di Gianni Lattanzio
Il fondatore della storica rivista e associazione, “Abruzzo nel Mondo”, morto a 94 anni, aveva dedicato una vita a tenere insieme l’Abruzzo e la sua diaspora.
C’è un modo silenzioso di fare la storia, che non passa per i palazzi ma per le valigie di cartone, per le lettere scritte a mano su carta sottile, per le riviste che arrivano una volta ogni due mesi in una casa di Toronto o di Caracas e per qualche ora restituiscono l’odore di un paese lasciato decenni prima. Nicola D’Orazio, morto a 94 anni, la notizia diffusa sabato 29 agosto, ha praticato quel modo silenzioso per più di quattro decenni, ed è per questo che la sua scomparsa non è soltanto il lutto per un uomo, ma la chiusura di un capitolo della memoria collettiva abruzzese.
Era nato a Serramonacesca, borgo minuscolo raccolto alle pendici della Maiella, in una terra che per due secoli ha esportato braccia e cuori più di qualsiasi altra merce. Non fu, la sua, una vocazione astratta: la vicenda della sua famiglia si intrecciò presto con la grande e dolorosa storia dell’emigrazione abruzzese, e in particolare con una delle sue pagine più nere, la tragedia della miniera di Marcinelle, che segnò per sempre il suo sguardo sul mondo e sulla propria terra.
Per capire cosa volesse dire, per un uomo nato negli anni Trenta ai piedi di quella montagna, consacrare l’intera esistenza alla causa degli abruzzesi lontani, bisogna riavvolgere il nastro di una storia che l’Italia ricorda troppo poco. Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento le partenze dall’Abruzzo si diressero soprattutto verso le Americhe — Argentina, Brasile, Stati Uniti — spinte dalla miseria delle campagne e dalla vicinanza dei porti di imbarco; nel secondo dopoguerra i flussi cambiarono rotta, verso Stati Uniti, Canada, Venezuela, Australia e verso l’Europa del boom industriale: Germania, Svizzera, Francia, Belgio, Regno Unito. Furono, in tutto, oltre un milione di abruzzesi a lasciare la regione in un secolo, una cifra che dice più di ogni discorso quanto la storia di questa terra sia, da sempre, anche una storia di partenze.
Fu in quel secondo flusso che si consumò la ferita che avrebbe segnato per sempre la memoria collettiva della regione. L’8 agosto 1956, nella miniera di carbone del Bois du Cazier a Marcinelle, in Belgio, un incendio divampato nel pozzo Saint Charles uccise 262 minatori: 136 erano italiani, e di questi circa sessanta — quasi la metà — erano abruzzesi.Quegli uomini facevano parte dei centoquarantamila italiani che, in forza del protocollo italo-belga del 1946 — il celebre scambio “uomini contro carbone”, firmato appena due giorni prima dell’insediamento dell’Assemblea Costituente — erano stati inviati nei bacini carboniferi della Vallonia in cambio di forniture di combustibile per la ricostruzione industriale del paese. Marcinelle non fu un semplice incidente sul lavoro: fu la prova, pagata con centinaia di vite, di che cosa significasse per l’Italia del dopoguerra essere un paese esportatore di manodopera, e per l’Abruzzo, in particolare, un paese che si spopolava intere valli per riempire i pozzi minerari di altri. È in questa ferita, ancora oggi aperta per moltissime famiglie della regione, che affonda le radici l’impegno di tutta una vita di Nicola D’Orazio.
Ovunque gli abruzzesi si stabilirono, l’emigrazione di massa produsse un fenomeno parallelo e altrettanto decisivo: l’associazionismo. Dai circoli di mutuo soccorso nati nelle Americhe già nell’Ottocento ai club regionali sorti nel dopoguerra in Nord Europa, in Canada e in Australia, migliaia di emigrati abruzzesi si organizzarono spontaneamente per sostenersi a vicenda, custodire la lingua e le tradizioni d’origine e farsi riconoscere come comunità nei paesi che li avevano accolti. È una rete che oggi conta oltre cento associazioni, federazioni e confederazioni iscritte all’albo regionale, presenti in decine di paesi dei cinque continenti, e che nel tempo la Regione Abruzzo ha inquadrato in un organismo consultivo dedicato, il CRAM — Consiglio Regionale degli Abruzzesi nel Mondo — disciplinato da una successione di leggi regionali, dalla numero 47 del 2004 fino alla recente legge organica numero 27 del 2025. Dal 2011 una legge regionale ha inoltre istituito il 5 agosto come Giornata degli Abruzzesi nel Mondo, per “ricordare l’emigrazione regionale” e “rafforzare l’identità degli abruzzesi nel mondo”. È dentro questo tessuto — fatto di circoli spontanei nati dalla nostalgia, di federazioni cresciute nel tempo, di un consiglio regionale dedicato e di una data simbolica — che va collocato il lavoro di Nicola D’Orazio: non un gesto isolato, ma un contributo decisivo a un movimento associativo assai più vasto, di cui la sua creatura sarebbe diventata una delle voci più autorevoli e longeve.
Fu in questo contesto che, nel 1981, D’Orazio fondò “Abruzzo nel Mondo”, associazione e rivista bimestrale che sotto la sua guida divenne, decennio dopo decennio, il punto di riferimento per le comunità abruzzesi sparse nei cinque continenti, per quel milione di connazionali che la regione aveva visto partire in un secolo. Non era, la sua, un’impresa editoriale nel senso comune del termine, ma un ponte: attraverso le pagine della rivista, spedite fino ai circoli più remoti della diaspora, e attraverso l’attività incessante dell’associazione, D’Orazio tenne aperto un filo diretto tra la terra d’origine e chi l’aveva lasciata per necessità, permettendo a intere generazioni di emigrati — e ai loro figli e nipoti, spesso nati e cresciuti lontanissimo dall’Abruzzo — di continuare a riconoscersi in una storia comune, in una lingua, in un paesaggio, in un’identità che la distanza non doveva né poteva cancellare.
Negli anni la rivista ha saputo tenere insieme due registri che raramente convivono con altrettanta naturalezza: la memoria storica e la cronaca viva della diaspora contemporanea. Nelle sue pagine hanno trovato posto, fianco a fianco, le ricorrenze che scandiscono l’identità abruzzese nel mondo — gli anniversari di Marcinelle, il settecentenario dantesco, le biografie di emigranti del primo novecento, i cento anni di missionari come padre Luigi Giannitto, da quasi mezzo secolo a Istanbul — e i racconti di abruzzesi che, nei paesi d’arrivo, hanno costruito nuove vite e nuovi successi: imprenditori affermati in Guatemala, filmmaker approdati al cinema americano, pastori della Maiella le cui memorie sono state tradotte in inglese, iniziative per far conoscere l’Abruzzo all’estero coinvolgendo chi ha radici abruzzesi. Era, anche questo, un modo per dimostrare che l’abruzzesità nel mondo non era un ricordo da custodire sotto vetro, ma una comunità viva e capace di rigenerarsi a ogni generazione, dai vecchi minatori del Belgio ai loro nipoti cresciuti in Canada, in Argentina, in Australia o in Giappone.
L’opera di D’Orazio ha attraversato anche l’evoluzione più recente della testata e dell’Associazione. Con la nuova presidenza dell’Associazione abruzzese nel mondo del Prof. Nicola Mattoscio, che ne ha raccolto in maniera saggia e lungimirante l’eredità, la direzione editoriale della rivista è’ stata affidata al giornalista Antonio Bini che ne ha assicurato la diffusione in Italia e nel mondo. Che la creatura di D’Orazio sia sopravvissuta al proprio fondatore, continuando a raccontare l’Abruzzo che emigra e l’Abruzzo che torna, è forse la prova più convincente della solidità di ciò che aveva costruito: non un’iniziativa personale destinata a spegnersi con lui, ma un’istituzione culturale capace di rinnovare i propri direttori restando fedele alla missione delle origini.
Nicola D’Orazio e’ l’espressione fulgida di una stagione fondativa dell’associazionismo abruzzese nel mondo, quella che ha saputo trasformare il dolore della partenza in una rete organizzata di appartenenza, capace di attraversare oceani e generazioni senza spezzarsi. La sua eredità più preziosa non è soltanto una testata storica arrivata fino a oggi, ma un metodo: quello di chi ha creduto che la memoria dell’emigrazione fosse un patrimonio civile da difendere con la stessa cura con cui si difende un monumento, e che i legami tra una regione e la sua diaspora dovessero essere alimentati con costanza, non evocati soltanto nelle occasioni celebrative. Nell’anno in cui l’Abruzzo ha ricordato il settantesimo anniversario della tragedia di Marcinelle, la scomparsa di chi aveva fatto di quella memoria una missione di vita assume un significato che va oltre la cronaca del giorno.
Oggi, abbiamo il compito, guidati dal Presidente Nicola Mattoscio, di custodire e proiettare nel futuro ciò che Nicola D’Orazio ha costruito: una rete fatta di associazioni, di circoli, di una rivista e, sopra ogni cosa, di un’idea — che le storie di partenza e di ritorno restino, ancora oggi, una parte essenziale dell’identità abruzzese.

