di Sonia Rocca
Il convegno internazionale “Diritti da indossare”, promosso a Palazzo Valentini, sede della città metropolitana di Rona capitale, dall’associazione Il Tempo delle Donne, ha indicato una direzione chiara: i diritti delle donne devono tradursi in protezione reale, autonomia economica e piena partecipazione alla vita sociale. Un messaggio che interpella direttamente le politiche dedicate alle donne migranti, chiamate a uscire definitivamente dalla marginalità per diventare parte integrante delle strategie pubbliche su integrazione, lavoro, sicurezza e cittadinanza.
L’iniziativa, curata e guidata dalla presidente dell’associazione, Rita Valenzuela, ha riunito nella sala consiliare di Palazzo Valentini professioniste, artiste, imprenditrici, madri, rappresentanti delle istituzioni e protagoniste della società civile provenienti da diversi contesti culturali. Il convegno, realizzato con il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica Dominicana in Italia e di Roma Capitale, ha assunto così un rilievo che va oltre la dimensione locale, collocandosi nel solco della diplomazia culturale, del dialogo internazionale e della promozione dei diritti femminili.
Più che una semplice successione di interventi, “Diritti da indossare” è stato un confronto corale e transnazionale, nel quale esperienze individuali, storie di emancipazione e riflessioni civili hanno composto una proposta comune: riconoscere alle donne un ruolo pieno nella costruzione delle comunità. Sotto la regia di Valenzuela, le voci intervenute hanno attraversato appartenenze geografiche, professionali e culturali, facendo emergere una convinzione fondamentale: le differenze non devono diventare confini, ma occasioni per costruire legami, responsabilità condivise e una cittadinanza più ampia.
È in questo orizzonte che si colloca la questione delle donne migranti. Troppo spesso, nel dibattito pubblico, esse vengono rappresentate attraverso immagini semplificate: vittime passive da assistere oppure forza-lavoro da impiegare nei settori meno tutelati. Entrambe le letture sono parziali, perché non riconoscono la complessità dei loro percorsi. Le donne migranti sono madri, lavoratrici, studentesse, professioniste, imprenditrici, mediatrici culturali, figure centrali nei ricongiungimenti familiari e nella vita sociale dei territori. Mantengono relazioni con le comunità di origine e, al tempo stesso, costruiscono quotidianamente nuovi legami nelle città in cui vivono, nelle scuole frequentate dai figli, nei luoghi di lavoro, nelle associazioni e nei servizi pubblici.

L’immigrazione femminile richiede dunque politiche capaci di riconoscere l’intreccio tra genere, condizione sociale, provenienza e status giuridico. Una donna che arriva in Italia può incontrare difficoltà ulteriori nell’accesso a un lavoro stabile, al riconoscimento dei propri titoli di studio, alla casa, alla formazione linguistica, ai servizi sanitari e alla tutela legale. A queste fragilità possono aggiungersi l’isolamento, la dipendenza economica dal coniuge o dal datore di lavoro e il timore di perdere il permesso di soggiorno. Per questa ragione, le politiche migratorie non possono essere pensate come neutre: devono misurarsi con le condizioni concrete della vita delle donne.

Uno dei nodi più urgenti è quello dell’autonomia economica. Il convegno di Palazzo Valentini ha richiamato l’attenzione sul nesso inscindibile tra lavoro, libertà personale e prevenzione della violenza. Senza un reddito regolare, senza una possibilità abitativa autonoma e senza servizi adeguati, una donna resta più esposta al ricatto, alla dipendenza e alla difficoltà di sottrarsi a relazioni pericolose. Per molte donne migranti questo tema è particolarmente rilevante, poiché il loro impiego si concentra nel lavoro domestico, nell’assistenza agli anziani, nelle pulizie e nelle attività di cura. Sono lavori indispensabili per le famiglie e per il welfare italiano, ma ancora troppo spesso caratterizzati da precarietà, irregolarità contrattuale, scarso riconoscimento professionale e retribuzioni insufficienti.
Una seria politica femminile connessa all’immigrazione dovrebbe partire da qui: favorire l’emersione del lavoro irregolare, garantire contratti dignitosi e protezione previdenziale, sostenere il riconoscimento delle competenze acquisite all’estero e offrire formazione professionale e linguistica compatibile con gli orari di lavoro e con la cura dei figli. Sarebbe inoltre necessario promuovere l’imprenditoria femminile migrante, le cooperative sociali e le esperienze di autoimpiego, affinché il lavoro non rimanga soltanto uno strumento di sopravvivenza, ma diventi realmente una via verso l’autonomia e la partecipazione.
Altrettanto centrale è il tema della violenza di genere. Il dibattito emerso nel corso dell’iniziativa romana ha sottolineato l’importanza di una tutela effettiva e omogenea su tutto il territorio, di operatori preparati e di una valutazione tempestiva del rischio. La sicurezza di una donna non può dipendere dal Comune in cui risiede né dalla casualità di incontrare un servizio competente. Nel caso delle donne migranti, la richiesta di aiuto può essere ostacolata da barriere linguistiche, dalla mancanza di una rete familiare, dalla dipendenza dal partner, dalla paura delle conseguenze sul soggiorno o da una conoscenza insufficiente dei servizi disponibili. Servono quindi centri antiviolenza capaci di lavorare in una prospettiva interculturale, con mediazione linguistica qualificata, assistenza legale, sostegno psicologico e percorsi concreti di autonomia abitativa e lavorativa.
La presenza, all’interno dell’evento, del monologo “Io, Artemisia”, interpretato da Brunella Caronti, ha contribuito a restituire il valore simbolico della libertà femminile. La storia di Artemisia Gentileschi, segnata dalla violenza ma anche dalla forza di trasformare la propria esperienza in linguaggio artistico e affermazione personale, richiama la necessità di non lasciare nessuna donna sola nel momento in cui sceglie di sottrarsi al silenzio, alla sopraffazione e alla paura. Anche in questo risiede il valore della cultura: non un ornamento del discorso pubblico, ma uno spazio nel quale le ferite possono diventare consapevolezza, voce e domanda di giustizia.

Le reti transnazionali e culturali costituiscono un altro elemento essenziale. Le donne migranti tengono insieme Paesi, lingue, famiglie e generazioni; attraverso associazioni, reti informali, scuole, luoghi di culto, attività economiche e iniziative culturali, costruiscono ponti tra società di origine e società di arrivo. In queste relazioni circolano informazioni sui diritti, opportunità formative e lavorative, sostegno reciproco, competenze e pratiche di solidarietà. Sono reti che possono contrastare isolamento e discriminazione, ma anche generare sviluppo, dialogo e partecipazione civica.
In questo senso, la presenza dell’Ambasciata della Repubblica Dominicana in Italia ha attribuito a “Diritti da indossare” un particolare significato istituzionale. La diplomazia, quando sa incontrare le comunità e le loro espressioni culturali, può diventare uno strumento concreto per promuovere i diritti, valorizzare identità plurali e sostenere la partecipazione delle donne nella vita sociale. La cultura, l’arte, la moda, la poesia e la memoria delle tradizioni non devono dunque essere considerate elementi accessori delle politiche di integrazione: possono diventare dispositivi di cittadinanza, linguaggi attraverso cui le persone si raccontano senza essere ridotte a stereotipi.
Le parole della poetessa e cantautrice venezuelana Gisela Josefina López, che ha richiamato il valore degli abiti come trame di memoria, dignità e appartenenza, hanno offerto una metafora particolarmente efficace. Le identità culturali non sono un ostacolo all’integrazione; al contrario, se riconosciute e messe in dialogo, possono diventare radici capaci di generare relazioni e futuro. Da qui la necessità di sostenere le associazioni guidate da donne migranti, favorire gli scambi culturali, rafforzare la mediazione nei servizi pubblici e coinvolgere direttamente le comunità nella progettazione delle politiche che le riguardano.

L’impegno de Il Tempo delle Donne e della sua presidente Rita Valenzuela assume, in questo quadro, un valore che supera la dimensione dell’evento. La formula proposta da Valenzuela — trasformare l’ascolto in responsabilità, la responsabilità in azione e l’azione in libertà — può diventare una linea di lavoro per una rinnovata politica femminile sull’immigrazione. Ascoltare le donne migranti significa riconoscere le loro esperienze e includerle nella definizione delle misure pubbliche. Assumere responsabilità significa intervenire sulle cause materiali di disuguaglianza, sfruttamento e violenza. Agire significa finanziare servizi, formare operatori, consolidare reti territoriali e verificare che le tutele siano davvero accessibili.
I diritti, come suggerisce il titolo del convegno, devono potersi “indossare”: devono accompagnare le donne nella vita quotidiana, nella possibilità di lavorare senza essere sfruttate, di chiedere aiuto senza temere conseguenze, di studiare, curarsi, crescere i figli e partecipare alla vita pubblica. Per le donne migranti, questa è la misura più concreta di una società capace di fare dell’accoglienza non una parola generica, ma una pratica di libertà, dignità e giustizia.
