di Gianni Lattanzio
Il potere ama presentarsi come un destino. Si abitua alla propria durata, confonde la continuità con la necessità, finisce per considerare il Paese una propria estensione. Poi arriva una notte elettorale e quella che sembrava una geografia immutabile torna a essere una contesa: i numeri interrompono i discorsi, le piazze si riempiono, i vincitori cercano parole all’altezza della promessa e gli sconfitti devono decidere se riconoscere il limite. È in quel momento, forse più che nella celebrazione del successo, che una democrazia rivela la propria consistenza.
Brasile, Serbia e Israele si trovano davanti a questo interrogativo attraverso vicende differenti. In Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva ha conquistato un quarto mandato presidenziale, battendo Flávio Bolsonaro. In Serbia, una lista sostenuta dal movimento studentesco ha vinto le elezioni parlamentari, aprendo una frattura nel sistema di potere raccolto intorno ad Aleksandar Vučić. In Israele, chiamato alle urne il 27 ottobre, il giudizio degli elettori deve ancora compiersi: il futuro politico di Benjamin Netanyahu rimane aperto. Due esiti e un’attesa, dunque, non tre risultati da piegare a una conclusione già scritta.
A unirli non è una comune direzione ideologica. È qualcosa di più essenziale: la possibilità che la decisione dei cittadini conservi la forza di incidere sulla storia. Che il governo non diventi possesso, che la rappresentanza non si riduca a investitura, che la sicurezza non esaurisca ogni altra ragione della convivenza. La democrazia vive di questa inquietudine regolata. Non promette che sceglieremo sempre bene; pretende che nessuno possa sottrarre agli altri il diritto di scegliere ancora.
Montesquieu aveva individuato il problema alla radice: la libertà non può dipendere soltanto dalle intenzioni di chi comanda. Occorre che il potere incontri un altro potere, che vi siano limiti capaci di resistere anche quando la maggioranza è impaziente e il governante si ritiene indispensabile. La separazione dei poteri non nasce per rendere impossibile la politica, ma per impedire che una volontà sola occupi l’intero spazio dello Stato.
In Brasile, questa lezione accompagna una vittoria che sarebbe superficiale descrivere soltanto come un ritorno della sinistra o come una rivincita personale. Lula ha ottenuto il 51,8 per cento dei voti contro il 48,2 per cento di Flávio Bolsonaro, rovesciando l’ordine d’arrivo del primo turno. Il risultato assegna un mandato inequivocabile, ma racconta anche la persistenza di una divisione profonda. Il vincitore ha prevalso; l’altra parte del Paese non è scomparsa.
È qui che comincia la responsabilità più difficile. Una campagna elettorale distingue, mobilita, contrappone; un governo deve scegliere senza spezzare il legame che tiene insieme cittadini diversi. Lula non potrà chiedere alla riconferma ciò che nessuna scheda può concedere: la cancellazione delle fratture sociali e politiche. Dovrà invece dimostrare che un indirizzo riconoscibile può convivere con istituzioni aperte, che la forza del mandato non esclude la misura nell’esercizio del potere.
Ma la prima prova della tenuta democratica riguarda anche lo sconfitto. Flávio Bolsonaro ha rifiutato di riconoscere la sconfitta e ha annunciato una contestazione relativa alla decisione giudiziaria che aveva prolungato le operazioni di voto. Reuters riferisce che anche la sua campagna aveva chiesto un’estensione, motivata dalle forti piogge nel sud del Paese. Saranno le sedi competenti a valutare le contestazioni; resta però evidente la delicatezza del passaggio politico.
Il diritto di ricorrere è parte della democrazia, non una sua negazione. Nessun risultato deve essere sottratto alle verifiche previste dalla legge. Altra cosa è insinuare che il sistema sia affidabile soltanto quando consegna la vittoria al proprio campo. Nel primo caso si chiede alle istituzioni di funzionare; nel secondo si rischia di renderle inutilizzabili, perché ogni loro decisione viene giudicata attraverso un unico criterio: la convenienza di chi la riceve.
Norberto Bobbio ci aiuta a riconoscere il valore di questa distinzione. Le regole del gioco democratico non sono una concessione alla forma a scapito della sostanza: stabiliscono chi decide, attraverso quali procedure e con quali garanzie. Senza un terreno comune, la competizione non produce un esito riconosciuto, ma soltanto una tregua fra pretese incompatibili. La democrazia non domanda agli sconfitti di rinunciare alle proprie idee; domanda loro di continuare a sostenerle entro un ordinamento nel quale sia possibile tornare maggioranza.
Se il Brasile mette alla prova una leadership riconfermata, la Serbia interroga la capacità del cambiamento di darsi una forma durevole. Secondo i risultati riportati da Reuters con quasi il 99 per cento dei voti scrutinati, la lista sostenuta dal movimento studentesco ha ottenuto il 52,7 per cento dei consensi e 139 seggi sui 250 del Parlamento, contro il 39,2 per cento e i 97 seggi dell’alleanza guidata dal Partito progressista serbo. Vučić ha riconosciuto la sconfitta. Si tratta di un risultato parlamentare: modifica la maggioranza e apre una nuova fase di governo, senza coincidere automaticamente con un avvicendamento alla presidenza.
All’origine di questa mobilitazione vi è il crollo della pensilina della stazione di Novi Sad, nel 2024, nel quale morirono sedici persone. La richiesta di accertare le responsabilità si è trasformata in una protesta contro la corruzione percepita e l’opacità delle decisioni pubbliche. Intorno agli studenti si sono raccolte altre componenti della società, fino alla costruzione di una proposta elettorale sostenuta anche da docenti, medici, giuristi e figure della vita civile.
C’è un momento in cui una tragedia smette di essere soltanto una vicenda da commemorare e diventa una domanda rivolta allo Stato. Non perché il dolore debba necessariamente tradursi in opposizione, ma perché il rifiuto di una risposta credibile può investire la fiducia nell’intero sistema. Una pensilina crollata obbliga a interrogare progetti, controlli, contratti, responsabilità. Se quelle domande restano senza un approdo convincente, il problema non riguarda più soltanto un’opera: riguarda il modo in cui il potere rende conto delle proprie decisioni.
La riflessione di Hannah Arendt permette di leggere la dimensione politica di questo passaggio. Il potere non coincide esclusivamente con gli apparati, né si esaurisce nella capacità di ottenere obbedienza. Può nascere dall’agire insieme, dall’incontro fra persone che prendono parola e rendono visibile una questione comune. La pluralità, in questa prospettiva, non è un fastidio da amministrare: è la condizione della vita politica.
La forza di una mobilitazione non garantisce, tuttavia, la qualità di un governo. La piazza può unirsi intorno a una richiesta limpida; una maggioranza parlamentare deve affrontare priorità concorrenti, risorse limitate, mediazioni spesso impopolari. La denuncia identifica ciò che non è più tollerabile; il governo deve costruire ciò che verrà dopo. È un passaggio nel quale anche gli entusiasmi più generosi possono consumarsi. Le prime analisi sulla Serbia indicano proprio questa difficoltà: trasformare la domanda di legalità e di servizi migliori in capacità amministrativa, misurandosi con resistenze burocratiche e con un’esperienza di governo ancora limitata.
La vittoria degli studenti avrà dunque una misura più esigente dell’affluenza alle celebrazioni. Dovrà essere giudicata dalla trasparenza delle procedure, dalla qualità delle nomine, dalla possibilità di criticare i nuovi governanti con la stessa libertà rivendicata contro i precedenti. L’esito migliore di una protesta democratica non è uno Stato costretto a vivere nella mobilitazione permanente, ma uno Stato nel quale ottenere risposte non richieda ogni volta una mobilitazione.
Anche l’Europa dovrebbe guardare a Belgrado con meno automatismi. La stabilità non coincide necessariamente con la durata di un interlocutore; può nascere dalla credibilità delle istituzioni che gli sopravvivono. Sarebbe però altrettanto improprio attribuire alla nuova maggioranza un’identità europea compiuta soltanto perché il suo successo incontra le aspettative di una parte dell’opinione pubblica occidentale. Rispettare una società significa riconoscerne l’autonomia, non trasformarla nella conferma delle proprie speranze.
Israele porta dentro questo ragionamento una domanda ancora diversa: come si esercita il giudizio democratico quando la politica è attraversata dal trauma, dalla guerra e dalla paura? Il voto del 27 ottobre è la prima elezione nazionale dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e dopo una stagione segnata dalle guerre a Gaza, in Libano e con l’Iran. In discussione vi è la leadership di Netanyahu, ma anche il rapporto di fiducia fra cittadini e istituzioni chiamate a garantire la sicurezza.
Alla vigilia, la media dei sondaggi elaborata da Reuters indicava un vantaggio complessivo dei partiti contrari al primo ministro, senza delineare una strada certa verso una coalizione. L’opposizione a una leadership non produce necessariamente un accordo sul governo del giorno successivo. Nella Knesset, composta da 120 seggi ed eletta con un sistema proporzionale che prevede una soglia del 3,25 per cento, il risultato dei singoli partiti deve poi tradursi nella costruzione di una maggioranza.
Occorre fermarsi qui, prima che l’analisi diventi desiderio. Non è ancora il momento di annunciare la fine di Netanyahu, né di considerare inevitabile la sua permanenza. Anche il rispetto dell’incertezza è una forma di rispetto per gli elettori: significa riconoscere che non sono comparse di una storia scritta altrove.
Qualunque sia il verdetto, rimarrà il problema di come restituire alla politica uno spazio che l’emergenza tende a restringere. Una società colpita ha diritto alla protezione; ha anche diritto di interrogare chi la governa. La richiesta di responsabilità non può essere liquidata come un’insidia all’unità nazionale, così come il dissenso non può essere automaticamente equiparato a una rinuncia alla sicurezza. La democrazia diventa più necessaria proprio quando è più difficile praticarla.
Il principio del limite non è un lusso dei tempi pacifici. Se lo fosse, cesserebbe di valere nel momento in cui il potere dispone delle ragioni più forti per espandersi. Il controllo parlamentare, l’indipendenza della giustizia, il confronto pubblico non eliminano la necessità di decidere: impediscono che la decisione si sottragga a ogni verifica. È il significato ancora attuale dell’equilibrio fra i poteri delineato da Montesquieu.
Né un eventuale cambiamento di governo basterebbe a risolvere il conflitto, né un’eventuale conferma trasformerebbe tutte le scelte passate in necessità incontestabili. Sicurezza di Israele, diritti dei palestinesi e prospettiva di una pace regionale devono poter tornare oggetto di iniziativa politica, non restare prigionieri di un’alternativa nella quale ogni possibilità viene descritta come impossibile. Governare significa anche impedire che l’orizzonte si chiuda.
È questa, in fondo, la relazione fra le tre vicende. Non una vittoria universale della sinistra, non un’insurrezione generazionale uniforme, non l’imminente tramonto di ogni leadership personale. In Brasile ha prevalso un presidente uscente; in Serbia una lista sostenuta da una mobilitazione civile; in Israele la scelta deve ancora tradursi in un risultato e poi in un possibile governo. La differenza fra questi percorsi non indebolisce il confronto: gli restituisce precisione.
Il punto comune è la reversibilità del potere. La possibilità che un mandato venga confermato, corretto o revocato; che chi governa debba rispondere, che chi perde possa tornare a competere, che nessuno identifichi la propria sorte con quella della nazione. È una promessa meno seducente delle narrazioni salvifiche, perché non offre una vittoria definitiva. Offre qualcosa di più sobrio e più raro: la libertà di non essere consegnati per sempre a una sola scelta.
Poi la notte elettorale finisce. Le piazze si svuotano, le bandiere vengono riposte, il clamore lascia il posto alle pratiche quotidiane del governo. Restano le scuole, gli ospedali, i tribunali, i cantieri; restano le famiglie che attendono risposte e i cittadini che non hanno votato per chi ha vinto. È allora che il consenso incontra la propria verità.
La democrazia che non si lascia archiviare non è quella che celebra più rumorosamente se stessa. È quella che continua a rendere il potere discutibile, controllabile, sostituibile. E che, dopo avere contato i voti, non dimentica di ascoltare le persone.

