48 anni fa, la notte tra il 28 ed il 29 settembre 1978, ci lasciava un grande uomo di Chiesa, l’ultimo Papa italiano, finora.
di Emanuele Mariani
Avevo 8 anni quando è stato eletto Pontefice, il cardinale Albino Luciani, ora beato, divenuto il primo Papa a chiamarsi con i nomi di due grandi predecessori, Giovanni XXIII e Paolo VI, oggi venerati entrambi come Santi (“Mi chiamerò Giovanni Paolo “. Io non ho né la sapientia cordis di Papa Giovanni, né la preparazione e la cultura di Papa Paolo, però sono al loro posto, devo cercare di servire la Chiesa. Spero che mi aiuterete con le vostre preghiere” disse all’Angelus di domenica 27 agosto 1978, un giorno dopo l’elezione del 26 agosto 1978).
Ricordo anche perfettamente dove ero quando appresi della sua improvvisa morte avvenuta la notte tra il 28 ed il 29 settembre 1978.
Al tempo, abitavo vicino a San Pietro ed andavo alle elementari in una scuola cattolica sempre a poca distanza dal Vaticano: frequentavo la quarta, essendo stato iscritto, un anno avanti, a 5 anni, dal 1 ottobre 1975.
Un gentile amico di famiglia e collega di lavoro di mio padre, passando con la sua auto, sotto il portone di casa, mi vide che aspettavo, con mia nonna paterna, un autobus che ci avrebbe portato a scuola che iniziava proprio quel giorno; si offrì di accompagnaci, ma dovette fermarsi ad un distributore di carburante che all’epoca si trovava in piazzale Gregorio VII, nei pressi del ponte della ferroviavaticana: erano le 07:30 circa del 29 settembre 1978 equesto benzinaio, mentre faceva rifornimento, ci disse: “ma non lo sapete ancora, è morto il Papa!”.
Noi non volevamo crederci: ma come! Era stato appena eletto e già non vi era più… con la tristezza nel cuore, anche a scuola, la voce, dopo poco, si era diffusa (non vi erano certo i social o i cellulari) e il maestro ci confermò la triste notizia.
Un altro avvenimento che mi lega con questo Pontefice fu il battesimo di mio fratello più piccolo, Michelangelo, che fu celebrato il 9 settembre 1978 presso il fonte battesimale in San Pietro, come tradizione di famiglia, proprio durante il breve pontificato di Papa Luciani, con una particolare benedizione.
Giovanni Paolo I è stato, finora, l’ultimo successore di Pietro di nazionalità italiana, definito come il Papa di settembre (per la durata breve del pontificato) e del sorriso, perché spesso sorrideva in pubblico nelle sue omelie.
Il tratto distintivo di questo grande uomo, sacerdote, poi vescovo, cardinale e Papa è stato proprio la forza della mitezza che poi era quella del suo essere un montanaro venuto dalle amate Dolomiti venete, dove era nato e cresciuto.
Albino Luciani era infatti venuto al mondo a Canale d’Agordo (già Forno di Canale fino al 1964) comune italiano di circa 1 038 abitanti della provincia di Belluno in Veneto, il 17 ottobre 1912 ed è stato il 263º papa della Chiesa cattolica e vescovo di Roma, 5º sovrano dello Stato della Città del Vaticano, oltre agli altri titoli propri del Romano Pontefice (che peraltro fu il primo a ridurre, lui“servus servorum”), dal 26 agosto 1978 fino alla morte avvenuta in Città del Vaticano, come detto, la notte tra il 28 ed il 29 settembre 1978.
In questo articolo, non si racconterà dell’alone di opacità che ha avvolto spesso la ragione del suo trapasso né le varie teorie o illazioni che hanno circondato questa morteimprovvisa e per questo, da molti, ritenuta ammantata di ambiguità e misteri da chiarire.
A chi scrive interessa l’uomo Albino Luciani, la ricchezza della sua persona, il suo essere umile e dolce allo stesso tempo, semplice come tutti coloro che provengono dalle montagne, ma grande nel magistero ecclesiastico e per questo da ricordare ai più giovani ed alle nuove generazioni.
Albino Luciano era nato da Giovanni Luciani (1872-1952) e Bortola Tancon (1879-1948), sua seconda moglie,ed ebbe tre fratelli: Tranquillo Federico (1915-1916), Edoardo, detto Berto, (1917-2008) ed Antonia, detta Nina, (1920-2009).
Dal primo matrimonio del padre con Rosa, defunta per tubercolosi nel 1906, nacquero cinque figli: tre maschi, i quali morirono tutti subito dopo il parto e ai quali fu messo il nome Albino, e due femmine, entrambe sordomute, Amalia (1900-1938) e Pia (1902-1969), che divenne suora. Il padre, di idee socialiste, emigrò in seguito in Svizzera per lavoro. Nell’ottobre del 1923, Albino entrò nel seminario interdiocesano minore di Feltre e in seguito, nel 1928, nel seminario interdiocesano maggiore di Belluno.
Fu ordinato diacono il 2 febbraio 1935 dal vescovo Giosuè Cattarossi e presbitero il 7 luglio dello stesso anno nella chiesa rettoriale di San Pietro apostolo a Belluno (contigua al Seminario Gregoriano).
Il 27 febbraio 1947 si laureò in sacra teologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma con una tesi su L’origine dell’anima umana secondo Antonio Rosmini: quella di Luciani e dei suoi relatori fu di certo una scelta audace, poiché si trattava di una confutazione nel solco della Scolastica di un autore con due libri messi all’Indice, all’epoca non ancora riabilitato dalla Chiesa.
In novembre, fu nominato da monsignor Girolamo Bortignon procancelliere vescovile della diocesi di Belluno; il mese successivo venne nominato anche cameriere segreto soprannumerario e segretario del sinodo interdiocesano(proprio per la stesura di questo testo nella primavera del 1947 si ritirò per un mese nella certosa di Vedana, nell’appartamento del “vescovado”). A queste nomine, il 2 febbraio 1948 si aggiunsero pure quelle di provicario generale della diocesi di Belluno e di direttore dell’ufficio catechistico diocesano.
Nel 1954, divenne vicario generale della diocesi di Belluno; nel frattempo (1949) aveva pubblicato il volume Catechetica in briciole; del libro verranno pubblicate sei edizioni in Italia e una anche in Colombia. Il 30 giugno 1956 fu nominato canonico della cattedrale di Belluno.
In quegli anni gli fu erroneamente diagnosticata una tubercolosi incurabile e per questo fu costretto a lasciare la parrocchia e recarsi in sanatorio a Sondalo, in Valtellina, dove i medici si accorsero dell’errore dei colleghi, diagnosticando e curando la vera malattia: una polmonite. Luciani fu diverse volte proposto per la nomina a vescovo, ma venne respinto per due volte a causa delle sue precarie condizioni di salute, della voce flebile, della bassa statura e dell’aspetto dimesso.
Dopo l’ascesa al soglio di Pietro di Giovanni XXIII, il 15 dicembre 1958 fu finalmente nominato vescovo di Vittorio Veneto. A tal proposito si narra che papa Giovanni, respingendo le varie perplessità riguardo ai motivi per cui fino ad allora non fosse stato promosso, legateprincipalmente alle sue cagionevoli condizioni di salute, sentenziò bonariamente: «…vorrà dire che morirà vescovo.»
Luciani prese possesso della diocesi l’11 gennaio 1959 ed iniziò subito le visite pastorali nelle parrocchie. Luciani, che probabilmente mai in vita aveva pensato alla carriera ecclesiastica, lasciò Belluno a malincuore, prendendo le redini di una diocesi con i bilanci in grave passivo: infatti, quelli erano gli anni in cui lo IOR, meglio conosciuto come Banca Vaticana, stava attraversando un periodo non florido.
Luciani aveva una visione in cui la Chiesa avrebbe dovuto avere una condotta economica il più trasparente possibile e coerente agli insegnamenti del Vangelo.
Negli anni di episcopato a Vittorio Veneto mostrò innanzitutto insuperabili doti di catechista, per la sua capacità di farsi comprendere da tutti, anche dai bambini e dalle persone di poca cultura, per la sua chiarezza nell’esporre, la sua capacità di sintesi e la sua tendenza ad evitare discorsi e letture difficili, nonostante la profonda cultura che aveva. Lo stesso raccomandò sempre ai suoi sacerdoti.
Ricevette la consacrazione episcopale nella basilica di San Pietro in Vaticano il 27 dicembre 1958 per l’imposizione delle mani di Giovanni XXIII, co-consacranti i vescovi di Padova e di Feltre e Belluno, Girolamo Bartolomeo Bortignon e Gioacchino Muccin. Insieme a lui fu consacrato anche monsignor Charles Msaklia, originario della Tanzania: i due rimarranno amici e sarà proprio grazie a questo prelato africano che Luciani inizierà a conoscere la realtà della Chiesa cattolica in Africa.
Nel marzo 1962, ricevette la visita di monsignor André Makarakiza, membro di una famiglia nobile del Burundi, il quale si convertì al cattolicesimo e diventò in seguito sacerdote e poi vescovo di Ngozi. Il monsignore era venuto per chiedere a Luciani alcuni sacerdoti per la propria diocesi. Quest’ultimo acconsentì, conscio delle necessità di presbiteri nelle popolazioni locali. La scelta cadde sul giovane don Vittore De Rosso di Farra di Soligo, che fu destinato alla diocesi di Kuntega, Burundi. Egli partì in dicembre senza risorse economiche a causa della grave situazione finanziaria della diocesi. Si trattava del primo sacerdote missionario Fidei donum della diocesi di Vittorio Veneto; se ne sarebbero aggiunti altri due l’anno successivo.
Qualche anno dopo, i tre missionari chiesero e ottennero dal loro vescovo di celebrare la messa non in lingua latina ma nell’idioma locale, e di comunicare i fedeli per mano e non per bocca, per motivi igienici: tutto questo in anticipo rispetto alle disposizioni introdotte dopo il Concilio Vaticano II. Dal 16 agosto al 2 settembre 1966, Luciani compì una storica visita pastorale nelle missioni africane della sua diocesi, durante la quale conobbe usi e costumi delle popolazioni locali, celebrò Messa in chiese affollatissime, imparò un po’ di lingua kirundi, sopportò a fatica il clima e le zanzare e subì tutta una serie di imprevisti, tra cui una zecca sotto un’unghia e l’impantanamento della jeep su cui viaggiava: in quell’occasione Luciani non si fece problemi a scendere dal mezzo e spingere la vettura insieme agli altri.
Questa serie di incontri ravvicinati con le realtà africane, così come i successivi in Sudamerica, non fece altro che aumentare la sensibilità del futuro papa riguardo ai problemi delle popolazioni del terzo mondo.
Tra il 1966 e il 1967, il vescovo Luciani si trovò ad affrontare una spinosa questione riguardante la parrocchia di Montaner, frazione del comune di Sarmede, alle pendici del Cansiglio. Il 13 dicembre 1966 morì l’anziano parroco don Giuseppe Faè, amatissimo dalla popolazione. Nei giorni seguenti maturò fra la gente del posto l’idea che potesse subentrargli il cappellano Antonio Botteon, che si era preso cura del vecchio prevosto negli ultimi tre anni della sua vita. Luciani tuttavia giudicò Botteon troppo giovane per amministrare da solo una parrocchia e nominò nuovo parroco di Montaner don Giovanni Gava, il cui insediamento sarebbe dovuto avvenire il 22 gennaio 1967.
Un gruppo di paesani disconobbe la scelta del vescovo e si costituì in comitato, perorando l’istanza di nomina a parroco del cappellano, o quantomeno la sua conferma a Montaner come viceparroco. La risposta di mons. Luciani fu negativa: egli infatti sottolineò che il codice di diritto canonico non contemplava l’elezione del prevosto da parte dei parrocchiani, salvi determinati casi di giuspatronato particolarmente antichi, comunque non più istituibili a seguito di una modifica normativa del 1917. Quanto alla nomina di un viceparroco, fu ritenuta sovrabbondante per un paese così piccolo. La fermezza del vescovo provocò una durissima reazione della popolazione: alcuni parrocchiani arrivarono a murare porte e finestre della chiesa e della canonica per impedire al cappellano Botteondi andare via.
Montaner si divise allora fra i sostenitori del cappellano Botteon come nuovo parroco e coloro che invece non ritenevano giusto ribellarsi al vescovo. La polemica tra le due fazioni si inacerbì e sfociò anche in atti di violenza reciproca, al punto che il paese dovette essere presidiato stabilmente dai carabinieri. Nella confusione che derivò si diffuse la voce che a Montaner fossero state trovate delle armi; la cosa non fu smentita dalla popolazione, visto che molti in casa avevano pistole e fucili dal tempo della seconda guerra mondiale.
Il 9 febbraio 1967, una delegazione di montaneresi partì per Roma con la speranza, rimasta vana, di un colloquio con papa Paolo VI. Al culmine delle tensioni e dopo varie mediazioni fallite, il 12 settembre 1967 Albino Luciani si recò di persona a Montaner, accompagnato dal vicequestore di Treviso, da alcuni commissari, poliziotti e un autobus di carabinieri, chiamati per scortare il vescovo, nonostante lui stesso non ne avesse richiesto l’intervento.
Per punire la disobbedienza dei parrocchiani, Luciani entrò in chiesa, prelevò le ostie consacrate dal tabernacolo e dispose l’interdetto contro la parrocchia: da quel momento nessun sacerdote avrebbe più potuto celebrare funzioni o amministrare i sacramenti. I parrocchiani dissidenti, lungi dall’accettare il provvedimento, decisero pertanto di compiere quello che fu definito uno “scisma”, costituendo in paese una comunità ortodossa ed edificando un tempio consacrato al nuovo culto.
Il vescovo Luciani partecipò a tutte le quattro sessioni del concilio Vaticano II (1962-1965), intervenendo e facendosi così conoscere tra i ranghi della Chiesa cattolica.
Il 15 dicembre 1969, papa Paolo VI nominò Luciani patriarca di Venezia. Neanche cinquanta giorni dopo, il 1º febbraio 1970, Luciani ricevette la cittadinanza onoraria di Vittorio Veneto.
Patriarca nei difficili anni della contestazione, non fece mancare il suo appoggio e il dialogo diretto con gli operai di Marghera, spesso in agitazione. Anche per questo maturò la consapevolezza del bisogno da parte della Chiesa di adeguarsi ai nuovi tempi e riavvicinarsi alla gente; questo gli fece guadagnare le simpatie dei veneziani.
Anche a Venezia si trovò a dover fare i conti con la crisi economica. Poco amante degli sfarzi, era anche per questo favorevole alla vendita di oggetti sacri e preziosi di proprietà della Chiesa. Tra il 12 e il 14 giugno 1971, compì un viaggio pastorale in Svizzera. Tre giorni dopo venne nominato vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana, carica che manterrà fino al 2 giugno 1975. Sempre nel 1971, propose alle chiese ricche dell’Occidente di donare l’uno per cento delle loro rendite alle chiese povere del Terzo mondo.
Il 16 settembre 1972, il patriarca Luciani ricevette Paolo VI in visita pastorale. Al termine della Messa in piazza San Marco il Pontefice si tolse la stola papale, la mostrò alla folla e davanti a ventimila persone la mise sulle spalle del patriarca Luciani, con un gesto che sembrava quello di un’investitura, facendolo arrossire per l’imbarazzo. Dell’episodio esiste un documento fotografico, ma non fu ripreso dalle telecamere, che avevano già chiuso il collegamento. La stampa disse che Paolo VI aveva scelto il suo successore: a conferma di ciò, pochi mesi dopo Paolo VI annunciò un concistoro e Luciani fu il primo della lista dei candidati alla porpora. Il 5 marzo 1973 venne infatti creato cardinale del titolo di San Marco a Roma dallo stesso pontefice.
L’anno successivo, in occasione della campagna elettorale per il referendum sul divorzio, sciolse la sezione veneziana della FUCI, la Federazione degli universitari cattolici, perché si era mostrata favorevole al no all’abrogazione della “Legge Fortuna”, contrariamente alle indicazioni della Curia. Tra il 27 settembre e il 26 ottobre dello stesso anno partecipò a Roma alla terza Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei vescovi sul tema: “L’evangelizzazione nel mondo moderno”.
Il 1975 lo vide due volte all’estero per altrettanti viaggi pastorali, il 18 maggio in Germania e dal 6 al 21 novembre in Brasile, dove l’università statale di S. Maria a Rio Grande do Sul lo insignì di una laurea honoris causa. Fu in Brasile che impressionò moltissimi prelati per la sua profonda umiltà e devozione. A gennaio 1976 pubblicò Illustrissimi, una raccolta di lettere immaginarie (scritte tra il 1971 e il 1975 e pubblicate mensilmente sulla rivista “Il Messaggero di S. Antonio”) indirizzate a personaggi storici o della letteratura. Il libro ebbe un grande successo editoriale e fu tradotto in numerose lingue.
Sin dal suo insediamento a Venezia, portò sempre il classico abito scuro da sacerdote, indossando di rado lo zucchetto e la fascia di colore rosso, attirandosi così molte critiche dagli zelanti fedeli veneziani. Era un’altra prova del suo ricercare la semplicità.
Nel 1978, il Patriarca vietò la celebrazione della Messa tridentina (ovvero nella forma tradizionale in rito romano celebrata in lingua latina) nella diocesi di Venezia.
Il 10 luglio 1977, l’allora cardinale Luciani, molto devoto alla Madonna di Fátima, accogliendo l’invito di suor Lúcia dos Santos, si recò in pellegrinaggio a Cova da Iria e incontrò al Carmelo di Coimbra la veggente, con la quale si trattenne per due ore in conversazione. Si è persino ipotizzato che Suor Lucia gli avrebbe rivelato quanto contenuto nel terzo segreto di Fátima ed egli ne sarebbe stato sensibilmente impressionato.
Una volta rientrato in Italia, descrisse così quell’incontro: “La suora è piccolina, è vispa, e abbastanza chiacchierina… parlando, rivela grande sensibilità per tutto quel che riguarda la Chiesa d’oggi con i suoi problemi acuti…; la piccola monaca insisteva con me sulla necessità di avere oggi cristiani e specialmente seminaristi, novizi e novizie, decisi sul serio ad essere di Dio, senza riserve. Con tanta energia e convinzione m’ha parlato di suore, preti e cristiani dalla testa ferma. Radicale come i santi: ou tudo ounada, o tutto o niente, se si vuol essere di Dio sul serio”.
Si dice anche che suor Lucia abbia predetto a Luciani la sua elezione e il breve pontificato, chiamandolo “Santo Padre”; tuttavia nel 2006 il segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone ha definito questa storia “tesi vecchia e priva di fondamento”: dopo il colloquio, la suora avrebbe detto semplicemente alle consorelle che, se fosse stato eletto al pontificato, sarebbe stato un ottimo papa.
Tuttavia, si ricorda che il fratello Edoardo disse di avere visto il cardinale Luciani tornare molto scosso dal viaggio a Fatima: era diventato silenzioso e spesso assorto nei pensieri e, quando gli chiese cosa avesse, Albino rispose: “Penso sempre a quello che ha detto Suor Lucia”.
In proposito, monsignor Mario Senigaglia, che fu segretario del patriarca Luciani fino al 1976, ha escluso che l’atteggiamento di Luciani riferito dal fratello fosse dovuto necessariamente alla rivelazione di segreti particolari che lo riguardavano: secondo quanto gli aveva riferito lo stesso cardinale al ritorno dal viaggio, egli aveva parlato a lungo con Lucia dei problemi della Chiesa e su questi temi Luciani potrebbe essere tornato in seguito a riflettere con preoccupazione.
Con l’elezione a Pontefice, nel suo messaggio Urbi et Orbi del 27 agosto 1978, Giovanni Paolo I descrisse le sue sei aspirazioni per la Chiesa: la continuazione del Concilio Vaticano II, il mantenimento della disciplina all’interno della Chiesa, l’evangelizzazione, l’ecumenismo, il dialogo e la pac
La sua elezione sarebbe stata proposta dall’arcivescovo di Firenze, cardinale Giovanni Benelli, quale mediazione tra diverse posizioni nella Curia: quella più conservatrice, che sosteneva l’arcivescovo di Genova, cardinale Giuseppe Siri, “grande centro montiniano“, sostenitore delle riforme del Concilio Vaticano II, e quella ancora più progressista, che sosteneva i cardinali Sergio Pignedoli e Sebastiano Baggio.
Ricevette alcuni voti anche il cardinale Karol Wojtyła, futuro papa San Giovanni Paolo II, la cui candidatura fu presentata da quei cardinali che auspicavano un’apertura internazionalista del Vaticano. Luciani, tuttavia, chiese sempre di non essere preso in considerazione e, anzi, fu proprio lui a parlare per primo di un papa straniero.
Egli, infatti, aveva sempre votato per il cardinale Aloísio Lorscheider, un francescano che aveva conosciuto in Brasile e che invece fu tra i più accesi sostenitori di Luciani, soprattutto perché non dimenticò mai quella visita in Brasile. Infatti, ancora oggi, Albino Luciani è in quel paese ancora ricordato con affetto ed ammirazione e invocato nel mondo, non solo in Brasile ed America latina,dalle tante madri in dolce attesa di una bambina o bambino, per proteggere e concludere felicemente il parto.
Papa Luciani ebbe un rapporto strettissimo con la Chiesa e i fedeli brasiliani. Quand’era Patriarca di Venezia inviò molti missionari in Brasile e, durante il suo brevissimo pontificato di soli 33 giorni, strinse una profonda e storica amicizia con grandi figure dell’episcopato brasiliano come appunto il cardinale AloísioLorscheider, lasciando in quel paese un’enorme impronta di devozione popolare che dura ancora oggi.
A ogni modo, il conclave fu rapidissimo, concludendosi dopo sole quattro votazioni, avvenute nella stessa giornata del 26 agosto 1978.
Lo stupore della folla in piazza fu grandissimo, anche perché la fumata, probabilmente per un errore del cardinale fochista, fu inizialmente grigio chiara, per poi diventare nera (in particolare, dopo l’improvvisa morte di papa Luciani diverse teorie del complotto collegarono la fumatanera ad un cattivo presagio). La situazione di incertezza si protrasse fino all’annuncio della Radio Vaticana e alla contemporanea apertura della loggia centrale della basilica (solo dal conclave del 2005 verranno introdotte, dopo la fumata, le campane a festa, allo scopo di chiarire eventuali dubbi), che si aprì alle 19:18.
Subito dopo comparve il grande drappo rosso con lo stemma papale e poi il cardinale protodiacono Pericle Felici annunciò l’Habemus Papam. Luciani fu eletto 263º successore di Pietro con un’amplissima maggioranza (101 voti tra i 111 cardinali, il quorum più alto nei conclavi del Novecento).
Appena eletto, Luciani avrebbe voluto parlare alla folla, ma il cerimoniere glielo impedì, obiettando che non era nella tradizione. Papa Giovanni Paolo II, cinquanta giorni dopo, avrebbe invece infranto il cerimoniale e rivolto un saluto alla folla, oltre alla tradizionale benedizione Urbi et Orbi.
Fu questo il primo segnale del cambiamento che Luciani, seppur per breve tempo, avrebbe cominciato nella Chiesa.
Al momento della sua elezione, L’Osservatore Romano mandò in stampa l’edizione straordinaria dell’elezione del nuovo papa con un errore (Albinum Luciani qui sibi*nominem imposuit Ioannem Paulum I), che rese le copie di quel giornale un pezzo molto raro, equiparabile al famoso francobollo Gronchi rosa; nelle poche ore successive, infatti, corressero immediatamente l’errore, ritirando il precedente quotidiano e mettendo in circolazione la seconda edizione, correggendo l’errato “nominem” con il corretto “nomen”: il sostantivo latino infatti è neutro, quindi l’accusativo è identico al nominativo.
Si disse che Luciani fu eletto più per “ciò che non era” che per “ciò che era”: non era un conoscitore della Curia (il che, secondo alcuni, avrebbe potuto fargli assumere un comando autocratico e accentrato); nonostante la sua notevole cultura, non era un altero intellettuale potenzialmente capace di mettere in difficoltà i porporati; non era nemmeno uno straniero, fatto che per i cardinali italiani avrebbe potuto costituire una sicurezza. Il Patriarca non si aspettava minimamente la sua elezione al soglio di Pietro. Il giorno stesso dell’entrata in conclave, andò a sollecitare il meccanico perché aggiustasse in fretta la sua auto, che si era rotta alle porte di Roma, dicendogli:«Miraccomando, fate il più presto possibile. Dovrò ritornare a Venezia tra pochi giorni e non saprei come fare a recuperare la vettura se dovessi lasciarla qui…». Alla sorella Antonia disse anche: «Non c’è nessun pericolo per me.»
Luciani fu, nella bimillenaria storia della Chiesa, il primo papa a scegliere un doppio nome, in ossequio ai due pontefici che lo avevano preceduto: Giovanni XXIII, che lo aveva consacrato vescovo, e Paolo VI, che lo aveva creato cardinale. Annunciando l’elezione con il tradizionale Habemus Papam, il cardinale protodiacono Pericle Felici aggiunse il numero ordinale dopo il nome: «qui sibi nomenimposuit Ioannis Pauli Primi».
Fu Luciani stesso a richiedere ciò: infatti, normalmente, il pontefice che sceglie un nome pontificale mai usato da un suo predecessore non assume l’ordinale, che gli viene attribuito postumo solo nel caso in cui un suo successore scelga lo stesso nome. Luciani, invece, per tutto il suo breve pontificato, fu sempre chiamato Giovanni Paolo I, mai solo Giovanni Paolo, a differenza di quanto accaduto con il nome pontificale di papa Francesco, al quale non è stato aggiunto ufficialmente alcun numero ordinale (lo stesso papa Bergoglio ha precisato di voler essere chiamato solo “Francesco” e non “Francesco I”).
È possibile che alla scelta di aggiungere il numerale fosse legata la novità: benché il nome fosse inedito, era comunque costituito dall’unione del nome dei due predecessori, e il numerale I voleva così sottolineare la novità nella continuità, all’insegna dei due predecessori che avevano condotto il Concilio.
All’indomani dell’elezione, Luciani avrebbe confidato al fratello Edoardo che il suo primo pensiero era stato di farsi chiamare Pio XIII, ma aveva desistito pensando ai settori della Chiesa che avrebbero strumentalizzato questa scelta. Subito dopo pensò a “Giampaolo I”, per i motivi suddetti, ma i cardinali lo convinsero che suonasse troppo familiare e fosse meglio “Giovanni Paolo” (presto contratto da alcuni media italiani in “Giovanpaolo I”, forma caduta in disuso subito dopo la sua morte).
Giovanni Paolo fu il primo nome inedito scelto da un pontefice dai tempi di papa Lando (morto nel 914); da allora, per oltre mille anni, tutti i papi si erano dati nomi già appartenuti a un loro predecessore.
Anche il successore, Karol Wojtyła, inizialmente penserà a Stanislao, patrono della Polonia, sua nazione d’origine, ma sceglierà poi Giovanni Paolo II in memoria di Luciani. La novità sul nome pontificale introdotta da Luciani venne ripetuta nel 2013 dal cardinale italo-argentino Jorge Mario Bergoglio, che scelse un nome inedito nella storia dei papi: “Francesco”. Ecco, Luciani e Bergoglio hanno avuto molti punti in comune nei loro pontificati: la semplicità e l’attenzione ai più fragili e poveri, fra tutti.
Il 27 agosto, il giorno dopo la sua elezione, alle ore 9:30 Luciani presiedette una concelebrazione eucaristica con tutti i cardinali, sia coloro che parteciparono al conclave sia i cardinali ultraottantenni, al termine della quale rivolse il radiomessaggio Urbi et Orbi. Lo stesso giorno recitò il suo primo Angelus. Più tardi prese possesso dell’appartamento privato al terzo piano del Palazzo apostolico, con al seguito il segretario don Diego Lorenzi.
Il 28 agosto, nominò segretario di Stato il cardinale Jean-Marie Villot e confermò tutti gli incarichi ufficiali di Curia.
Il 29 agosto, nominò monsignor Giuseppe Bosa amministratore apostolico del patriarcato di Venezia e, contestualmente, inviò un messaggio ai veneziani. Lo stesso giorno giunse presso l’appartamento pontificio suor Vincenza Taffarel, la quale lo aveva assistito fin dai tempi dell’episcopato a Vittorio Veneto.
Il 30 agosto, tenne un’allocuzione al collegio cardinalizio; il discorso pronunciato in italiano differiva completamente dal testo scritto ufficiale, dato che si rivolse ai cardinali in prima persona singolare, rinunciando al plurale maiestatis.[43] Tra le decisioni prese nella stessa giornata, il pontefice confermò la terza conferenza generale dell’episcopato dell’America latina, prevista dal 12 al 28 ottobre a Puebla de Zaragoza, e confermò come suo segretario particolare padre John Magee (divenuto poi maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie e vescovo di Cloyne), già segretario di papa Paolo VI.
Il 31 agosto, con un breve apostolico, nominò il suo primo vescovo: si trattava di mons. Donato Squicciarini, eletto alla sede titolare di Tiburnia e nunzio apostolico in Burundi. Oltre a mons. Squicciarini, durante il suo brevissimo pontificato papa Luciani ebbe modo di nominare solo altri tredici vescovi residenziali. Il 1º settembre inviò una lettera apostolica al cardinale Joseph Ratzinger, nella quale lo nominava legato pontificio presso il Congresso Mariano dell’Ecuador. Nella medesima giornata concesse, sempre per mezzo di una lettera apostolica, che la Vergine Maria, venerata con il titolo di “Nostra Signora del Buon Viaggio”, divenisse patrona di Itabirito, una città facente parte dell’arcidiocesi di Mariana, in Brasile; tramite un’altra lettera apostolica, elevò al rango di basilica minore il santuario della Madonna di san Marco, sito a Bedonia, in provincia di Parma e diocesi di Piacenza.
Il 2 settembre, ricevette i suoi familiari e incontrò le delegazioni delle Chiese non cattoliche. Il giorno successivo, domenica 3 settembre, recitò il suo secondo Angelus.
Avendo rinunciato all’incoronazione, quella sera celebrò in piazza San Pietro la solenne messa di inizio del ministero petrino.
Il 5 settembre, ricevette in udienza i nunzi apostolici in Australia, Sri Lanka e Thailandia, e i ministri del Brasile e dell’Egitto. Lo stesso giorno diede udienza privata a Nikodim, arcivescovo ortodosso, metropolita di Leningrado e Novgorod, il quale, dopo aver parlato con il pontefice, si accasciò e morì tra le sue braccia. Dopo il drammatico momento, il papa esclamò:«Mio Dio, mio Dio, anche questo mi doveva capitare.»
Il papa, due giorni dopo l’accaduto, disse pubblicamente di quest’incontro: «Due giorni fa è morto tra le mie braccia il metropolita Nikodim di Pietroburgo. Io stavo rispondendo al suo indirizzo. Vi assicuro che in vita mia mai avevo sentito parole così belle per la Chiesa come quelle da lui pronunciate. Non posso ripeterle, resta un segreto.»
Il 6 settembre, il pontefice tenne la sua prima udienza generale, parlando dell’umiltà. Rinunciò alla sedia gestatoria e durante la catechesi chiamò al dialogo un bambino maltese. Giovedì 7 settembre 1978, incontrò il clero di Roma, al quale rivolse un breve discorso, che terminò dicendo: «Ho parlato dimesso e ve ne chiedo scusa. Posso tuttavia assicurarvi che da quando sono diventato vostro vescovo vi amo molto. Ed è con il cuore pieno d’amore che vi impartisco la benedizione apostolica.»
L’8 settembre, il pontefice ricevette in udienza la delegazione russa: tra i membri presenti vi era presente il futuro patriarca di Mosca e di tutte le Russie, Kirill. Per desiderio del papa, il cardinale Willebrands avrebbe rappresentato la Santa Sede alle esequie del metropolita Nikodim in Unione Sovietica.
Il 10 settembre recitò il suo terzo Angelus, mentre l’11 settembre ricevette in udienza alcuni vescovi, tra cui il cardinale Mario Casariego, arcivescovo di Guatemala.
Il 12 settembre, con la lettera apostolica Cum probe noverimus, istituì la nunziatura apostolica delle isole Figi, separandola dalla delegazione apostolica nell’Oceano Pacifico; lo stesso giorno si recò a pregare sulla tomba di Paolo VI, essendo passato un mese dalle esequie. Il 13 settembre tenne la seconda udienza generale del pontificato, avente come tema centrale la fede. Il 14 settembre, ricevette in udienza il cardinale Eduardo Pironio, prefetto della Congregazione per i religiosi e degli istituti secolari, e, in seguito, indirizzò una lettera al seminario di Venezia. A pranzo ebbe ospite la nipote Pia Luciani.
Qualche giorno dopo, il 17 settembre, durante il suo quarto Angelus, parlò della scuola e della società, e, commentando la sua elezione a pontefice, disse: «Nessuno è venuto a dirmi: «Tu diventerai papa». Oh! se me lo avessero detto! Se me lo avessero detto, avrei studiato di più, mi sarei preparato. Adesso invece sono vecchio, non c’è tempo.»
Nel pomeriggio, accompagnato dal cardinale Villot, scese per una passeggiata nei giardini Vaticani.
Il 20 settembre, tenne la terza udienza generale, improntando la catechesi sulla speranza. Il medesimo giorno scrisse una lettera ai vescovi delle Conferenze di Argentina e Cile in riferimento alla disputa sul canale di Beagle. Quella sera il fratello Edoardo cenò con lui e rimase a dormire in appartamento. Il 21 settembre ricevette in visita ad limina un gruppo di vescovi degli Stati Uniti d’America ed indirizzò una lettera al presidente statunitense Carter dopo la conclusione dei colloqui di pace a Camp David. Ricevette in udienza il domenicano Jean JérômeHamer, segretario della Congregazione per la dottrina della fede.
Giovanni Paolo I non beatificò né canonizzò alcuno, ma il 22 settembre, durante il suo breve pontificato, la Congregazione per le cause dei santi concedette il nihilobstat per l’introduzione delle cause di beatificazione di tre presbiteri: José Gras y Granollers, presbitero spagnolo, Juan Vicente Zengotita-Bengoa Lasuen, carmelitano spagnolo, e Giuseppe Beschin, francescano italiano.
Il 23 settembre, il pontefice prese possesso, con una celebrazione solenne in sedia gestatoria, della cattedra romana di San Giovanni in Laterano; la cerimonia fu preceduta dall’incontro ai piedi del Campidoglio con la giunta comunale di Roma, guidata dal sindaco Giulio Carlo Argan.
Il giorno successivo, domenica 24 settembre, recitò il suo quinto ed ultimo Angelus. Il 27 settembre salutò i pellegrini di lingua tedesca nella basilica Vaticana e più tardi tenne la sua quarta ed ultima udienza generale, dove parlò della carità. Verso la fine dell’incontro, chiamò a sé un bambino per farsi aiutare nella catechesi.
Il 28 settembre, ultimo giorno di pontificato, ricevette in visita ad limina un gruppo di vescovi delle Filippine e concesse l’udienza al cardinale Bernardin Gantin e ai suoi collaboratori, oltre che ai nunzi apostolici del Brasile e dell’Olanda, e a Gianni Crovato, direttore del quotidiano Il Gazzettino. Nel pomeriggio il papa rimase in appartamento. Prima di cena incontrò il segretario di Stato Jean Villot. Dopo cena, alle ore 21:00, si intrattenne in un colloquio telefonico di circa mezz’ora con il cardinale Giovanni Colombo, arcivescovo di Milano, al termine del quale si ritirò nelle sue stanze.
Luciani fu il primo pontefice a desiderare di parlare alla folla dopo l’elezione ma, poiché non era consuetudine, preferì rinunciare. Fu il primo anche ad abbandonare il tradizionale plurale maiestatis nei suoi discorsi, rivolgendosi in prima persona singolare ai fedeli, nonostante zelanti custodi del protocollo preferissero conformarsi alla tradizione riconvertendo i suoi discorsi per la pubblicazione su L’Osservatore Romano e in altri atti ufficiali, nei quali sono mancanti anche varie espressioni estemporanee e informali usate da Luciani.
Il suo ministero iniziò formalmente il 3 settembre con una messa solenne di inizio del ministero petrino celebrata nella piazza antistante la basilica Vaticana, dove non gli venne posta sul capo la tiara, bensì gli venne imposto sulle spalle soltanto il pallio, e ricevette il saluto, uno per uno, dei centoquattro cardinali, che gli rinnovarono l’obbedienza. Dopo la secolare tradizione dell’incoronazione papale, Giovanni Paolo I optò per una cerimonia semplice e sobria; questo cambiamento verrà imitato dai suoi successori. Inizialmente non volle nemmeno usare la sedia gestatoria, ma cedette per ragioni pratiche: essendo soprelevata rispetto al terreno, consentiva ai fedeli di godere di una migliore visibilità del papa.
Parlò di sé in termini umani e non ebbe remore nell’ammettere la timidezza del suo carattere, ricordando pubblicamente il momento in cui, ancora patriarca di Venezia, Paolo VI gli aveva messo sulle spalle la stola papale facendolo diventare “rosso per la vergogna”, nonché la paura che lo colse quando si rese conto di essere stato eletto papa; subito dopo l’elezione, infatti, disse ai cardinali che lo avevano appena eletto:«Dio vi perdoni quello che avete fatto.» e, prima di affacciarsi alla loggia, ripeteva molte volte questa frase in latino: «Tempestas magna est super me.» «Una grande tempesta è sopra di me.».
In una preghiera particolare, Giovanni Paolo I così si espresse: «Signore, prendimi come sono, con i miei difetti, con le mie mancanze, ma fammi diventare come tu mi desideri.»
Colto teologo, aveva mostrato una certa apertura possibilista verso la contraccezione, anche preparando uno studio che nel 1965 sottopose a Paolo VI.
Dal 1968, tuttavia, fu considerato per certi versi un conservatore, pubblico difensore dell’Humanae Vitae, che si apprestava a ratificare con una sua enciclica che mai vide la luce. D’altro canto, però, in una lettera ai suoi diocesianiall’indomani della promulgazione dell’Humanae Vitae, scrisse: «Confesso che […] privatamente avevo sperato che le gravissime difficoltà che esistono sarebbero state superate e che la risposta del Maestro, che parla con uno speciale carisma e nel nome del Signore, avesse coinciso, almeno in parte, con le speranze delle molte coppie sposate dopo che era stata costituita un’apposita Commissione pontificia per esaminare la questione».
Una certa morbidezza nei confronti della questione degli anticoncezionali e della contraccezione la mostrò anche da pontefice: un segno di apertura per l’argomento, dopo un convegno delle Nazioni Unite sul tema della sovrappopolazione, fu oggetto di censura da parte dell’Osservatore Romano, che non pubblicò i commenti papali. Già dai tempi del Concilio Vaticano II (al quale partecipò come membro della commissione allargata sui problemi della famiglia e del controllo delle nascite), infatti, Luciani aveva mostrato idee piuttosto progressiste, parlando di “maternità responsabile” e appoggiando a determinate condizioni l’uso degli anticoncezionali.
Giovanni Paolo I, inoltre (come si capisce dal titolo dell’enciclica che avrebbe voluto scrivere: “I poveri e la povertà nel mondo”), si dimostrò molto sensibile al tema della povertà del Sud del mondo, sottolineando l’inutile opulenza del mondo occidentale. Parlò anche della questione sociale, dell’importanza di dare “la giusta mercede” ai lavoratori.
Le sue uniche quattro udienze generali hanno, tutte riunite, un messaggio di senso compiuto. La prima dedicata all’umiltà, dove il Papa chiama a sé un ministrante per far capire il senso dell’umiltà. La seconda è dedicata alla fede, e in quella speciale occasione Giovanni Paolo I recita una poesia di Trilussa. La terza è dedicata alla speranza; il Papa parla della iucunditas e cita san Tommaso d’Aquino. Nella quarta ed ultima udienza generale, un giorno prima della morte, il Papa parla della carità, cita alcuni passaggi della Populorum progressio (l’enciclica di Paolo VI) e, dicendo anche del progresso divino, invita un bambino frequentante la quinta elementare, Daniele Bravo, a dare un aiuto al papa. All’inizio di quest’ultima udienza, tra la folla, qualcuno gli augura lunga vita.
Fra i pochissimi testi che riuscì a completare si ricordano una Catechetica in briciole e una lettera ai procuratori della Compagnia di Gesù, convenuti a Roma per il raduno mondiale del 30 settembre 1978. In essa affermava che “Sant’Ignazio esige dai suoi figli una soda dottrina”, invitando i giovani a non aderire alle innovazioni teoriche moderniste che ripudiavano la tradizione e la sana verità della Chiesa. Le sue parole rappresentavano anche un’implicita condanna delle tesi ecumeniste di Karl Rahner.
Durante l’Angelus del 10 settembre 1978, Giovanni Paolo I disse: “Noi siamo oggetto, da parte di Dio, di un amore intramontabile: (Dio) è papà, più ancora è madre. Ha sempre gli occhi aperti su di noi, anche quando sembra ci sia notte. E’ papà; più ancora è madre. Non vuol farci del male; vuol farci solo del bene, a tutti”.
Queste frasi riprendono alcuni passi dell’Antico Testamento, ed è anche semplice interpretazione di alcuni passi del Vangelo. Il concetto fu ribadito più volte anche dal suo successore Giovanni Paolo II, per esempio nell’udienza di mercoledì 20 gennaio 1999.
Tornando all’elezione a successore di Pietro avvenuta il 26 agosto del 1978, il giorno successivo, Luciano cosìspiegava la scelta del nome. “Io – affermò durante il primo Angelus, domenica 27 agosto del 1978 – non ho né la sapientia cordis di Papa Giovanni, né la preparazione e la cultura di Papa Paolo, però sono al loro posto, devo cercare di servire la Chiesa. Spero che mi aiuterete con le vostre preghiere”. E con queste parole si rivolge ai fedeli, riuniti in piazza San Pietro, ricordando quello che è successo il giorno prima: “Ieri mattina io sono andato alla Sistina a votare tranquillamente. Mai avrei immaginato quello che stava per succedere…”.
Il 3 settembre del 1978 presiede la Santa Messa per l’inizio del ministero petrino. “Con attonita e comprensibile trepidazione, ma anche con immensa fiducia nella potente grazia di Dio e nella ardente preghiera della Chiesa – afferma il Pontefice – abbiamo accettato di diventare il Successore di Pietro nella sede di Roma, assumendo il ‘giogo’, che Cristo ha voluto porre sulle nostre fragili spalle”. La prima udienza generale, il 6 settembre 1978, è dedicata all’umiltà. Sottolinea che “la carità è l’anima della giustizia”: “Bisogna voler bene al prossimo, il Signore ce l’ha raccomandato tanto. Io raccomando sempre non solo le grandi carità, ma le piccole carità”.
Durante la prima udienza generale, il Papa chiama inoltre un chierichetto per far capire il senso dell’essere umili:
“Senti, sei mai stato ammalato tu? Il bambino: No. Mai? Mai stato ammalato? Neanche una febbre? Che fortunato! Quando un bambino è ammalato, chi è che gli porta un po’ di brodo, un po’ di medicina? E’ la mamma? Ecco, dopo tu diventi grande e la mamma diventa vecchia, tu diventi un gran signore e la mamma poveretta sarà a letto ammalata. E allora chi è che porterà alla mamma un po’ di latte, la medicina, che farà una visita, chi è? Bravo! Ha detto: Lui e i suoi fratelli, questo mi piace!”.
Il 13 settembre 1978, incentrando l’udienza generale sulla fede, recita una poesia di Trilussa:
“Quella vecchietta ceca, che incontrai / la sera che mi spersi in mezzo ar bosco, / me disse: – se la strada nun la sai / te ciaccompagno io, che la conosco. / Se ciai la forza de venimme appresso / de tanto in tanto te darò na voce, / fino là in fonno, dove c’è un cipresso, / fino là in cima, dove c’è una croce. / Io risposi: Sarà… ma trovo strano / che me possa guidà chi nun ce vede… / La ceca, allora, me pijò la mano / e sospirò: – Cammina -. Era la fede”.
Poesia “graziosa”, ma “difettosa” – spiega Papa Luciani – da un punto di vista teologico. “Difettosa – sottolinea – perché quando si tratta di fede, il grande regista è Dio”:
“Gesù ha detto: nessuno viene a me se il Padre mio non lo attira… Ecco che cosa è la fede: arrendersi a Dio, ma trasformando la propria vita. Cosa non sempre facile”.
All’Angelus del 17 settembre 1978, ricorda agli alunni delle elementari la figura di Pinocchio: “non quello – precisa il Pontefice – che un giorno marinò la scuola per andare a vedere i burattini; ma quell’altro, il Pinocchio che prese il gusto alla scuola, tanto che durante l’intero anno scolastico, ogni giorno, in classe, fu il primo ad entrare e l’ultimo ad uscire”.
La terza udienza generale, il 20 settembre 1978, è dedicata alla speranza, definita una virtù “obbligatoria per ogni cristiano”.
L ’Angelus del 24 settembre 1978, è l’ultimo. Esorta ad essere buoni: “La gente talvolta dice: ‘Siamo in una società tutta guasta, tutta disonesta’. Questo non è vero. Ci sono tanti buoni ancora, tanti onesti. Piuttosto, che cosa fare per migliorare la società? Io direi: ciascuno di noi cerchi lui di essere buono e di contagiare gli altri con una bontà tutta intrisa della mansuetudine e dell’amore insegnato da Cristo”.
Nella quarta e ultima udienza generale del 27 settembre 1978, ripristinando la sedia gestatoria, il giorno prima della morte, cita alcuni passaggi dell’enciclica di Paolo VI “Populorum progressio” e si sofferma, tra l’altro, sul concetto di proprietà privata: “Il grande Papa Paolo VI dice anche nella ‘Populorum progressio‘ che la proprietà privata per nessuno è un diritto inalienabile ed assoluto. Nessuno ha la prerogativa di poter usare esclusivamente dei beni in suo vantaggio oltre il bisogno, quando ci sono quelli che muoiono per non aver niente. Alla luce di queste parole non solo le nazioni ma anche noi privati, specialmente noi di Chiesa, dobbiamo chiederci: Abbiamo veramente compiuto il progetto di Gesù che ha detto: ‘Ama il prossimo tuo come te stesso?”
Durante l’ultima udienza generale, Papa Luciani invita anche un bambino, Daniele Bravo – che frequentava la quinta elementare – a rispondere ad alcune sue domande:
“Che classe fai? Daniele: La V elementare. Il Papa: Tu vuoi stare sempre in quinta elementare o il prossimo anno vuoi un’altra classe? Daniele: Per me è uguale, però vorrei restare in quinta perché altrimenti quando vado in prima media lascio la mia maestra. Il Papa: Allora, stai sempre in quinta o vuoi andare in prima media? Daniele: Voglio stare sempre in quinta! Il Papa: Ho detto prima, non so se sei stato attento, che l’amore a Dio è una specie di viaggio, anche qui bisogna progredire: ‘Signore fa che io ti ami sempre più’ Mai fermarsi. Il Signore ha detto a tutti i cristiani: “Voi siete la luce del mondo, voi siete il sale della terra. Diventate perfetti come è perfetto il Padre mio che è nei cieli” e quindi mai fermarsi, progredire con l’aiuto di Dio, nell’amore di Dio”.
Questa esortazione a progredire con l’aiuto di Dio è una delle ultime eredità di Giovanni Paolo I, il “Papa del sorriso”.
Nell’anno 2012 (centenario della sua nascita) sia la Repubblica Italiana che lo Stato della Città del Vaticano, per ricordarlo, hanno emesso un francobollo a lui dedicato:
Quello vaticano è formato da un foglietto di quattro francobolli con Luciani seduto e benedicente. Sul lato sinistro del foglietto è stata riportata la famosa frase: Dio è papà, più ancora è madre. In più fu coniata una moneta celebrativa da cinque euro sempre a lui dedicata.
Quello italiano è un francobollo singolo (autoadesivo) raffigurante papa Luciani benedicente dal Palazzo Apostolico e sul lato destro la cupola della Basilica Vaticana.
Papa Luciani si spense presumibilmente tra le ore 23:00 del 28 settembre 1978 e le ore 5:00 del 29 settembre, diciannove giorni prima di compiere 66 anni, nel suo appartamento privato, forse a causa di un infarto miocardico. Secondo un comunicato ufficiale della Santa Sede,[76] poco prima di morire, il papa era sbiancato in volto quando aveva saputo del giovane Ivo Zini, assassinato a Roma.
Alle 5:20 circa venne trovato morto nel letto dalle suore Vincenza Taffarel e Margherita Marin, in servizio presso l’appartamento. Alle ore 6:00 il medico Renato Buzzonetti ne constatò il decesso, redigendo l’atto canonico della Recognitio cadaveris. L’annuncio della morte fu dato alle ore 7:30 dalla Radio Vaticana. La salma fu poi trasportata nella Sala Clementina. Alle ore 19.00 iniziò il trattamento conservativo, che venne completato alle 3:30 del mattino seguente.
Per molte ore, il giorno dopo la sua morte, una gran folla di fedeli continuò a sfilare davanti alla sua salma, nonostante il brutto tempo. Il 30 settembre la salma del pontefice fu traslata nella basilica Vaticana, dove rimase esposta fino al 3 ottobre. Gli resero omaggio oltre un milione di fedeli.
Nei giorni immediatamente successivi alla morte, venne chiesto invano da una parte della stampa di effettuare l’autopsia sul corpo del papa, richiesta respinta dal collegio cardinalizio in quanto non prevista dal protocollo.
Papa Luciani riposa nelle Grotte Vaticane dal 4 ottobre 1978.
Data la brevità del pontificato, non si riuscì a preparare l’anello del pescatore per papa Luciani, che utilizzò l’anello vescovile donato da Paolo VI a tutti i padri conciliari che parteciparono al Concilio Vaticano II, e fu sepolto con esso.
Giovanni Paolo I è divenuto beato per il miracolo accertato che lo ha portato agli onori degli altari nel 2022 eavvenuto in Argentina (a Buenos Aires) nel 2011. In quel caso, una madre (Roxana Giarda) insieme al parroco della struttura ospedaliera, invocò intensamente Papa Luciani al capezzale della figlia undicenne, Candela. La bambina era ormai in fin di vita, colpita da una gravissima forma di encefalopatia infiammatoria acuta e shock settico, e guarì miracolosamente in modo totale e improvviso.
L’immagine del Beato Papa Luciani sarà donata ai parroci di Roma. Il 28 settembre (giorno del dies natalis di Giovanni Paolo I), la Fondazione Vaticana Giovanni Paolo I, come parte attrice della causa di canonizzazione, distribuirà immagini del Beato e santini per diffondere la sua fama di santità in occasione dell’incontro voluto dalla Diocesi di Roma a Sacrofano.
Un dono ai parroci romani che giunge nella particolare ricorrenza del dies natalis del Beato Giovanni Paolo I (1912-1978), e che cade in occasione della giornata di comunione presbiteriale, alla Fraterna Domus di Sacrofano, in provincia di Roma. L’incontro è stato convocato dal cardinale Baldo Reina, vicario del Papa per la diocesi di Roma ed è incentrato sul tema: “Il presbitero tra la cura della propria persona, la cura dei confratelli e la cura del popolo di Dio. Gioie e sfide nel presbiterio romano”.
Nella lettera che viene consegnata ai 334 parroci della diocesi del Papa, timbrata dalla Postulatrice e per la Fondazione dal Rappresentante legale, si auspica che il Beato Vescovo di Roma sia conosciuto e venerato in tutte le parrocchie della diocesi e “il Signore – si legge – voglia, attraverso di lui, ricolmarci di grazie”.
L’idea di distribuire ai parroci della un’immagine del Beato Papa Giovanni Paolo I era nata da don Martino Mastrovito, parroco di Regina Mundi a Martina Franca in Puglia, subito sostenuta dalla Postulazione e poi realizzata grazie alla parrocchia di San Pio X, nel quartiere romano della Balduina. “L’intento – spiega don Martino Mastrovito- è quello di voler riscoprire il magistero e l’esemplarità della figura di Albino Luciani”. Il sacerdote racconta le molte iniziative fatte dalla sua parrocchia, come uno spettacolo teatrale su Illustrissimi che è stato realizzato anche a Roma; la distribuzione, al Giubileo dei Giovani dell’immagine del Beato Luciani con un QR code che rimandava alla sua storia raccontata sia in italiano che in inglese. Sono iniziative per diffondere il pensiero di Giovanni Paolo I e quindi far crescere la devozione, il culto della figura del Beato. “Giovanni Paolo I è stato Papa, Vescovo di Roma – afferma don Martino – il suo pensiero e la sua esemplarità vanno nuovamente riconosciute nella Chiesa. L’ importanza del suo pontificato e l’attualità del suo magistero è stata riscoperta grazie all’enorme lavoro di studio e di ricerca compiuto dalla Causa di Canonizzazione prima e poi dalla Fondazione Vaticana Giovanni Paolo I”.
“Quanto accadrà il 28 settembre ovvero l’incontro con il cardinale e con il clero è una bellissima occasione – afferma don Andrea Celli, parroco della chiesa di San Pio X che ha realizzato concretamente il dono – per poter presentare sinteticamente la figura e l’opera di Giovanni Paolo I, farla conoscere ai giovani sacerdoti e rinfrescare la memoria ai parroci che l’hanno conosciuto e che l’hanno avuto come Vescovo di Roma”.
“Vorremmo che la figura e la mitezza di spirito ma anche la profondità culturale di questo grande Pontefice che ha vissuto pochi giorni, ma che in proporzione ai giorni vissuti ha lasciato un grande segno, potesse entrare nel cuore dei presbiteri romani – sottolinea don Celli – e potesse essere divulgata, diventare una figura viva nel ministero quotidiano dei sacerdoti perché la sua semplicità, l’umiltà legata all’abnegazione totale che ha avuto nel servire il Signore da sempre, aiuta a radicare un po’ anche la nostra spiritualità su ciò che è veramente essenziale”. “A me preme molto – conclude – che i parroci romani custodiscano non solo una memoria passata di questo Beato, per questo la parrocchia ha donato alla Fondazione, attrice della causa, affinché custodiscano la bellezza e la freschezza di un ministero che ancora manifesta e testimonia la tenerezza di Dio e accarezza i cuori della gente”.
Nel dono destinato ai sacerdoti di Roma, con il quadretto del Beato Giovanni Paolo I ci sono i santini con la preghiera per la sua intercessione e la sua canonizzazione. Verrà distribuita anche la brochure del convegno internazionale organizzato dalla Fondazione Vaticana, in collaborazione con la Pontificia Università Gregoriana e il Pontificio Comitato di Scienze Storiche, in programma per il 13 ottobre presso lo stesso ateneo e dal titolo «Giovanni Paolo I: Iustitia et Pax. “Tutelare e incrementare la pace in questo mondo turbato”».
Grande è stato anche l’impegno per la pace nel mondo di Giovanni Paolo I, tema di grande attualità internazionale e che è stato di recente analizzato in un articolo del 13 novembre 2025 su Vatican News, dalla postulatrice della Causa di canonizzazione del pontefice veneto, Stefania Falasca, di cui qui di seguito riportiamo ogni passo principale, buon viatico di ogni iniziativa di pacificazione.
“«Abbiamo preso nota con attenzione dei punti di convergenza raggiunti durante l’incontro, come Lei ci ha indicato in dettaglio, che riguardano sia il complessivo piano di pace per il Medio Oriente sia il futuro trattato di pace tra Egitto e Israele».
È il 1978, quando Giovanni Paolo I firma in calce con queste parole la lettera indirizzata al presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter per il termine a Camp David dei colloqui di pace in Medio Oriente. «Sia certo – concludeva papa Luciani – che la Santa Sede continuerà, come per il passato, a seguire con profondo interesse gli sforzi per il conseguimento di questo obiettivo».
La lettera, «From the Vatican, September 21, 1978», viene a siglare l’iter di appoggio di Luciani ai colloqui di Camp David che costituisce il filo conduttore dell’impegno a favore della pace nell’intero corso del suo pontificato.
Il 17 settembre era stato il presidente Carter a scrivere a Giovanni Paolo I per informarlo dei risultati conseguiti dichiarando di aver ricevuto «great inspiration from yourprayers for the Camp David summit and for peace in the Middle East», come documenta la Nota segreta della Segreteria di Stato degli Stati Uniti d’America all’Ambasciata americana di Roma del 18 settembre 1978, acquisita e conservata in copia nell’Archivio della Postulazione, presso la Fondazione Vaticana Giovanni Paolo I.
Nel corso del breve pontificato di Giovanni Paolo I, l’attività di promozione della pace, il compito di favorire la riconciliazione e la fraternità tra i popoli, invitando alla collaborazione per «tutelare e incrementare la pace in questo mondo turbato» è una priorità. Anzi, è uno dei sei «vogliamo» del messaggio Urbi et orbi pronunciato l’indomani della sua elezione, il 27 agosto 1978.
«Volumus» declinato in programma di pontificato che può far riflettere sulla stringente attualità del suo messaggio: «Vogliamo infine favorire tutte le buone e lodevoli iniziative che possano tutelare e incrementare la pace in questo mondo turbato: chiamando alla collaborazione tutti … affinché possano arginare, all’interno delle nazioni, la violenza cieca che solo distrugge e semina rovine e lutti, e, nella vita internazionale, possano condurre gli uomini alla mutua comprensione, alla comunanza degli sforzi che favoriscano il progresso sociale».
La priorità della pace compare con chiarezza anche nell’allocuzione al Corpo diplomatico tenuta il 31 agosto 1978, nella quale Giovanni Paolo I, affrancandosi da presunzioni di protagonismo geopolitico, definisce esattamente la natura e la peculiarità dell’azione diplomatica della Santa Sede, che sgorga da uno sguardo di fede.
La stessa che è stata di Paolo VI, che aveva svolto un’ininterrotta e coraggiosa azione in favore della pace, condotta sotto gli auspici del Vangelo. Se infatti sulla scia della Pacem in terris era stato approfondito dal Concilio un concetto più profondo di pace, è poi con Paolo VI che l’azione nel sostenere la pace con ogni sforzo, e senza trascurare alcun mezzo benché arduo e inaudito, viene a costituire una prassi nella diplomazia pontificia. Dal momento in cui salì al pontificato, Paolo VI non cessò mai di moltiplicare appelli, messaggi e discorsi a favore di questa preminente causa, proprio con un’azione volta a sostenere la pace con ogni sforzo. Per sua volontà, ogni primo gennaio i cattolici celebrano la Giornata per la pace. Luciani ne parla anche da patriarca di Venezia ricordando che la pace non scaturisce mai dalla guerra e non esita a bandire il traffico di armi: «La fabbrica, la vendita e l’acquisto delle armi convenzionali è addirittura cosa scandalosa. Stati cristiani e già ricchi vogliono arricchirsi di più, vendendo armi…perché il grande mercato della guerra è sempre pronto ad ogni transazione» afferma citando la Populoroum progressio come quando cita allo scopo un articolo pubblicato sull’«Osservatore Romano» del 17 maggio 1977 nel quale si danno elenco di aziende e cifre del giro d’affari di questo mercato senza contare «l’ammontare destinato a forniture occulte». E sempre riprendendo l’enciclica montiniana nell’omelia di Pentecoste del giugno 1978, l’allora patriarca di Venezia aveva inoltre affermato che «nella situazione attuale non sarebbe cosa eccezionale, ma normale, costituire un fondo comune mondiale a favore dei popoli più indigenti con denari ottenuti specialmente decurtando le enormi somme investite negli armamenti», perché, dichiarava «ci sono sperperi pubblici e privati, spese fatte per le armi che costituiscono uno scandalo intollerabile».
Anche il 4 settembre, ricevendo gli oltre cento rappresentati delle missioni internazionali, riprende i medesimi motivi sottolineando come «il nostro cuore è aperto a tutti i popoli, a tutte le culture e a tutte le razze» e afferma: «Non abbiamo, certo, soluzioni miracolistiche per i grandi problemi mondiali, possiamo tuttavia dare qualcosa di molto prezioso: uno spirito che aiuti a sciogliere questi problemi e li collochi nella dimensione essenziale, quella dell’apertura ai valori della carità universale… perché la Chiesa, umile messaggera del Vangelo a tutti i popoli della terra, possa contribuire a creare un clima di giustizia, fratellanza, solidarietà e di speranza senza la quale il mondo non può vivere».
Nel corso del pontificato l’attività di promozione della pace si concretizza in due circostanze. Nella lettera del 20 settembre indirizzata ai vescovi delle Conferenze episcopali dell’Argentina e del Cile, quando lo scontro armato tra i due Paesi, per la controversia di confine sorta in merito alla sovranità sulle isole nel canale di Beagle, sembrava imminente e fu evitato grazie alla mediazione della Santa Sede. Ma certamente il tema internazionale che fa da filo conduttore a tutto il pontificato è l’appoggio ai colloqui di pace che dal 5 al 17 settembre impegnarono a Camp David il presidente americano Jimmy Carter, il presidente egiziano Anwar el Sadat e il premier israeliano MenachemBegin. Già nella prima udienza generale del 6 settembre sull’umiltà, il Papa aveva interpellato i presenti «per una intenzione che mi sta molto a cuore» e l’affermazione che segue, omessa nelle edizioni ufficiali, seppure immediatamente ribattuta dalle cancellerie, conduce ancora dritti a quegli impegni elencati nell’Urbi et Orbi che tessono e cifrano il suo breve pontificato sul fronte della ricerca della pace: «In questi momenti ci viene un esempio da Camp David. Ieri l’altro il Congresso americano è scoppiato in un applauso che abbiamo sentito anche noi quando Carter ha citato le parole di Gesù: ‘Beati i facitori di pace’. Io veramente mi auguro che quell’applauso e quelle parole entrino nel cuore di tutti i cristiani, specialmente di noi cattolici e ci rendano veramente operatori e facitori di pace».
«Queste conversazioni spianino la via ad una pace giusta e completa. Giusta – aveva significativamente affermato – cioè con soddisfazione di tutte le parti in conflitto. Completa, «senza lasciare irrisolta alcuna questione: il problema dei palestinesi, la sicurezza di Israele, la città santa di Gerusalemme». L’appoggio al summit venne immediatamente ripreso dalla diplomazia americana e interpretato alla luce del precedente incontro del Papa con il vicepresidente W.J. Mondale, come attestano le note riservate del Dipartimento di Stato Americano, delle quali conserviamo copia.
È tuttavia il 10 settembre che Luciani parla distesamente del summit dedicando per la sua riuscita l’Angelus domenicale (quello noto nel quale afferma «Dio è Padre più ancora è madre») nel quale evidenzia come i tre presidenti – Carter, Sadat e Begin – avessero pregato per la riuscita dei colloqui: «Io sono stato molto ben impressionato dal fatto che i tre presidenti abbiano voluto pubblicamente esprimere la loro speranza nel Signore con la preghiera». I tre leader avevano espressamente richiesto ai popoli di pregare con loro «affinché pace e giustizia escano da queste deliberazioni» e sul filo urgente della storia, nel solco della Nostra Aetate, Giovanni Paolo I cita anche il Corano insieme alle Sacre Scritture. Di quest’intervento prima dell’Angelus si hanno ben due minute autografe stese da Giovanni Paolo I nell’agenda personale e che attestano anche la cura con la quale egli era solito preparare anche ogni suo intervento pronunciato a braccio. L’endorsementdel Papa venne nuovamente ribattuto nei canali delle diplomazie. Pochi giorni dopo, il 17 settembre, trascorsi tredici giorni di negoziazioni intense e a tratti drammatiche, che avevano più volte dato l’impressione di non risolversi positivamente, il summit giungeva a conclusione con la firma a Washington di un Quadro per la pace nel Medio Oriente e di un Quadro per la conclusione di un trattato di pace tra Egitto e Israele.
Pronunciando il suo programma di pontificato Urbi et Orbi, papa Luciani aveva detto: «In modo particolare pensiamo alla martoriata terra del Libano, alla situazione della Terra di Gesù… Tutti siamo impegnati nell’opera di elevare il mondo a una sempre maggiore giustizia, a una pace più stabile, a una più leale cooperazione: e perciò invitiamo e supplichiamo tutti, dagli ordini sociali più umili che formano il tessuto connettivo delle nazioni fino alle autorità responsabili dei singoli popoli, a farsi strumenti efficaci e responsabili di un nuovo ordine, più sano e più giusto». E aveva continuato: «Un’alba di speranza rifulge sul mondo, anche se una coltre di tenebra dai sinistri bagliori di odio, di sangue e di guerra sembra oscurarla. L’umile Vicario di Cristo… è pronto a mettersi a totale servizio della Chiesa e della società civile, senza distinzione alcuna di razze o di idee, affinché possa sorgere per il mondo un giorno più sereno. Solo Cristo potrà far sì che splenda la luce che non conosce tramonto, perché Egli è il “sole di giustizia”: ma Egli pure attende l’opera di tutti; la nostra certo non mancherà».
In questa prospettiva oggi, come allora, ciò che si fa nella sede di Pietro interessa il mondo intero. Anzi, quel mondo che non si attende programmi politici dalla Chiesa, ne una scelta di blocchi o frontiere, ma il coraggio della prudenza, la parresia di parlare ai potenti con la forza della fede, della santità, della preghiera. Le armi che più contano. Le sole armi in un’epoca che anche oggi, sotto i deliri di potenza, e ancora di più sotto la cancellazione di ogni diritto, non può nascondere una sete illimitata di giustizia e di pace. Di queste armi ci ha reso incancellabile testimonianza il governo del beato Vescovo di Roma,Albino Luciani – Giovanni Paolo I”.

