carriera agonistica si chiude il 28 settembre 2002 a Montréal, nella tappa conclusiva della World Cup. È una sconfitta, inattesa per un cavallo abituato a vincere, ma il trofeo è comunque suo grazie ai risultati precedenti. È quasi un dettaglio statistico rispetto a ciò che è accaduto nei quattro anni precedenti. Varenne lascia le piste con un’eredità che nessun risultato negativo può scalfire.
Da quel momento comincia una seconda vita. Varenne diventa stallone. Dal 2002 viene impiegato nella riproduzione e negli anni successivi la sua fama passa alle nuove generazioni.
Sono più di 2.000 i figli attribuiti al “Capitano” secondo le informazioni riportate sul suo profilo ufficiale e nelle biografie dedicate al campione. Tra loro ci sono vincitori del Derby italiano come Lana del Rio, Nadir Kronos, Olona Ok, Pascià Lest e Testimonial Ok. Altri suoi figli hanno costruito carriere internazionali di primo piano. E’ forse questo l’aspetto più importante della seconda parte della sua storia: Varenne non ha semplicemente lasciato un albo d’oro. Ha lasciato una discendenza. Il suo nome è diventato anche un patrimonio genetico del trotto italiano e internazionale.
Dopo l’allevamento Il Grifone di Vigone, in Piemonte, è passato all’Equicenter Monteleone, nel Pavese, e poi alla tenuta Il Cigno di Villanterio. Nel marzo 2025, era arrivato all’allevamento LJ di Dario De Angelis, a Eboli, in Campania. Lì ha trascorso l’ultimo tratto della sua vita, ormai lontano dalle piste ma ancora capace di richiamare appassionati e visitatori. Il suo sito ufficiale ricorda come, anche negli ultimi anni, fosse meta di visite da parte di ammiratori provenienti da tutto il mondo.
Varenne non è stato imbattibile: ha perso 11 delle sue 73 corse (Ribot invece vinse tutte e 16 le corse disputate).
Ma è proprio questo a rendere la sua storia ancora più “umana”, pur trattandosi della storia di un cavallo. Il debutto con una squalifica, la rimonta impossibile, le sconfitte, le vittorie, i record, il giro del mondo e infine il ritiro. Una carriera breve, come sono brevi le carriere dei grandi campioni, ma abbastanza lunga da lasciare una traccia che il tempo difficilmente cancellerà. Guarda i muscoli del “Capitano”, canterebbe ancora De Gregori.
“Lui non può rimontare perché è sempre in testa, al posto del cuore monta un turbo speciale…”.
Nel 2001, Enzo Jannacci (amico dell’indimenticato scrittore e giornalista milanese Rai, Beppe Viola che di cavalli se ne intendeva, come a breve diremo) aveva dedicato a Varenne una canzone, contenuta nell’album dal titolo evocativo ‘Come gli aeroplani’.
Segno di quanto il più grande trottatore della storia, scomparso all’età di 31 anni nel suo buen retiro di Eboli, fosse entrato nell’immaginario degli italiani, uscendo dagli ippodromi per diventare leggenda, parte della storia, non solo sportiva, di un Paese intero.
A sette anni si era piazzato secondo, a Montreal, nel Mondial Trot, dietro la francese Fan Idole. Era poi stato distanziato all’ultimo posto per aver rotto l’andatura, passando al galoppo. Curiosamente questo incidente gli era capitato solo nella corsa di esordio, nel 1998, a Bologna, dove aveva comunque impressionato per l’eccezionale recupero, partito dopo aver dovuto lasciar passare avanti quasi tutti gli altri cavalli.
A intuirne le qualità, nonostante quel primo inciampo, era stato Enzo Giordano e contribuì a costruire intorno a lui una squadra destinata a diventare famosa, a partire dall’allenatore, il finlandese Jori Turja.
Varenne era in un certo senso un predestinato, grazie ad una genealogia unica. Il padre, Waikiki Beach, era figlio di Speedy Somolli, da Speedy Crown e la madre Ialmaz figlia di Zebu, da Sharif di Iesolo.
Ha corso in carriera 72 gare vincendone 63, raccogliendo oltre sei milioni di euro in premi (primato assoluto davanti alla statunitense Moni Maker).
Sul sulky al quale era agganciato sedeva quasi sempre il romano Giampaolo Minnucci, che non sarà il suo driver solo in tre occasioni. Lui e Giordano inizialmente volevano comprare un altro cavallo, Voyant, che poi fu acquistato da Luciano Moggi. Ma Minnucci, saputo che era figlio di Ialmaz, non se l’era più tolto dalla testa.
Il suo palmarès comprende alcune delle competizioni internazionali più importanti, che fecero di Varenne l’unico nella storia ad aver vinto il titolo di ‘Cavallo dell’anno’ in tre differenti Stati (Italia, Francia e Stati Uniti): nel 1998 arrivò la vittoria nel Derby italiano del trotto. Poi, tra il 2000 e il 2002, conquistò per tre volte il Gran Premio Lotteria di Agnano. A Parigi vinse il Prix d’Amérique nel 2001 e nel 2002, mentre a Stoccolma si impose nell’Elitloppet nelle stesse due stagioni.
Nel 2001 aggiunse alla sua collezione la Breeders Crown negli Stati Uniti e divenne l’unico trottatore ad aver vinto le corse più importanti del mondo nello stesso anno.
Poi il ritiro e l’inizio di una carriera da riproduttore altrettanto prodigiosa, e remunerativa per i proprietari, con un numero di figli che supera quota 2.500 e non pochi riuscirono anche a brillare in pista.
Fu una macchina da soldi, quel cavallo all’apparenza pigro ma dal cuore grande, capace di guadagnare sei milioni di euro solo in premi e molti altri come riproduttore, ma una macchina fuoriserie che faceva sognare. “Guidare Varenne era come avere un Ferrari con il cervello”, ricordava Minnucci in una intervista.
Per dare il senso della grandezza di Varenne, ecco il ricordo di chi lo ha visto correre a San Siro, nel celebre ippodromo vicino allo Stadio Giuseppe Meazza, spesso ricordato con accostamenti ironici, ma efficaci, nei servizi domenicali per la RAI del campionato calcistico ed in racconti sublimi solo da poco pubblicati postumi, anche da una leggenda del giornalismo milanese e non solo, come Beppe Viola, per il quale il calcio come l’ippica era romanzo popolare fatto di storie di personaggi, spesso minori, ma proprio per questo unici e straordinari, amico anche di Iannacci che a Varenne ha dedicato un canzone, come detto. E chissà come avrebbe narrato le gesta di Varenne, Beppe Viola…magari così.
Una domenica a San Siro c’è chi ha visto vincere Varenne e magari non era mai stato un grande appassionato di ippica, come peraltro chi scrive queste note, che lo è diventato solo dopo anni e per il quale il detto “darsi all’ippica” in questo caso con Varenne è stato un segno del destino.
Per chi, però, viveva nei primi anni ’90, vicino a Milano, spesso per molti, era un piccolo passatempo, magari lasciandosi convincere da parente o da un collega, andare all’Ippodromo di San Siro per assistere ad una gara di trotto.
Una classica domenica di metà novembre, quando (e non solo al Nord Italia) alle cinque del pomeriggio è già buio e la nebbia inizia a scendere e nell’aria si mescola l’odore delle caldarroste, già allora vendute a peso d’oro.
L’Ippodromo di San Siro è nel piazzale antistante lo stadio. Quella domenica (14/11/1999), però, né Inter né Milan giocavano: il campionato era fermo per gli impegni delle Nazionali.
E proprio in quel tardo pomeriggio era in programma una delle corse più importanti dell’anno: il Gran Premio delle Nazioni, con al via alcuni dei migliori cavalli del mondo e fu difficile dimenticare quella corsa.
Una sfida combattuta dall’inizio alla fine, con due cavalli davanti a tutti. Da una parte Mony Maker, la fortissima campionessa americana. Dall’altra Varenne, il nostro cavallo. Quello che sarebbe diventato il più grande trottatore di tutti i tempi.
Sul rettilineo finale, i due purosangue si danno battaglia, un testa a testa difficile da dimenticare.
In un solo istante, verso la fine, i seggiolini scattarono uno dopo l’altro, come in un effetto domino con il pubblico che si alza tutto in piedi.
Varenne aveva vinto e passò davanti come nel suo stile, con il suo muso proteso, quasi un proverbiale inchino.
Quella sera, essendo una tra le prime gare vinte da Varenne a Milano, il pubblico, dal vivo, aveva assistito a qualcosa di storico ed oggi, mentre il Capitano se ne va, quella corsa, narrata quasi come un romanzo popolare, assume un sapore ancora più speciale.
Sempre a Milano, nel 2012 (trasmissione riproposta a tarda notte (00:45) su Rai Due, il 19 agosto 2026), Varenne varcherà gli studi televisivi Rai di Corso Sempione, quelli della Domenica Sportiva e prese parte ad uno speciale a lui dedicato, condotto da Auro Bulbarelli e che vide la partecipazione del proprietario Enzo Giordano, del driver romano Giampaolo Minnucci, dell’allenatore finlandese Jori Turja e del giornalista della Gazzetta dello Sport, Michele Ferrante, autore dell’instant book nel 2002 su Varenne e di un grande appassionato ed intenditore come Gianni Cerqueti che parla della corsa con uno dei cavalli preferiti, Veloce Jet che sfidò Varenne, con l’allora favorito Viking Kronos, nel derby di Roma dell’11 ottobre 1998, vinto dal Capitano a Tor di Valle.
Varenne, come per un colpo di teatro, alla fine del programma entra negli storici studi milanesi e si mangia un intero cesto di carote, mentre si gira ogni tanto, accarezzato da Minnucci, ad osservare le sue gesta che scorrono sul grande video wall dello studio.
L’11 ottobre 1998, a Tor di Valle, Varenne fu iscritto al Derby italiano del trotto. I nomi degli avversari erano da far tremare le gambe, a partire da Viking Kronos, considerato allora il fenomeno emergente dell’ippica italiana e che lo aveva già battuto al Gran Premio Nazionale di Milano. Quella volta fu il giovane campione a rubare la scena. Varenne vinse il Derby con Minnucci in 1.13.9 sui 2.100 metri. Fu uno dei momenti nei quali il talento intravisto nei mesi precedenti smise di essere una promessa per trasformarsi in certezza. Da Tor di Valle cominciava la scalata del cavallo che avrebbe dominato il trotto mondiale. Un anno più tardi tornò nella Capitale per conquistare anche il Tino Triossi.
Il rapporto con Tor di Valle raggiunse uno dei suoi punti più alti nel 2000. Il 23 settembre, Varenne vinse il Premio Colonna Traiana e l’8 ottobre conquistò il Gran Premio del Giubileo, davanti a un gruppo di avversari di livello internazionale. Fu anche un successo di pubblico: l’ex ippodromo romano ricorderà quella giornata come uno dei suoi grandi bagni di folla.
Il suo motore si é spento, il ricordo vivrà per sempre come quello dei tanti appassionati di cavalli e delle corse cui mi avvicinai da giovane, attratto da miti del giornalismo specializzato come Alberto Giubilo, Rino Icardi (per anni vicino di casa di chi scrive queste note) e Claudio Icardi, senza dimenticare Gianni Cerqueti, altro grande appassionato e competente, quando con altri amici, oggi tutti laureati, un tempo studenti universitari, un pomeriggio, verso sera, a Tor di Valle a Roma (dove le ha vinte tutte e 9 quelle corse nella Capitale), alla fine degli anni ’90, vedemmo vincere in pista un giovane purosangue di nome Varenne…

