Prefazioni del Card. Enrico Feroci e di Lorenzo Bini Smaghi – Roma, settembre 2026, pp. 176
di Sonia Rocca
C’è una domanda, all’origine di questo libro, che ha il sapore delle conversazioni nate lontano da casa. È il 2024 e un autobus attraversa il deserto tra Samarcanda e Bukhara: a bordo c’è un gruppo di pellegrini di una parrocchia romana e, tra loro, il “nonno” della comitiva, un ottantasettenne che in quelle terre era già stato da amministratore delegato della SACE. Un compagno di viaggio gli chiede come abbia fatto carriera senza l’appoggio di un partito. «Senza la tessera giusta, senza il santo in paradiso?». Da quell’incredulità nasce «Il banchiere audace», memoria professionale e familiare di Giorgio Tellini, che ha guidato il Mediocredito Centrale, ha fondato SOFIPA e ha diretto la SACE negli anni delle grandi trasformazioni della finanza pubblica italiana.

Il libro però non vuole essere un’autocelebrazione. Il filo che lo regge è la parabola dei talenti (Mt 25,14-30), riletta con una formula che resta impressa: «il talento non è un merito ma un debito. Un debito verso sé stessi, verso la propria famiglia, verso la comunità in cui si vive». La domanda che l’autore si pone, ho davvero messo a frutto i talenti che mi erano stati affidati?, è la vera chiave di lettura del volume, che è insieme un esame di coscienza e un’offerta ai più giovani. Una scelta non scontata, visto che la Premessa la motiva con dati precisi: i giovani che non studiano né lavorano, i cinquecentocinquantamila espatriati tra il 2011 e il 2024, il «corto circuito» tra il potenziale di una generazione e la capacità del Paese di valorizzarlo.
Dal Casentino al Cremlino
La prima parte è la più letteraria, e forse la più riuscita. Tellini nasce nel 1937 a Soci, nel comune di Bibbiena, in un Casentino segnato dalla mezzadria, dal lanificio e dai ritmi della fattoria di Villa Bocci, di cui il padre Domenico era l’uomo di fiducia. Le pagine sulla guerra hanno la nitidezza dei ricordi d’infanzia che non sbiadiscono: i colpi alla porta in una sera di luglio del 1944, la fucilazione dei quattordici giovani nel campo sportivo di Partina, le urla dei familiari «che non si dimenticano», il padre camaldolese che salva la madre e il fratello da un rastrellamento. Accanto c’è la civiltà contadina descritta con precisione quasi etnografica: il pane portato sulla testa fino al forno della Colombaina, la veglia per sgranare il granturco, il barilotto di vinsanto preparato alla nascita di ogni figlio per aprirlo al diploma, «un investimento simbolico nel futuro».
Al centro di quel mondo c’è la madre, Marietta, che aveva fatto solo le elementari ma sapeva che «la scuola era la sola forma di leva disponibile per chi non aveva rendite né protezioni». Da qui parte la formazione: i tre anni al collegio degli Scolopi del Pellegrino a Firenze, con il latino di Cesare in cui l’autore intuisce che «imparare a scrivere in quel modo, con precisione, senza ornamenti inutili, era imparare a pensare». Poi la ragioneria ad Arezzo, il giornalino goliardico «Al Verde», la spedizione sulla Marmolada con don Angelo Mazzoleni. E l’incontro con Elda, nato da cinquanta lire contestate alla ditta Butali, una scena da commedia garbata che apre una storia lunga oltre sessant’anni.
Segue la carriera vera e propria, raccontata con ordine: lo sportello della Cassa di Risparmio di Firenze, la laurea con il massimo dei voti sotto la guida di Giannino Parravicini, che diventa il suo maestro, e nel 1966 l’arrivo al Mediocredito Centrale. Ne nasce un affresco dell’Italia economica del secondo Novecento: l’alluvione dell’Arno e gli interventi per le imprese colpite, il grande censimento delle imprese manifatturiere (28.635 questionari, oltre due milioni e mezzo di addetti), l’incontro con Enrico Cuccia, il pranzo a Madrid con Guido Carli. Quest’ultimo avverte che una società di partecipazioni indipendente reggerà alle pressioni politiche solo finché non diventa «sistemica».

Il merito alla prova
Il capitolo su SOFIPA è il cuore professionale del libro. Nel 1982 il capitale di rischio istituzionale per le piccole e medie imprese in Italia semplicemente non esiste, e lo scetticismo è generale. Tellini fissa tre condizioni che ancora oggi sembrano un piccolo manuale di governance: azionariato frazionato e indipendente, management competente ed eticamente integro, capitale paziente. I risultati gli danno ragione: Interpump e l’imprenditore Montipò con i suoi torni comprati usati, Gewiss, Costa Crociere, la nascita di Contship a La Spezia, e un primo decennio chiuso con settantadue aziende finanziate e un rendimento lordo medio del venti per cento annuo.
Il libro diventa davvero onesto quando racconta un fallimento. Nell’estate del 1988, a Sabaudia, l’autore scopre che il direttore della controllata SOFIPA Intermediazione ha aperto posizioni al ribasso su titoli STET fino quasi ad azzerare il patrimonio. Le notti insonni sul terrazzo, il colloquio con un primario psichiatra, le dimissioni offerte e respinte: Tellini non si assolve, e ne trae una lezione che vale per qualunque organizzazione: la fiducia nelle persone «richiede sempre un sistema di controllo che non dipenda soltanto dalla fiducia».
Gli anni del ritorno al Mediocredito, da direttore generale e poi amministratore delegato, e quelli alla SACE allargano lo sguardo alla geopolitica. C’è la firma al Cremlino sul debito russo davanti a Boris Yeltsin, la soluzione trovata per Gazprom, la Cina che annuncia la fine della garanzia sovrana sulle municipalità, il governatore della Banca centrale iraniana negli anni di Khatami. Ci sono i salvataggi del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia, con la proposta di una bad bank e i tre anni di indagine a Palermo, conclusi con il pieno proscioglimento. Alla SACE l’autore arriva quando diciannove tra consiglieri, dirigenti e funzionari erano stati coinvolti in inchieste, e la conduce alla trasformazione in società per azioni. Il principio che regge tutto è la selettività: le istituzioni pubbliche non sono «vacche da mungere», e garantire rischi antieconomici significa scaricare sullo Stato perdite certe. È un insegnamento che va ben oltre la cronaca di quegli anni.
Una famiglia al centro
Il capitolo sulla famiglia arriva quasi alla fine, ed è una scelta precisa: dopo le sale dei ministeri, il libro torna dove tutto ha avuto senso. L’autore accenna con pudore alla scoperta di non poter avere figli («un tempo di sconforto che preferisco non ridurre a poche righe»), racconta l’adozione e il 16 dicembre 1978, quando Massimiano e Rossella, gemelli di diciotto mesi, entrano in casa con due cappottini blu comprati per l’occasione. Sono tra le pagine più toccanti, come il pensiero rivolto alla madre naturale («era una donna che li amava») e il ritratto di Elda, che per oltre mezzo secolo ha reso possibile la libertà di movimento del marito. Lo stesso vale per i ringraziamenti, dedicati a lei «e alla sua memoria». Non manca il sorriso, nel viaggio in Grecia del 1975 con l’Autobianchi trainata da un camion e il rimprovero bonario dell’autista Andreas: «Mentre tu giri per la Grecia a mangiare e bere, la tua auto la lasci a secco?».
Il titolo e la sua promessa
Le due prefazioni sono complementari. Il cardinale Enrico Feroci, amico di famiglia da cinquant’anni, ne fa un ritratto umano e spirituale. Lorenzo Bini Smaghi, presidente della SACE negli anni della trasformazione, aggiunge un’osservazione acuta: nella conclusione l’autore attribuisce i propri risultati ai maestri e alle persone incontrate, ma tralascia ciò che il titolo promette, cioè l’audacia, la capacità di assumersi rischi senza la quale nessun banchiere può far fruttare il capitale che gli è stato affidato. Ha ragione, e il libro lo dimostra più di quanto il suo autore, per modestia, sia disposto ad ammettere. L’audacia si vede nella lettera franca a un presidente, pagata con una promozione mancata, nella decisione di andare al voto in consiglio su una nomina contrastata, nel rifiuto di trattare le carriere con i sindacati.
La scrittura è sobria e asciutta, quasi da relazione. Molti capitoli si aprono in medias res (il colloquio con padre Bravieri, la notte di Sabaudia, la sala del Cremlino) per poi tornare indietro, un espediente che dà ritmo al racconto. In alcuni passaggi la densità di nomi, incarichi e sigle richiede al lettore non specialista un po’ di pazienza. Ma è il prezzo di una testimonianza che vuole essere esatta, e che restituisce un pezzo di storia delle istituzioni finanziarie italiane raramente raccontato dall’interno.
«Il banchiere audace» non offre ricette, e l’autore lo dichiara: «a chi dovesse leggere queste pagine più giovane di me non mi sento di dare consigli». Offre qualcosa di più raro, la prova concreta che in un Paese che «spesso sembra premiare altro» si può costruire un percorso fondato su merito, lavoro e integrità. Partire da un cancello tra il Rignanino e una siepe del Casentino e arrivare al Cremlino senza tessere né scorciatoie: è questa la storia, e non è poco. Come scrive Tellini in chiusura, la memoria, come la vita, «vale soprattutto quando viene condivisa».

