di Gianni Lattanzio
La crisi di una nazione comincia quando i suoi cittadini guardano la stessa bandiera e non vedono più la stessa cosa. Per qualcuno è una promessa ancora da mantenere, per altri un’eredità da difendere, per altri ancora il ricordo di un paese nel quale si sentivano al proprio posto. L’America si trova davanti a questo specchio. Il problema non è soltanto che gli americani desiderino futuri diversi. È che faticano a riconoscersi come protagonisti della medesima storia.
Donald Trump ha occupato lo spazio aperto da questa frattura. La sua forza più profonda non consiste nell’avere offerto una spiegazione coerente delle trasformazioni americane, ma nell’avere dato a una parte del paese un modo di sentirle. Ha trasformato lo smarrimento in un’appartenenza, la nostalgia in una promessa, il risentimento in una forma di partecipazione. Il suo messaggio può essere letto come un patto emotivo: non siete voi a essere diventati estranei all’America; è l’America a esservi stata sottratta.
È un messaggio potente perché sposta il fallimento fuori dalla persona. Se il lavoro non garantisce più sicurezza, se i figli sembrano avere meno prospettive dei padri, se il proprio modo di parlare viene percepito come inadeguato, la colpa non è più di chi non riesce a tenere il passo. Diventa colpa di chi avrebbe cambiato le regole, occupato le istituzioni, confiscato il prestigio. La politica smette allora di promettere soltanto benessere e comincia a promettere restituzione.
Ma che cosa dovrebbe essere restituito, e a chi? Dentro questa domanda si nasconde il conflitto irrisolto della nazione americana. Gli Stati Uniti amano raccontarsi come una patria fondata su principi accessibili a chiunque, anziché su un’origine riservata a pochi. Eppure, come ha documentato Rogers M. Smith nella sua storia della cittadinanza americana, la tradizione liberale e repubblicana ha convissuto con concezioni dell’appartenenza che escludevano o subordinavano le persone sulla base della razza, del sesso, della religione e dell’origine.
L’America non è dunque una promessa pura che a un certo punto si è corrotta. È la lotta, mai conclusa, fra quella promessa e i confini entro i quali si è tentato di rinchiuderla. La sua grandezza non sta nell’essere stata innocente, ma nell’avere generato parole e strumenti con cui contestare le proprie ingiustizie. Il pericolo nasce quando una parte del paese considera ogni ampliamento della promessa come una diminuzione della propria eredità.
Per capire questa paura bisogna scendere dal linguaggio delle istituzioni a quello delle vite. La sociologa Arlie Russell Hochschild lo ha fatto ascoltando a lungo i conservatori della Louisiana e ricostruendo una narrazione che ha chiamato “storia profonda”: uomini e donne che si sentono pazientemente in fila verso il sogno americano, mentre vedono, o credono di vedere, altri aiutati dal governo a passare davanti.
L’immagine colpisce perché la fila non rappresenta soltanto un’attesa. Rappresenta un ordine morale. Ho lavorato, ho sopportato, ho rispettato le regole: perché non arriva il mio turno? Quando la risposta manca, la delusione può diventare una ferita d’identità. Non mi viene negato soltanto qualcosa che desidero; mi viene negato il valore di ciò che sono.
Questa storia non dimostra che chi si sente scavalcato abbia ragione, né che le persone accusate di avere ricevuto un favore siano davvero privilegiate. La stessa Hochschild la presenta come una narrazione vissuta come vera, non come una ricostruzione oggettiva della distribuzione di diritti e opportunità, secondo il resoconto del suo lavoro pubblicato dalla Harvard Gazette. Comprenderla significa però accorgersi di un fatto decisivo per la politica: non basta confutare un sentimento per sottrargli forza.
Qui il trumpismo trova il suo punto d’ingresso. A chi si sente disprezzato non offre necessariamente una via per ricomporre il rapporto con gli altri, ma la possibilità di rovesciarlo. La trasgressione del leader può diventare il gesto liberatorio di chi vede finalmente infrante le regole del mondo che lo ha giudicato. L’insulto non appare più soltanto una caduta di stile: può essere vissuto come la rivincita di chi ritiene di averne subiti troppi.
La comprensione incontra tuttavia un limite che una democrazia non può oltrepassare. Non ogni perdita di centralità è un’ingiustizia. Non ogni diritto conquistato da altri è un furto. Il compito della politica dovrebbe essere riconoscere il dolore senza trasformarlo in un’autorizzazione a cercare colpevoli fra i più esposti.
Anche la parola patria si trova su questa soglia. Può indicare il luogo nel quale nessuno deve dimostrare di meritare meno degli altri, oppure diventare una proprietà custodita da chi pretende di stabilire chi sia davvero di casa. Robert Bellah aveva individuato nella religione civile americana una trama di simboli, credenze e rituali capace di conferire una dimensione morale alla vita della repubblica. Il suo pensiero contiene una distinzione preziosa: la nazione non deve soltanto celebrarsi, ma accettare di essere giudicata alla luce di principi superiori alla propria potenza, come ricorda la ricostruzione dello Hartford Institute.
Una patria democratica ammette che la critica possa essere una forma di fedeltà. Una patria trasformata in idolo la scambia per tradimento. È anche lungo questo confine che si gioca la ricerca di una nuova identità americana: fra il bisogno legittimo di appartenere e la tentazione di rendere quell’appartenenza esclusiva.
Sarebbe però troppo semplice raccontare il conflitto come una contrapposizione immobile fra un’America bianca e conservatrice e un’America plurale e progressista. Le urne hanno già incrinato questa rappresentazione. Nell’analisi del voto presidenziale del 2024 condotta dal Pew Research Center, Trump ha raggiunto il 48 per cento fra gli elettori ispanici, contro il 36 per cento del 2020, mentre Kamala Harris ha ottenuto il 51 per cento. Non è la scomparsa delle divisioni razziali. È la smentita dell’idea che l’origine possa essere trattata come una destinazione elettorale.
La stessa ricerca mostra una frattura altrettanto significativa sul terreno dell’istruzione: Trump prevale fra gli elettori senza laurea quadriennale con il 56 per cento contro il 42, mentre Harris vince fra i laureati con il 57 contro il 41. Sarebbe sbagliato dedurne che tutti i lavoratori siano diventati repubblicani o che i democratici rappresentino soltanto i ceti privilegiati. Il livello d’istruzione non coincide con il reddito, e più della metà degli elettori di Harris non possiede una laurea quadriennale.
Il cambiamento riguarda qualcosa di meno schematico e forse più profondo: chi viene percepito come capace di riconoscere una vita. Si può beneficiare delle proposte di un partito senza sentirsi a proprio agio nel suo linguaggio. Si può votare contro un interesse materiale immediato per difendere un’identità che si considera minacciata. Una politica che dimentica questa possibilità finisce per trattare gli elettori come errori da correggere.
La categoria di “sinistra bramina”, con cui Thomas Piketty ha descritto il crescente legame fra partiti di sinistra ed elettori più istruiti, aiuta a capire il problema democratico, purché non diventi una caricatura. Non c’è nulla di sbagliato nell’istruzione, né nella difesa dei diritti. Il problema nasce quando una cultura politica scambia i propri codici per la lingua naturale dell’intera società e interpreta ogni distanza come arretratezza morale.
È su questo terreno che le elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026 acquistano un significato che supera il conteggio dei seggi. Si rinnovano tutti i 435 seggi della Camera e 35 dei 100 seggi del Senato. Al momento della verifica, la pagina di monitoraggio non riportava ancora voti scrutinati: i numeri disponibili descrivono dunque le aspettative della vigilia, non una vittoria già consumata, e le prime chiusure dei seggi sono previste alla mezzanotte italiana fra il 3 e il 4 novembre.
L’ultimo sondaggio Reuters/Ipsos disponibile, concluso il 2 novembre, assegna ai democratici il 46 per cento delle preferenze nazionali per il Congresso, contro il 38 per cento dei repubblicani. Il vantaggio è di otto punti, inferiore agli undici della settimana precedente, mentre il gradimento dell’operato di Trump resta al 32 per cento. Sono indicazioni importanti, ma non possono essere trasformate automaticamente in seggi, perché il controllo del Congresso dipende da competizioni territoriali distinte, come sottolinea la stessa analisi Reuters.
La fragilità delle maggioranze rende ogni passaggio decisivo. Alla vigilia del voto, Reuters indica rapporti di forza di 218 a 214 alla Camera e di 53 a 47 al Senato a favore dei repubblicani, con un guadagno netto di quattro seggi necessario ai democratici per conquistare ciascuna camera. Ma il dato che interroga più a fondo l’identità democratica è un altro: fra gli indipendenti registrati, il 50 per cento considera il proprio voto un voto contro Trump, mentre il 13 per cento lo considera un voto a suo favore.
Ecco il possibile equivoco. Essere scelti per fermare qualcuno non significa essere riconosciuti come interpreti del futuro. Una maggioranza può nascere dalla stanchezza, dalla paura, dal bisogno di ristabilire un limite. Ma una cultura politica deve offrire qualcosa di più: un’immagine credibile della vita che verrà.
La pressione di Trump costringe dunque i democratici a una trasformazione che non possono risolvere soltanto scegliendo candidati più moderati o parole più radicali. Dopo la sconfitta presidenziale del 2024, il partito resta diviso fra chi propone un messaggio economico più populista e chi punta su una strategia centrista per riconquistare gli elettori oscillanti. Entrambe le strade hanno una ragione. Nessuna, da sola, garantisce di ritrovare il paese.
Il centrismo può riaprire il dialogo con chi si è allontanato, ma rischia di presentarsi come la manutenzione di un ordine che troppi considerano insoddisfacente. Il populismo economico può restituire concretezza e conflitto alla politica, ma non dovrebbe illudersi che il portafoglio esaurisca la persona. Si vive anche di rispetto, di legami, del desiderio di non essere trattati come residui di un mondo destinato a scomparire.
Eppure, proprio la condizione materiale offre un punto dal quale ricominciare. Nell’analisi Reuters pubblicata il 20 ottobre, metà degli elettori registrati indicava il costo della vita come il fattore più importante per la propria scelta. Casa, sanità, alimentari e carburanti figuravano fra le spese sulle quali gli intervistati chiedevano attenzione politica, secondo la medesima rilevazione richiamata da Reuters.
Non è un ritorno a questioni meno nobili dei diritti. È il luogo nel quale i diritti incontrano la possibilità di essere vissuti. La libertà di chi non può curarsi, l’autonomia di chi non può permettersi una casa, il merito di chi lavora senza riuscire a uscire dall’incertezza non possono restare formule pronunciate da una distanza rassicurante. La dignità ha bisogno di parole, ma anche di condizioni.
La scelta fra giustizia sociale e diritti civili è perciò una falsa alternativa. Una persona non smette di appartenere a una minoranza quando entra in fabbrica o in un ospedale, e non smette di essere un lavoratore quando chiede rispetto per la propria identità. Il compito di un partito popolare non dovrebbe essere stabilire quale parte di lei meriti rappresentanza, ma ritrovare un linguaggio capace di tenerla intera.
La filosofia aiuta a dare profondità a questa intuizione. Nel confronto con il liberalismo, Michael Sandel e Charles Taylor hanno insistito sul ruolo dei legami che contribuiscono a costituire la persona, mentre il dibattito successivo ha cercato di conciliare appartenenza e autonomia, senza sacrificare la libertà individuale alla comunità, come ricostruisce la Stanford Encyclopedia of Philosophy. Non è una disputa astratta rispetto alla crisi americana. È la domanda su come si possa essere liberi senza essere soli, e uniti senza essere costretti a somigliarsi.
Una comunità che non ammette differenze soffoca. Una libertà priva di relazioni può diventare un’esperienza di abbandono. Fra questi due pericoli si apre lo spazio di una politica democratica che non abbia paura di parlare di patria e non abbia bisogno di renderla ostile per darle consistenza.
Richard Rorty aveva sollecitato una sinistra meno ripiegata nella diagnosi culturale e più capace di ricostruire una speranza riformatrice. In «Achieving Our Country» aveva anche avvertito che lavoratori convinti di essere stati abbandonati avrebbero potuto cercare un uomo forte disposto a promettere una rivincita contro le élite, come documenta già la recensione del libro pubblicata nel 1998 dal New York Times.
Non serve trasformarlo in un profeta. Basta prendere sul serio la responsabilità che la sua domanda affida alla politica: a che cosa serve conoscere tutte le contraddizioni di una società, se non si riesce più a immaginare con le persone che la abitano un modo per cambiarla? La critica è indispensabile. Ma chi sa soltanto smascherare rischia di lasciare a qualcun altro il monopolio della speranza.
È qui che l’America deve tornare a cercarsi. Ai democratici non basterà dimostrare che Trump divide; dovranno mostrare quale vita comune renda possibile la loro alternativa. Alla destra non basterà invocare il popolo; dovrà riconoscere che il popolo comprende anche chi non vota per il suo leader e non condivide la sua idea di nazione.
Non si tratta di immaginare una riconciliazione senza conflitti. Una democrazia viva discute, distingue, sceglie e respinge. Ma deve conservare un confine fra contrastare un progetto e negare l’appartenenza di chi lo sostiene. Non tutte le idee meritano consenso; ogni cittadino conserva diritti che non dipendono dal consenso della maggioranza.
La nuova identità americana, se riuscirà a prendere forma, non nascerà dal ritorno a un passato incontaminato. Nascerà dalla capacità di attraversare una storia controversa senza rinunciare a un futuro comune. Dovrà riconoscere le ingiustizie senza ridurre l’eredità nazionale a una colpa e custodire la memoria senza trasformarla nel privilegio di chi pretende di esserne l’unico discendente.
Le urne possono distribuire il potere. Non possono, da sole, restituire a una nazione il senso di sé. Quel lavoro comincia quando la vittoria non autorizza a umiliare e la sconfitta non condanna a sentirsi stranieri.
Forse l’America ritroverà il proprio volto quando smetterà di chiedersi a chi debba essere restituita e ricomincerà a domandarsi che cosa debba promettere a tutti. Non una patria senza differenze, ma una patria che non abbia bisogno di nemici per sentirsi unita.

