di Klarida Rrapaj
L’aggressione a una docente a Roma pone una domanda che non possiamo liquidare con un brutto voto o con la parola «mostro»: che cosa può accadere nel mondo interno di un adolescente prima di un gesto violento?
«Come può un ragazzino di tredici anni arrivare a fare una cosa del genere?»
È la domanda che molte persone mi hanno rivolto dopo l’aggressione alla docente della scuola media Giovanni Verga di Roma. La professoressa è stata ferita con un coltello da un suo alunno, dopo essere stata colpita al volto con spray urticante. Un compagno è intervenuto per fermare il ragazzo.
La domanda è inevitabile. Ma per affrontarla dobbiamo resistere a due tentazioni: pensare che a tredici anni una violenza simile sia impossibile, oppure convincerci di averla spiegata appena troviamo un motivo apparente. Un’insufficienza, una punizione, un conflitto con un insegnante possono entrare nella storia di un adolescente. Da soli, però, non spiegano il passaggio all’aggressione.
Il punto che uno sguardo psicologico può aiutarci a esplorare è proprio quel passaggio.
Quando un’esperienza diventa intollerabile
Nell’adolescenza il giudizio degli altri può avere un peso enorme. La scuola è uno dei luoghi in cui un ragazzo misura ogni giorno il proprio valore: davanti agli insegnanti, ai compagni e, attraverso i risultati, alla famiglia. Una difficoltà può essere vissuta non soltanto come «ho sbagliato», ma come «sono sbagliato». La differenza è profonda.
Quando la vergogna diventa troppo difficile da riconoscere e raccontare, può trasformarsi in rabbia. La rabbia, a sua volta, può trovare un bersaglio: qualcuno a cui attribuire interamente la propria sofferenza. È un possibile processo psicologico, non la spiegazione di ciò che è accaduto a Roma. E soprattutto non è un destino: moltissimi adolescenti attraversano vergogna e rabbia senza fare del male a nessuno.
Per questo chiedersi «che cosa lo ha fatto arrabbiare?» non basta. Occorre capire come quel ragazzo interpretava ciò che gli accadeva, quali possibilità sentiva di avere e se riusciva ancora a vedere l’altra persona nella sua interezza.
Un’insegnante può rappresentare, nella mente di un alunno in difficoltà, molto più della persona che ha assegnato un voto. Può diventare il volto di una sconfitta, di un’esposizione davanti agli altri, di qualcosa da cui non sa come sottrarsi. Questo non descrive la relazione tra il tredicenne e la docente aggredita, che non conosciamo. Mostra perché, in generale, per comprendere una violenza dobbiamo guardare anche al significato che una relazione ha assunto per chi l’ha compiuta.
Il momento in cui si smette di vedere l’altro
Nella violenza accade qualcosa di particolarmente inquietante: l’altra persona rischia di non essere più percepita come una persona con pensieri, sentimenti e vulnerabilità propri. Diventa il responsabile di tutto il dolore che si prova, l’ostacolo da eliminare, il nemico.
È un restringimento dello sguardo. Quando accade, la capacità di fermarsi e immaginare le conseguenze per l’altro può indebolirsi. Ma sarebbe sbagliato tradurre automaticamente questo processo in «ha perso il controllo». Nel caso di Roma, le circostanze riferite finora impongono anzi di prendere sul serio anche la possibile preparazione del gesto. Rabbia e intenzionalità possono coesistere. Comprendere la dimensione emotiva di un’azione non significa negarne la gravità.
C’è poi un aspetto che merita attenzione: gli accertamenti stanno verificando se il ragazzo abbia cercato di riprendere o trasmettere l’aggressione. Se fosse confermato, entrerebbe in gioco anche la presenza di un pubblico, reale o immaginato. Non possiamo attribuire al mondo online la causa di ciò che è successo. Dobbiamo però domandarci che cosa significhi, per alcuni adolescenti, essere visti mentre compiono un gesto estremo. Che posto occupano lo sguardo degli altri, il riconoscimento e l’immagine di sé?
Che cosa ci chiede, allora, questa vicenda?
Ci chiede di non aspettare che un ragazzo diventi «problematico» per interessarci al modo in cui vive una sconfitta, una vergogna o un conflitto. Un adolescente può apparire tranquillo perché riesce a comportarsi come ci aspettiamo, e non avere ancora parole per dire ciò che lo sta attraversando. Può anche esprimere rabbia senza essere pericoloso: ascoltarlo non vuol dire sospettare di lui.
Ci chiede, però, di prendere sul serio ciò che cambia, ciò che si ripete, ciò che inquieta: una minaccia, un’ostilità che si fissa su una persona, una sofferenza di cui non si riesce più a parlare. In quei momenti genitori, insegnanti e professionisti devono poter comunicare tra loro. L’ascolto non è lasciare un adulto solo a interpretare segnali; è creare la possibilità di intervenire insieme.
Soprattutto, questa vicenda ci chiede di tenere davanti agli occhi la docente aggredita e i ragazzi che hanno assistito alla scena. Hanno bisogno di protezione e di tempo per elaborare ciò che è accaduto. Il tredicenne, a sua volta, ha bisogno di un approfondimento serio, capace di comprendere la sua situazione e di affrontare la responsabilità di un gesto gravissimo.
Non conosco la storia di questo ragazzo e non sarebbe corretto pronunciarmi su di lui. Come psicologa, però, credo che la domanda «come può accadere?» perda valore se serve soltanto a prendere le distanze da ciò che ci spaventa. Diventa utile quando ci porta più vicino al punto difficile: riconoscere che, prima di una violenza, può esserci un mondo interno che si è progressivamente chiuso, mentre gli adulti intorno non sapevano ancora come raggiungerlo.
È lì che dobbiamo imparare a guardare. Senza distogliere lo sguardo dalla persona ferita.
