Il giudizio altrui come specchio dell’anima:
uno studio comparato tra etica stoica, psicologia cognitiva e ascetica monastica cristiana
di Michele Gabriele Cristiano
This article examines the claim, formulated by Marcus Aurelius in his private notebooks (conventionally titled Meditations), that another person’s negative judgment primarilydiscloses the inner state of the one who judges rather than an objective truth about the one judged. Reconstructed within its Stoic epistemological framework — the distinction betweenimpression (phantasia) and assent (synkatathesis) — this claim is compared with twotraditions that converge on it largely independently: twentieth-century cognitive-behaviouralpsychotherapy, which explicitly acknowledges its debt to Stoicism, and the ascetic literature of the Desert Fathers, whose matrix is primarily evangelical but which absorbs introspectivetools of Greek philosophical origin. The article argues that the convergence of these threecorpora implies neither a single genealogy nor an identity of foundations — the impersonalStoic Logos and the personal God of the Gospel remain irreducible to one another — butdocuments a recurring practical structure: suspending self-judgment by examining the premises of another’s judgment protects inner equilibrium independently of the metaphysicalframework that sustains it.
Duemila anni prima della psicoterapia moderna, un imperatore romano aveva già capito che chi ci giudica racconta più di sé stesso che di noi: è la tesi che Marco Aurelio formula nei Colloqui con sé stesso, secondo cui il giudizio negativo altrui rivela primariamente lo stato interiore di chi giudica anziché una verità oggettiva su chi è giudicato.
Ricostruita nella sua cornice epistemologica stoica — la distinzione tra rappresentazione (phantasia) e assenso (synkatathesis) — questa tesi viene messa a confronto con due tradizioni che vi convergono in modo largamente indipendente: la psicoterapia cognitivo-comportamentale novecentesca, che riconosce esplicitamente il proprio debito nei confronti dello stoicismo, e la letteratura ascetica dei Padri del deserto, la cui matrice è primariamente evangelica ma che assorbe strumenti di introspezione di origine filosofica greca.
L’articolo sostiene che la convergenza tra questi tre corpora non implichi un’unica genealogia né un’identità di fondamenti — il Logos impersonale stoico e il Dio personale del Vangelo restano irriducibili l’uno all’altro — ma documenti una struttura pratica ricorrente: la sospensione del giudizio su di sé fondata sull’esame delle premesse del giudizio altrui protegge l’equilibrio interiore indipendentemente dal quadro metafisico che la sostiene.
1. Introduzione
Il modo in cui un individuo reagisce al biasimo, alla critica o all’ostilità altrui costituisce, da almeno due millenni, un banco di prova ricorrente per la filosofia pratica e per la spiritualità ascetica. Nel II secolo d.C. l’imperatore romano Marco Aurelio Antonino, formato alla scuola stoica, annota nei propri Colloqui con sé stesso (Τὰ εἰς ἑαυτόν, tradizionalmente noti in Occidente come Meditazioni o Pensieri) una serie di esercizi mirati a neutralizzare il turbamento provocato dal giudizio esterno. Il nucleo di questi esercizi non è la negazione del dolore che il biasimo può causare, bensì lo spostamento del focus analitico: dal contenuto del giudizio alla struttura psichica di chi lo formula.
La domanda che guida questo contributo è se tale spostamento — dalla difesa di sé all’esame dell’altro — sia un artefatto isolato della cosmologia stoica oppure corrisponda a una struttura psicologica più generale, rintracciabile anche in corpora testuali indipendenti quanto a lingua, epoca e cornice dottrinale. A tal fine il presente lavoro procede per gradi: (i) ricostruisce l’argomento stoico nella sua cornice epistemologica; (ii) ne verifica la ripresa esplicita nella psicoterapia cognitivo-comportamentale contemporanea; (iii) esamina un corpus indipendente, quello dei Detti dei Padri del deserto, la cui matrice dottrinale è evangelica; (iv) discute le mediazioni storiche note tra ascetismo filosofico greco e monachesimo cristiano delle origini; (v) valuta criticamente la portata e i limiti del confronto.
2. Il giudizio altrui nell’etica stoica: Marco Aurelio e la struttura dell’assenso
Il punto di partenza testuale è un passo del libro IX dei Colloqui, nel quale Marco Aurelio prescrive un metodo preciso di fronte al biasimo: non contrastare l’opinione altrui né difendersi da essa, ma «andare alla loro anima, penetrarvi» per verificare «che razza di uomini siano» (Meditazioni, IX, 27). La conclusione che l’imperatore trae da questo esercizio è che risulta superfluo angosciarsi per ottenere l’approvazione di chi giudica, una volta chiarito da quali premesse quel giudizio proceda.
Questo passo si inserisce in una rete argomentativa più ampia. Nel libro VIII, Marco Aurelio formula il principio secondo cui il danno percepito non risiede nel fatto esterno ma nell’opinione che il soggetto forma su di esso: «Togli l’opinione, e sarà tolto il ‘sono stato offeso’» (Meditazioni, VIII, 40). Nel libro XII, infine, osserva con una punta di ironia autocritica come ogni uomo ami se stesso più di chiunque altro, pur attribuendo maggior peso al giudizio altrui che al proprio (Meditazioni, XII, 4). Letti insieme, questi tre passaggi delineano un’unica tesi: il valore normativo che attribuiamo al giudizio di un’altra persona è una nostra scelta, non un dato imposto dall’esterno, e tale scelta può essere rivista esaminando l’affidabilità epistemica e morale di chi giudica.
La fonte teorica di questa posizione va cercata nella psicologia stoica dell’assenso, sistematizzata da Crisippo e trasmessa a Roma attraverso Epitteto, il cui Manuale (Enchiridion) apre con la formula, poi ripresa quasi alla lettera da Marco Aurelio, secondo cui «non sono le cose a turbare gli uomini, ma le opinioni che essi hanno delle cose» (Enchiridion, 5). Per lo stoicismo ogni impressione sensoriale o mentale (phantasia) richiede un atto di assenso (synkatathesis) da parte del principio direttivo (ἡγεμονικόν, hegemonikon) prima di tradursi in giudizio e quindi in emozione. Il biasimo altrui è, in questo schema, un’impressione neutra finché non riceve l’assenso del soggetto giudicato; ma è anche, simmetricamente, il prodotto dell’assenso già dato dal soggetto giudicante alle proprie premesse — spesso erronee — su ciò che conta come bene e come male.
3. La ripresa dello schema stoico nella psicoterapia cognitivo-comportamentale
La continuità tra questo modello e la psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT) non è un’analogia ricostruita a posteriori, ma un debito che i fondatori della disciplina hanno riconosciuto esplicitamente. Albert Ellis, ideatore della Rational Emotive Behavior Therapy (REBT), pone a fondamento del proprio modello clinico la medesima citazione di Epitteto sopra richiamata, presentandola come l’intuizione originaria da cui deriva la propria teoria dei disturbi emotivi (Ellis, 1962). Aaron Beck, sviluppando indipendentemente la terapia cognitiva per la depressione, riconosce a sua volta che le origini filosofiche del proprio approccio risalgono ai filosofi stoici (Beck, Rush, Shaw & Emery, 1979).
La letteratura storico-clinica ha analizzato in dettaglio questa filiazione. Donald Robertson (2010) ricostruisce come il modello ABC della REBT — evento attivante, sistema di credenze, conseguenza emotiva — riproduca la sequenza stoica impressione-assenso-passione, mentre Still e Dryden (1999) mostrano come la citazione di Epitteto sia divenuta, nella prassi clinica della REBT, uno strumento didattico impiegato fin dalle prime sedute per introdurre il paziente alla distinzione fra evento e valutazione dell’evento. In questa cornice, il biasimo ricevuto da altri viene trattato non come dato oggettivo ma come materiale da sottoporre a verifica razionale: la domanda clinica pertinente non è se il giudizio sia vero, ma su quali premesse, spesso disfunzionali, esso si fondi in chi lo formula.
Un secondo filone di ricerca, relativo alla regolazione emotiva, offre una convalida empirica indipendente di questo meccanismo. Gli studi sulla self-compassion condotti da Kristin Neffmostrano che la capacità di collocare un evento critico — incluso il giudizio negativo altrui — in una prospettiva di comune umanità, anziché interpretarlo come verdetto definitivo sul proprio valore, produce un senso di autostima più stabile e meno dipendente dall’approvazione esterna rispetto all’autostima costruita per comparazione sociale (Neff & Vonk, 2009). Una rassegna più recente della stessa autrice conferma che questo pattern si associa a minore autocritica e maggiore resilienza emotiva di fronte al fallimento e al giudizio esterno (Neff, 2023). Il meccanismo descritto da questa letteratura — la differenziazione tra lo stimolo critico e la risposta valutativa del soggetto — riproduce, in linguaggio empirico, la distinzione stoica tra rappresentazione e assenso.
4. La tradizione ascetica dei Padri del deserto: una convergenza indipendente
Una conferma di natura diversa — non clinica ma spirituale, e cronologicamente prossima a Marco Aurelio pur muovendo da premesse dottrinali del tutto estranee allo stoicismo — proviene dalla letteratura monastica egiziana dei secoli IV-V, raccolta negli ApophthegmataPatrum (Detti dei Padri). Questi testi, trasmessi in forma di brevi aneddoti e sentenze attribuiti ai monaci del deserto di Scete e della Tebaide, ripetono con insistenza il precetto evangelico «Non giudicate, per non essere giudicati» (Matteo 7,1), traducendolo in una prassi ascetica quotidiana di astensione dal giudizio.
Due episodi, tramandati nella raccolta alfabetica tradotta e curata da Benedicta Ward, illustrano questa prassi con particolare chiarezza. Al monaco Poemen che gli chiede come diventare monaco, Abba Giuseppe risponde di ripetere in ogni circostanza «Chi sono io?» e di non giudicare nessuno (Ward, 1975/1984, Detti su Abba Giuseppe, 2). In un secondo episodio, convocato a un consiglio riunito per giudicare un fratello colpevole, Abba Mosè si presenta portando in spalla una brocca forata da cui l’acqua defluisce durante il tragitto, e spiega ai confratelli che i propri peccati gli scorrono dietro senza che egli li veda, mentre è venuto a giudicare le colpe di un altro (Ward, 1975/1984, Detti su Abba Mosè, 2). L’assemblea, colpita dall’immagine, rinuncia a condannare il fratello.
In entrambi i casi l’operazione richiesta al monaco non consiste nel valutare se il giudizio ricevuto o da emettere sia fondato, ma nel ricondurre l’attenzione dal giudizio sull’altro all’esame di sé. La struttura è complementare, non identica, a quella stoica: mentre Marco Aurelio invita a esaminare l’anima di chi giudica per relativizzarne l’autorità, i Padri del deserto invitano il soggetto a esaminare la propria anima prima di giudicare chiunque altro. Le due mosse convergono tuttavia nello stesso effetto pratico: sottrarre al giudizio esterno il potere di determinare la pace interiore, spostando il baricentro della valutazione morale dall’opinione ricevuta o emessa all’esame introspettivo di chi la formula.
5. Dallo stoicismo al monachesimo cristiano delle origini: continuità storica e differenza teologica
La convergenza descritta nei paragrafi precedenti non è soltanto tipologica: esiste una documentata linea di trasmissione storica tra l’ascetica filosofica greco-romana e la spiritualità monastica cristiana delle origini. Pierre Hadot ha mostrato come la filosofia antica, stoica in primo luogo, si configurasse essa stessa come un insieme di «esercizi spirituali» (askesis) finalizzati alla trasformazione del soggetto piuttosto che alla sola produzione di dottrina, e come questo paradigma sia stato ereditato, attraverso canali molteplici, dal monachesimo cristiano (Hadot, 1995).
Nel caso specifico dei Padri del deserto, il tramite più studiato è Evagrio Pontico (345-399 ca.), monaco ed erede della cultura filosofica greca formatosi nell’ambiente dei Cappadoci, che elabora un sistema di introspezione ascetica imperniato sulla distinzione tra i pensieri (logismoi) che si affacciano alla mente e il consenso che l’anima concede loro. Come ha documentato Columba Stewart, Evagrio articola questa distinzione entro una tassonomia di otto logismoi generici, concepiti come strumento diagnostico per il monaco che voglia riconoscere l’origine di un pensiero prima di assecondarlo (Stewart, 2005). La struttura logica di questo schema — un pensiero si presenta, l’anima vi acconsente o lo respinge, e solo dall’assenso nasce la passione — riproduce con notevole fedeltà la sequenza stoica di rappresentazione e assenso, pur essendo riletta entro una cornice teologica in cui l’origine dei pensieri può essere demonica, angelica o naturale, e in cui il fine ultimo non è l’apatheia stoica come autosufficienza razionale ma la purificazione del cuore in vista della preghiera e della comunione con Dio.
La differenza dottrinale tra i due sistemi resta pertanto irriducibile. Per lo stoico il criterio ultimo di riferimento è il Logos razionale che regge l’universo, e la virtù coincide con la conformità a tale ordine impersonale; per il monaco cristiano il criterio è il rapporto personale con il Dio rivelato nel Vangelo, e l’esame di sé è funzionale all’umiltà e alla carità verso il prossimo, non alla sola imperturbabilità del soggetto. Ciò che le due tradizioni condividono non è dunque un fondamento metafisico comune, ma un’architettura pratica: entrambe scompongono l’esperienza del giudizio ricevuto o emesso in una sequenza di momenti distinti — impressione, esame, assenso — e collocano la libertà, e quindi la responsabilità, nel momento intermedio dell’esame piuttosto che nell’impressione iniziale.
6. Discussione: portata e limiti del confronto
I risultati esposti sopra impongono alcune cautele metodologiche. In primo luogo, la convergenza tra stoicismo, psicoterapia cognitiva e ascetica monastica non dimostra una filiazione unica: mentre il debito della CBT verso lo stoicismo è documentato dalle dichiarazioni esplicite dei suoi fondatori, la relazione tra ascetica cristiana e filosofia greca è di assorbimento selettivo di tecniche entro una cornice dottrinale autonoma e in parte polemica nei confronti della filosofia pagana, come attesta la stessa storiografia patristica citata (Hadot, 1995; Stewart, 2005).
In secondo luogo, occorre evitare una lettura anacronistica che proietti sulla CBT contemporanea la totalità del programma stoico o monastico. Robertson osserva che la dimensione contemplativa e il legame tra pratica quotidiana e ricerca del bene comune, centrali nello stoicismo antico, sono stati in larga parte tralasciati dai fondatori della CBT, che ne hanno ripreso soprattutto il nucleo cognitivo relativo alla relazione tra credenza ed emozione. Allo stesso modo, ridurre la prassi dei Padri del deserto a una tecnica di gestione emotiva ne tradirebbe il fine, che resta la santificazione e non il benessere psicologico in sé.
Ciò detto, la convergenza pratica identificata resta significativa proprio perché attraversa cornici dottrinali incompatibili tra loro. Il fatto che una struttura psicologica — la sospensione del giudizio su di sé mediante l’esame critico delle premesse del giudizio ricevuto o l’esame della propria colpa prima di giudicare altri — emerga indipendentemente in un trattato filosofico pagano del II secolo, in una raccolta di detti monastici del IV-V secolo e in una disciplina clinica del XX secolo suggerisce che tale struttura risponda a un bisogno psicologico ricorrente, distinto dalle sue diverse giustificazioni metafisiche.
7. Conclusioni
L’invito di Marco Aurelio a «andare all’anima» di chi giudica non è, come si è cercato di mostrare, un invito al distacco cinico, ma il primo termine di una struttura argomentativa che colloca la libertà del soggetto nell’esame critico del giudizio ricevuto, anziché nella sua accettazione passiva o nel suo rigetto reattivo. Questa struttura trova una ripresa esplicita e documentata nella psicoterapia cognitivo-comportamentale, che ne ha isolato il nucleo logico nel modello impressione-valutazione-emozione, e una convergenza indipendente nella letteratura ascetica dei Padri del deserto, che la traduce nel linguaggio evangelico dell’astensione dal giudizio e dell’esame di sé.
Le tre tradizioni esaminate non condividono un fondamento comune — il Logos impersonale, il modello clinico empirico e il Dio personale del Vangelo restano paradigmi distinti e in ultima istanza incommensurabili — ma condividono una medesima diagnosi pratica: la pace interiore non dipende dall’approvazione altrui, bensì dalla rettitudine dell’esame che il soggetto compie su di sé e sulle premesse di chi lo giudica. Ricerche future potrebbero approfondire in quale misura questa convergenza strutturale, qui documentata su un numero limitato di fonti primarie, si estenda ad altre tradizioni sapienziali extraeuropee, e se essa consenta di formulare un modello transculturale della regolazione del giudizio sociale che non dipenda da una specifica cornice dottrinale.
Bibliografia
Beck, A. T., Rush, A. J., Shaw, B. F., & Emery, G. (1979). Cognitive Therapy of Depression. New York: Guilford Press.
Ellis, A. (1962). Reason and Emotion in Psychotherapy. New York: Lyle Stuart.
Epitteto. Enchiridion (Manuale).
Hadot, P. (1995). Philosophy as a Way of Life: Spiritual Exercises from Socrates to Foucault (M. Chase, Trad.). Oxford: Blackwell. (Ed. orig. Exercices spirituels et philosophie antique, 1981).
Marco Aurelio. Colloqui con sé stesso (Τὰ εἰς ἑαυτόν / Meditazioni), libri VIII, IX, XII.
Neff, K. D. (2023). Self-Compassion: Theory, Method, Research, and Intervention. AnnualReview of Psychology, 74, 193–218.
Neff, K. D., & Vonk, R. (2009). Self-compassion versus global self-esteem: Two differentways of relating to oneself. Journal of Personality, 77(1), 23–50.
Robertson, D. J. (2010). The Philosophy of Cognitive-Behavioural Therapy (CBT): StoicPhilosophy as Rational and Cognitive Psychotherapy. London: Karnac (2ª ed., Routledge, 2019).
Stewart, C. (2005). Evagrius Ponticus and the ‘Eight Generic Logismoi’. In R. Newhauser(Ed.), In the Garden of Evil: The Vices and Culture in the Middle Ages (pp. 3–34). Toronto: Pontifical Institute of Medieval Studies.
Still, A., & Dryden, W. (1999). The Place of Rationality in Stoicism and REBT. Journal of Rational-Emotive & Cognitive-Behavior Therapy, 17(3), 143–164.
Vangelo secondo Matteo, 7,1.
Ward, B. (Trad.) (1975/1984). The Sayings of the Desert Fathers: The AlphabeticalCollection. Kalamazoo: Cistercian Publications.
” Aquila non captat muscas” 🦅

