di Emanuele Mariani
Il trionfo in Nazionale ad Euro ’68 e la staffetta ai Mondiali di Messico ’70, proprio con Rivera, insieme in azzurro, ma leali avversari in tanti derby milanesi.
Ho un particolare ricordo di Alessandro (detto Sandro) Mazzola che vidi personalmente giocare (ed ero un ragazzino) negli ultimi due campionati conclusivi della sua carriera da calciatore (1975-1976 e 1976-1977) e prima ancora del padre Valentino, capitano del Grande Torino: mio nonno materno, infatti, vide giocare al Campo Testaccio quella fenomenale formazione e mi descrisse e raccontò, a me bambino, quasi come una favola, la classe immensa di quei giocatori, guidati dal carisma di quel fuoriclasse che, al momento giusto, si tirava su le maniche quasi a mandare un preciso segnale ai compagni: era giunta l’ora di vincere la partita e segnare più gol degli avversari.
La tragedia di Superga (4 maggio 1949) ci ha tolto tutto questo, ma non l’immortalità di quella squadra e del suo capitano, il padre di Sandro, dal quale il figlio aveva ereditato la forza e la maestria calcistica.
Ecco oggi scompare con Sandro Mazzola, uno degli ultimi grandi protagonisti di un mondo del calcio che non c’è più. Non solo grandi campioni sul campo, ma grandi uomini, veri esempi, anche fuori.
Insomma, oggi si perde una delle icone più lucenti ed eleganti del football non solo nostrano, ma internazionale. Se n’è andato a 83 anni, la bandiera dell’Inter e pilastro della Nazionale italiana per il quale la parola leggenda suona non solo appropriata, ma doverosa.
A dare il triste annuncio è stato lo stesso club nerazzurro con una nota ufficiale: “È stato uno dei più grandi calciatori della storia. Non solo di quella nerazzurra”. Non vi sarà una camera ardente pubblica. I funerali saranno celebrati il prossimo 21 settembre nella basilica di Sant’Ambrogioa Milano, alle 14:45. Sono tantissime le testimonianze che stanno pervenendo al club di cordoglio e i ricordi per Mazzola da parte di chi lo ha conosciuto e vi ha giocato o ha vissuto l’esperienza anche da dirigente interista.
Nato a Torino l’8 novembre del 1942, Sandro porta con sé fin da bambino un cognome monumentale e drammatico. È il figlio di Valentino Mazzola, il capitano e simbolo del Grande Torino scomparso tragicamente nella secolare tragedia di Superga il 4 maggio 1949. Crescere sotto l’ala di quel ricordo non era facile, ma Sandro, scoperto dal carisma di Benito “Veleno” Lorenzi e svezzato nelle giovanili da Giuseppe Meazza (unico calciatore italiano a vincere due titoli mondiali ed al quale il 2 marzo 1980, presenti gli storici fratelli Baresi (e Sandro ora è con Franco), è stato intitolato lo Stadio San Siro che proprio quest’anno festeggia il suo centenario), ha saputo tracciare un percorso unico, trasformando quel peso in un’immensa spinta d’orgoglio.
Mazzola ha indossato la maglia nerazzurra per 17 stagioni, dal 1961 al 1977, collezionando 565 presenze e 158 gol secondo i dati ufficiali dell’Inter. Con il club ha conquistato quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Con la Nazionale ha invece totalizzato 70 presenze e 22 reti, vincendo l’Europeo del 1968.
Sandro Mazzola si trasferisce in Lombardia, a Cassano d’Adda,proprio dopo la perdita del padre, lui bambino di appena 6 anni. Assieme alla madre e al fratello Ferruccio si trasferiscono in via De Amicis.
Cassano d’Adda era il paese natio dell’amato papà Valentino. Mamma Emilia, si trasferisce nella cittadina dell’Est Milanese quando la vita, qui, è ancora quella “di paese”.
Quando la madre decide di trasferirsi a Milano in cerca di un migliore avvenire per lei e i due figli, la scelta di dove prendere casa ricade su via De Amicis, zona Sant’Ambrogio. Il cuore della capitale lombarda. Una scelta in realtà dettata dalla presenza qui di una zia (assieme a lei, un’altra zia), che fa la ricamatrice e sogna di diventare suora. Milano, Sant’Ambrogio. E Porta Ticinese. È qui, all’oratorio di San Lorenzo che Sandro e il fratello cominciano a frequentare, che quel tirare calci a un pallone diventa via via ben più di un passatempo improvvisato davanti alla basilica paleocristiana. Lui e gli amici che condividono la passione per il calcio fondano la loro prima squadra: si chiamerà la Milanesina.
Adolescente, ragazzo con un futuro davanti negli stadi – nonostante dimostri di avere dimestichezza anche con la pallacanestro al punto che la Borletti, futura Armani, gli punta gli occhi addosso – il giovane Mazzola studia ragioneria al Verri di via Lattanzio. A dire il vero, per il basket un pensierino lo fa. Ma sarà la prima donna della sua vita, mamma Emilia, a riportarlo “sulla retta via”. “Sandrino, continua a tirare calci al pallone, è la tua strada…”. Per onorare la memoria del papà.
Milano stella polare, gli sorride anche nell’amore. Qui conosce Graziella Galante, compagna di vita e futura moglie. Famiglia benestante alle spalle, gira per Monte Napoleone con la familiarità con cui “Mazzolino” – come lo battezzò con affetto Nicolò Carosio – girerebbe per le strade di Cassano. E s’innamora del futuro campione dell’Inter quando è un semplice ragazzo.
L’amore più forte di ogni cosa, che disintegra barriere sociali e distinzioni di classe. Nel corso di un’ultima intervista alla Gazzetta dello Sport, Mazzola parlò della moglie come di “una ragazza bionda e con gli occhi azzurri”. Lei faceva parte di una famiglia benestante: “Lei girava in Spider e io… in tram”. Da quel momento non si lasciano più. Con lei condividerà ogni fase della vita. Una presenza discreta, lontana dai riflettori che comunque anche in quegli anni sono accesi sui campioni degli stadi.
Ed ecco che Sandro alla fine intraprende con successo la sua strada, verso la gloria calcistica.
Il rigore del 1961 legato a Sandro Mazzola risale al 10 giugno 1961, giorno del suo esordio in Serie A durante la storica partita Juventus-Inter, in cui il diciannovenne Mazzola realizzò il suo primo gol in assoluto nel massimo campionato italiano.
La partita si giocò in un clima di profonda polemica: il presidente nerazzurro Angelo Moratti decise di schierare la formazione “Ragazzi” (la squadra giovanile) per protesta contro la decisione della Federcalcio di far ripetere il match scudetto. L’incontro terminò con il punteggio di 9-1 per i bianconeri, ma fu proprio il giovane Sandro Mazzola a segnare l’unico gol dell’Inter trasformando un calcio di rigore contro il portiere juventino Carlo Mattrel al 78′ minuto.
Tra le reti più importanti c’è quella segnata proprio contro la Juventusnella parte finale del campionato 1962-63. L’Inter riuscì a battere i bianconeri a Torino grazie a Mazzola e quel risultato contribuì al sorpasso in classifica.
Fu lo scudetto che aprì ufficialmente il ciclo della Grande Inter di Helenio Herrera, destinato a dominare il calcio italiano ed europeo nella seconda metà degli anni Sessanta.
La carriera di Mazzola si identifica sempre più con quella dell’Inter. Diventa capitano e protagonista di una squadra che conquista quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali.
Il capitolo più famoso della carriera di Mazzola arriva il 27 maggio 1964, nella finale di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid.
Allo stadio Prater di Vienna l’Inter si impone per 3-1 contro la squadra di Puskás e Di Stéfano. Mazzola segna due dei tre gol nerazzurri, diventando il protagonista della prima Coppa dei Campioni conquistata dall’Inter.
Quella doppietta rappresenta uno dei momenti simbolo della storia del club: l’Inter di Herrera supera il Real Madrid e conquista per la prima volta il massimo trofeo europeo.
Un’altra rete rimasta nella memoria è quella realizzata contro il VasasBudapest l’8 dicembre 1966. Nel 2005 l’Uefa inserisce quel gol tra i più significativi della storia della competizione, indicandolo come miglior gol dei primi 50 anni della Coppa dei Campioni/Champions League.
Mazzola è protagonista anche della finale di Coppa dei Campioni del 1967, questa volta con un epilogo diverso. A Lisbona, contro il Celtic, è proprio lui a portare inizialmente in vantaggio l’Inter trasformando un rigore. La squadra scozzese rimonta e vince 2-1, lasciando ai nerazzurri la delusione della finale persa.
Anche in azzurro Mazzola lascia il segno. Con l’Italia conquista l’Europeo del 1968 e arriva alla finale del Mondiale del 1970, nel celebre torneo messicano culminato nella semifinale del 4-3 contro la Germania Ovest. La staffetta con Rivera si rivelò solo dopo molti anni di fatto un diplomatico accordo per far giocare a fasi alterne e non far coesistere due fuoriclasse immensi del nostro calcio.
La famigerata “staffetta” tra Sandro Mazzola e Gianni Rivera ai Mondiali del Messico del 1970 fu una scelta tattica e diplomatica del c.t. Ferruccio Valcareggi (e forse impartita con il beneplacito di qualche dirigente federale) per far coesistere due grandi fuoriclasse dello stesso ruolo che in realtà non lo ricoprivano. La verità raccontata dai protagonisti nel corso degli anni, anche alla luce dei recenti ricordi e delle dichiarazioni dello stesso Rivera, descrive questa soluzione come un compromesso esagerato dai media.
Valcareggi decise di far partire titolare Mazzola nel primo tempo sfruttando la sua freschezza e corsa, per poi inserire Rivera nella ripresa.
Rivera ha ribadito più volte che non ha mai capito fino in fondo il senso di quella staffetta, considerandola un nonsenso tattico o una mossa legata a pressioni esterne e politiche, pur mantenendo un ottimo rapporto umano con Mazzola.
La gestione culminò nella finale persa contro il Brasile, dove Rivera entrò solo a pochi minuti dalla fine (sul 4-1 per i brasiliani), alimentando per decenni il rimpianto e le polemiche su quello che sarebbe potuto essere se avessero giocato insieme fin dall’inizio.
Mazzola scende in campo, nel primo tempo, anche nella storica semifinale contro la Germania Ovest, ma non è lui a segnare il gol decisivo: la rete del definitivo 4-3 viene realizzata da Gianni Rivera.
Ironia della sorte, proprio con Rivera, il golden boy rossonero, insieme, già il 3 luglio 1968, avevano partecipato alla nascita del sindacato dei calciatori, con l’obiettivo di tutelare anche i colleghi meno conosciuti e meno tutelati.
A proposito di gol celebri, resta immortale la prodezza, i sei palleggi consecutivi senza mai far toccare terra al pallone, conclusa con il gol contro la Svizzera in amichevole a Berna, il 17 ottobre 1970.
Per chi ha scoperto il calcio in tempi senza tv a colori o Internet, la sequenza era uno dei disegni più stupefacenti di Carmelo Silva, nel «Manuale del gol» di Vezio Melegari. Si vedeva (o meglio, si partiva da lì per immaginare) Sandro Mazzola muoversi in orizzontale, da sinistra verso destra, lungo la linea dell’area di rigore difesa dagli svizzeri in vantaggio durante la gara amichevole.
Il Baffo (come dagli anni ’70 Mazzola era soprannominato per via dei baffi che portava ben curati, allora molto di moda in quegli anni) riprendeva un suo cross respinto in rovesciata: stoppava il pallone di coscia, poi palleggiava due volte di destro e una di sinistro, poi ancora di destro prima di far rimbalzare il pallone, girarsi verso la porta, aggiustarselo e tirare in rete.
Chiude la carriera in Nazionale con 70 presenze e 22 gol.
L’ultima rete della sua carriera con l’Inter arriva il 22 giugno 1977, nella Coppa Italia contro il Lecce. Mazzola segna al 66′ il gol dell’1-1, che rimane il suo ultimo centro con la maglia nerazzurra.
Nel 1977 arriva anche la fine della sua esperienza da calciatore dell’Inter. In quasi vent’anni di carriera ha costruito un legame indissolubile con il club, diventandone uno dei simboli più riconoscibili.
Quando Nereo Rocco prova a portarlo al Milan, proponendogli anche una coppia con Rivera (alla faccia della staffetta azzurra mondiale del 1970), Mazzola non prende in considerazione il trasferimento. La sua storia è ormai legata alla maglia nerazzurra.
Dopo il calcio giocato arriva anche l’esperienza da dirigente – con lui nel ruolo di DS all’Inter, arrivò Ronaldo il Fenomeno – ancora una volta al servizio della società alla quale aveva dedicato la carriera.
Fu anche commentatore sportivo e ciò gli ha permesso di trovarsi al fianco di Marco Civoli durante il Mondiale del 2006. Così ebbe la fortuna dai microfoni della Rai di commentare il magnifico percorso della Nazionale italiana di Lippi che si concluse con la vittoriosa finale di Berlino del 9 luglio 2006, quella della celebre: “Il cielo è azzurro sopra Berlino. Siamo Campioni del Mondo!”, gridata da Civoli con al fianco proprio Sando Mazzola. Ecco come il noto giornalista sportivo ha vissuto quei momenti:
“Praticamente siamo stati una coppia di fatto per più di un mese – ha ricordato l’ex cronista della RAI ai microfoni del Tg 2 – Ricordo il viaggio d’andata, i mille spostamenti interni, in Germania, durante un torneo che affrontavamo senza grosse aspettative per via del caso Calciopoliscoppiato poco prima. Ricordo le sue lacrime a Dortmund dopo la vittoria sulla Germania perché era emozionatissimo. Aveva la sensazione di aver giocato soltanto parzialmente la famosa sfida del 1970, per via della staffetta con Rivera, e quella sera è come se lui avesse trovato dall’altra parte della barricata una sorta di rivincita. E poi la finale di Berlino: siamo arrivati prestissimo allo stadio, abbiamo condiviso l’attesa, le battute, la tensione, ma anche la voglia di battezzare dei campioni del mondo, cosa che poi è perfettamente riuscita”.
I successi e la fama regalati dal calcio, l’uscita di scena nel 1977, la maturità e poi la terza età, quando la famiglia si trasferisce da Milano in Brianza, a Vedano dove ora è lutto cittadino, e la passione – l’unica passione di nonno Mazzola – diventeranno i nipotini che gli regaleranno i figli Ilaria, Valentina, Sandro e Paolo.
La sua storia, partita da una casa di campagna di Cassano d’Addadopo la morte del padre, attraversa così la Milano del dopoguerra e arriva fino ai vertici del calcio mondiale. Una carriera costruita attraverso i gol, le vittorie e le grandi sfide con l’Inter e con la Nazionale, fino a diventare uno dei simboli nerazzurri e della storia del calcio italiano. Ciao Sandro, sei stato un grande uomo, un grande italiano, un grande calciatore. Non ti dimenticheremo mai.

