ricostruita la tenda dove avvenne la firma, in storica nobile dimora, vicino Cassibile, a San Michele
di Emanuele Mariani
Per chi abbia la passione della “Grande Storia” (chi scrive tra questi), non potrà fare a meno di notare come vi siano date che hanno cambiato la vita di milioni di persone(e non solo in Italia), aprendo a passaggi ed avvenimenti ancor più sconvolgenti legati, in particolare, alla Seconda Guerra Mondiale.
Ebbene, l’Armistizio con gli alleati, firmato il 3 settembre 1943 e reso noto, con un messaggio radiofonico, solo l’8 settembre 1943, è tra questi segni della storia.
Per inciso, anche Pio XII, il giorno precedente l’annuncio dell’Armistizio, il 7 settembre 1943, aveva inviato un messaggio, trasmesso dalla Radio Vaticana, al mondo per la pace e la giustizia tra i popoli.
Solo dopo molti anni da quella data del 3 settembre 1943, si è finalmente cominciato a studiare i luoghi, i tempi e le ragioni che hanno portato a quella controversa firma, che, se da un lato ha aperto all’affrancazione del nostro Paese dalla devastante piaga di un conflitto bellico, ormai perso, dall’altra ha prodotto conseguenze tragiche passando per battaglie e lotte di liberazione nazionale che portaronoalla tanto agognata libertà, sia pure al prezzo di occupazioni, sacrifici e perdite ingenti di vite umane, con un esercito italiano senza precise direttive e marina ed aviazione, italiane anch’esse, che finirono sotto il controllo alleato, se non dopo aver combattuto, così come i militari e civili e per questo decorati al valore, gli invasori (quali che fossero in quel momento).
Fu la Conferenza di Casablanca (nome in codice “SYMBOL“) che si tenne dal 14 al 24 gennaio 1943, apianificare la strategia europea degli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale.
La Conferenza si tenne all’Hotel Anfa della città marocchina, proprio nel Nord-Africa, là dove, gli Alleati erano sbarcati, nel novembre 1942, con l’Operazione Torch, dopo aver vinto, nell’estate del 1942, la battaglia di ElAlamein, a circa 100 chilometri da Alessandria d’Egitto, fino a spingersi anche in Algeria, costringendo le forze italo-tedesche a ripiegare verso la Tunisia e di fatto a ritirarsi.
La Conferenza fu tenuta in segreto e nascosta alla stampa per motivi di sicurezza militare e per proteggere gli spostamenti dei leader.
I dettagli dell’incontro rimasero top secret fino alla partenza di tutti i partecipanti dal Marocco. La notizia e la celebre richiesta di “resa incondizionata” furono rese pubbliche solo alla fine del vertice, il 24 gennaio 1943, tra lo stupore degli stessi giornalisti che videro tutti i Grandi lì riuniti e presenti insieme.
La Conferenza di Casablanca fu la più lunga e importante riunione militare di tutta la Seconda Guerra Mondiale. Ad essa presero parte Roosevelt e Churchill, con i rispettivi capi militari.
Alla Conferenza, fu invitato anche il segretario generale del PCUS sovietico, Iosif Stalin (che al tempo era impegnato a gestire decisioni per l’assedio di Stalingradoavvenuto dal 17 luglio 1942 al 2 febbraio 1943) il quale non intervenne, ma venne tenuto al corrente delle decisioni prese. Venne aggiornato anche il presidente cinese Chiang Kai-Shek.
Il rapporto finale, approvato dalla Conferenza, prevedeva, tra le altre statuizioni ed a seguito dagli impegni presi fra il presidente statunitense Roosevelt e Molotov, ministro degli Esteri sovietico, ai primi di giugno del 1942, a Washington, di aprire il secondo fronte in Europa proprio con lo sbarco in Sicilia (nome in codice: Operazione Husky) facendo del Mediterraneo una via sicura di comunicazione per le forze alleate.
Si intendeva così ridurre la pressione delle armate tedesche sul fronte orientale ed intensificare i combattimenti alleati sull’Italia fino a risalire la penisola, individuando nella parte meridionale della Sicilia, il punto più efficace dello sbarco delle truppe alleate.
Alcuni degli intervenuti insistevano perché l’invasione avvenisse nel settore balcanico, in Jugoslavia, altri sulle spiagge olandesi, altri ancora alle bocche del Rodano, altri infine, più “tradizionalisti”, pensavano alla parte più stretta della Manica vicino alle coste francesi, come avverrà con lo sbarco in Normandia (Operazione Overlord), che, fissato per la primavera del 1944, sarò attuato solo il 6 giugno1944, decisione questa assunta in altra importante Conferenza quella di Teheran, tenutasi dal 28 novembre al1º dicembre 1943.
Alla fine, prevalse l’opinione di aprire il secondo fronte con lo sbarco in Sicilia e precisamente venne individuata la parte meridionale dell’isola, nella zona del siracusano, che ben si prestava come punto strategico di attracco, per continuare poi l’invasione dell’Italia continentale.
Durante il secondo conflitto bellico mondiale, la località di Cassibile, in Sicilia, frazione di Siracusa (e, fino al 2018, una sua circoscrizione amministrativa) situata sulla strada statale 115, a circa 14 km a sud del capoluogo comunale e tutte le zone che la circondavano – dal centro di Siracusa a est fino ad Avola a ovest – divennero il fulcro degli sbarchi Alleati messi in atto dall’VIII Armata britannica che riuscirono nell’intento di conquistare i territori solo tra il 9, il 10 ed 11 luglio 1943.
Mentre i principali capisaldi iniziavano a cadere (e con essi diversi altri presidi: a Capo Ognina i caduti italiani furono 8, attaccati dai due battaglioni degli Scozzesi della 17ª brigata, i primi ad essere sbarcati sull’isola siciliana), il presidio di Santa Teresa Longarini, resistette per tutto il giorno del 10 luglio: assaltato da altri gruppi di divisioni alleate, esso venne tenacemente difeso, ma dovette arrendersi alle prime ore del mattino dell’11 luglio, quando i sopraggiunti carri armati non le lasciarono altra alternativa.
Lungo la costa siracusana, fino alle località di Fontane Bianche e Cassibile, si estende il grande territorio della contrada Longarini.
La località sembra derivi il suo toponimo da un composto di vocaboli greci Longones ed arabi Ra’àvah, indicanti una “Stalla in terra d’Ognina”.
Narra Plutarco come in questa soleggiata terra, al tempo chiamata Gerate, trovò rifugio Dionigi il minore (o il Giovane) scacciato dal trono di Siracusa da Dione, intorno al IV secolo a.C.; qui avrebbe trovato riparo ai tempi delle guerre di Syrakoussai.
Il territorio di Longarini, costituito in feudo per la prima volta dai Normanni, fu annoverato nel ruolo del 1335, come proprietà del messinese Anzalono de Anzalone, da questi passò poi, per via maritale, ai Giordano ed agli Arduino.
Longarini, ricondotto al demanio, fu venduto da re Alfonso a tale Pietro Porco; nel 1477, il feudo passò poi ai Bonanno ed ai Platamone che lo tennero in loro potere dal 1664 fino alla fine della feudalità.
All’interno del feudo di Longarini, nei primi decenni del Seicento, fu iniziata la costruzione di un’abitazione fortificata tale da poter resistere alle frequenti incursioni barbaresche, che razziavano oltreché merci e derrate anche individui da rivendere poi come schiavi al mercato di Tunisi.
Agli inizi del Settecento, le terre e la villa di San Michele appartenevano agli Arezzo della Targia (nobili aretusei) che, nel 1718, li vendettero a Paolo La Ferla.
Nel 1798, come dotale di nozze, passò ai De Leva che non riuscirono però a ricavarne i frutti sperati. Questi, dopo aver ottenuto il consenso regio, si decisero, nel 1818, a concedere San Michele in censo perpetuo al sacerdote Salvatore Grande di Avola, che si accollò, oltreché l’onere del canone, anche il peso delle numerose soggiogazioni di cui era gravato il luogo.
L’azienda fu cosi accatastata: “Tredice salme di terra, casina abbandonata, case di masseria, case di palmenti, giardino con senia, chiesa, pennata, gebbia e stalla, confinante con le proprietà dei signori: Bucceri, Impellizzeri e Bonanno”.
I Grande apportarono a San Michele numerose migliorie, specie nei primi decenni del Novecento quando l’omonima azienda agricola assunse posizioni di primissimo piano nel panorama agricolo siciliano.
Non sembrerà casuale che il nome del maniero (situato nel feudo) deriverebbe, in origine, dalla devozione di imprecisati antichi proprietari per l’Arcangelo Michele: a testimoniarlo un’antica statua raffigurante il santo e una sua tela posta sull’altare della chiesa del maniero. La residenza controllava una zona molto antica di Siracusa.
Furono modificate e razionalizzate soprattutto le strutture produttive, un grande arco d’accesso e una serie di ampi magazzini e abitazioni contadine trasformarono lo spiazzo antistante l’antica fortezza, in una tipica corte quadrangolare. Quasi inalterato restò invece l’aspetto della villa, le cui caratteristiche difensive sono ancora oggi evidenziate dall’ampio fossato che cinge l’intero perimetro dell’edificio, da numerose feritoie e dall’accessibilità al tetto, che consentiva di controllare visivamente, oltreché l’intero circondario, anche un buon tratto di costa.
Gli interni del piano basso della fortezza furono sicuramente rimaneggiati dai Grande, ma non gli ambienti posti a livello del fossato tra cui appare molto caratteristico un piccolissimo bugigattolo utilizzato come gabinetto dotato di due servizi frontapposti.
Tornando a quel periodo bellico tra il 9 e l’11 luglio 1943, una sera, in quella villa-fortezza (circondata da fossati), l’ingegnere Corrado Paolo Grande Benoit de Sainte Colombe (padre avolese e madre francese), aprì la porta a un gruppo di paracadutisti indiani – difatti la BritishIndian Army partecipò alla conquista della Sicilia a seguito del generale Montgomery – i quali, dopo avergli detto che sapevano chi egli fosse, gli requisirono il terreno (contrada San Michele si trova tra Strada Ognina e Via Elorina, a circa 3 km dalla costa; l’Arenella, compresa nella George Beach degli inglesi, è la sua spiaggia più vicina), ma gli dissero che lui e sua moglie, la contessa Aline, potevano rimanere nel maniero.
A Santa Teresa Longarini e con la caduta dell’entroterra di Ognina, dunque, il maniero fortificato di San Michele, venne requisito ed entrò in possesso dagli Alleati (fu il luogo della firma dell’armistizio) e da questi detto Fairfield Camp proprio là dove avevano la residenza la nobile famiglia Grande, originaria di Avola, e cominciò a divenire quindi il luogo d’incontro degli alti ufficiali anglo-americani.
Inoltre, nella piana di Torre Cuba (sita tra il porticciolo di Ognina e la spiaggia di Fontane Bianche, nelle immediate vicinanze della contrada San Michele) gli inglesi vi installarono una loro pista per l’aviazione: qui si insediarono, tra gli altri, i canadesi del No. 417 Squadron(No. 244 Wing).
«La Sicilia è terra dove è facile arrivare, specie se si è conquistatori. È così da tremila anni. Fenici, greci, cartaginesi, romani, bizantini, arabi, normanni, svevi, angioini, aragonesi… Tutti ad affondare le loro zampe speronate su questi lidi. Qui dove io ora sto camminando, nel 734 prima di Cristo una ciurmaglia di audaci greci provenienti da Corinto prese terra e vi piantò bandiera. Proprio come duemilaseicentosessantasette anni dopo, avrebbero fatto i soldati del generale Montgomery».
Così scrive Matteo Collura, nel libro “In Sicilia”, arrivando a Cassibile, dove nel settembre del 1943 fu firmato l’armistizio tra l’Italia e le Forze Alleate che erano sbarcate sull’isola.
L’evento ebbe luogo nella tenuta Santa Teresa Longarini di proprietà di Coraly Grande Sinatra, figlia di una contessa greca, con una nonna francese e il nonno veneto, console in Tunisia.
A questa donna che amava la lettura e la pittura, impegnata nella Croce Rossa, in prima linea per l’emancipazione femminile, la nipote Lucia PascarelliSinatra, che ha abitato a Milano e per tanti anni ha vissuto a Londra, ha recentemente voluto dedicare un nuovo esclusivo resort nella masseria di famiglia, la cui storia affonda le radici nel 1400.
Un albergo di dieci suite “a cinque stelle”, dai nomi di donne siciliane, che ricordano il Gattopardo o i Malavoglia che nel 2024 ha ricevuta la prestigiosa Chiave Michelin.
Realizzato con materiali locali, come le famose ceramiche di Caltagirone, le stanze sono dotate di ogni comfort e arredate dalla padrona di casa con mobili dell’Ottocento.
Donna Coraly è al centro di molti siti Unesco, da Siracusa alle città della Val di Noto (oltre Noto, Ragusa Ibla, Modica, Scicli) e a Pantalica, le cui valli con le grotte neolitiche fanno ricordare il Gran Canyon.
E neppure l’Etna è lontana. A Donna Coraly si può godere il più assoluto relax oppure ci si può immergere nella storia della Sicilia.
Lucia Pascarelli Sinatra è l’imprenditrice che ha trasformato l’antica masseria di famiglia in Sicilia nel Donna Coraly Country Boutique Hotel.
Discendente della famiglia Grande, porta avanti una tradizione di famiglia legata alla baronessa francese CoralyBenoit de Saint Colombe.
Ha studiato Scienze Politiche all’Università Cattolica di Milano e si è perfezionata a Londra in storia dell’arte.
Ha lavorato nella valorizzazione di dimore storiche e tenute d’epoca prima di dedicarsi interamente al progetto in Sicilia.
Ha creato il boutique hotel come tributo alla memoria e alla bellezza, unendo l’accoglienza di lusso alla cura di un grande orto botanico.
La proprietà di San Michele appartiene alla famiglia dall’Ottocento e si trova nei luoghi storici dello sbarco degli Alleati in Sicilia.
E proprio nei luoghi dell’Armistizio di Cassibile, Lucia Pascarelli Sinatra ora ha ricreato la tenda della pace: “Qui la grande storia incontra quella delle famiglie”.
Nelle campagne tra Cassibile e San Michele, la memoria della Seconda Guerra Mondiale continua a vivere non solo nei libri di storia, ma nei racconti di famiglia, nei documenti d’archivio e nelle emozioni di chi arriva da ogni parte del mondo per ritrovare un pezzo del proprio passato.
A custodire questa memoria è sempre Lucia PascarelliSinatra, proprietaria di Donna Coraly, struttura ricettiva immersa nei luoghi che nel 1943 ospitarono il Fairfield Camp, il grande accampamento alleato dove venne firmato l’Armistizio detto di Cassibile.
Un progetto nato oltre dieci anni fa quasi come un dovere morale, quando Lucia Pascarelli Sinatra decise di riposizionare la storica pietra che indicava il luogo dell’armistizio. “Mi sono resa conto che c’era molta confusione su questo tema – racconta – e ho sentito il bisogno di fare chiarezza su un episodio fondamentale della storia italiana”.
Quella pietra, lasciata dai soldati alleati dopo la firma dell’Armistizio del 1943, riportava la scritta “Armistizio di Cassibile”, nonostante il cuore operativo del campo sorgesse nell’area di San Michele, a pochi chilometri di distanza. “Il Fairfield Camp era vastissimo – spiega – arrivava da Torre Cuba fino a Santa Teresa Longarini. Qui si svolgevano le attività strategiche e proprio qui è stata lasciata quella pietra”.
Da lì è iniziato un lungo lavoro di ricerca storica e ricostruzione della memoria. “Sono la quinta generazione della mia famiglia legata a questi luoghi – racconta ancora – e sono cresciuta ascoltando i racconti dei miei nonni. Quando ho creato Donna Coraly, dedicandola a mia nonna Coraly, ho sentito il dovere di farmi portavoce di questa eredità storica”.
Negli anni, però, il semplice cippo commemorativo non le è più sembrato sufficiente. Così è nata l’idea più ambiziosa: ricostruire l’esatta copia della tenda dove venne firmato l’armistizio. Una tenda immersiva, all’interno della quale i visitatori possono rivivere quei giorni attraverso installazioni multimediali, testimonianze storiche e contenuti audiovisivi. “Volevo coinvolgere emotivamente gli ospiti – spiega – All’interno della tenda si ascoltano le testimonianze dei protagonisti di quei giorni, come il generale Castellano e Bedell Smith, che parlano nella loro lingua originale con sottotitoli. Raccontano cosa accadde prima e durante la firma dell’armistizio”.
Il progetto è stato realizzato con l’architetto Vito Giuffrida, con la collaborazione dello stesso team che ha curato il percorso immersivo del Museo dello Sbarco di Catania. E le reazioni dei visitatori, racconta ancora Lucia Pascarelli Sinatra, sono spesso commoventi. “Le persone si siedono, ascoltano, si emozionano, firmano il registro e condividono i propri ricordi. Ho un pubblico molto internazionale e arrivano storie da ogni parte del mondo”.
Tra gli episodi che più l’hanno colpita c’è quello di un visitatore americano arrivato davanti alla pietra commemorativa. “Il giorno dopo mi disse che aveva passato la notte pensando a suo nonno, che gli raccontava sempre di essere stato presente alla firma dell’armistizio di Cassibile. A un certo punto si rese conto che doveva essere proprio qui”.
E il progetto non si fermerà. L’obiettivo di Lucia Pascarelli Sinatra è continuare ad arricchire la tenda con nuovi documenti, testimonianze e cimeli storici. “Vorrei che diventasse un grande contenitore di memoria – conclude – perché l’armistizio, prima di tutto, è stato un momento di pace. E questi luoghi meritano di continuare a raccontarlo”.
Ma Cassibile, allora, non fu a Cassibile, perché la firma dell’Armistizio si realizzò in campagna.
A raccontarlo e confermarlo, già nel settembre 2023, per gli 80 anni dello storico avvenimento, era stato lo zio di Lucia Pascarelli Sinatra, l’ingegnere Mario Sinatra, nipote dell’ingegnere Corrado Grande, proprietario della masseria fortificata del ‘600 che sorge nel feudo Santa Teresa Longarini, sulla strada che da Cassibile porta a Siracusa.
È cosa nota che l’armistizio dell’8 settembre fu in realtà firmato cinque giorni prima, il 3, ma pochi sono a conoscenza che le firme su quell’accordo non furono apposte nella frazione siracusana di Cassibile, da cui ha preso il nome, bensì a tre chilometri di distanza, nella tenuta Santa Teresa Longarini.
Fu lì, nella contrada San Michele, che l’ingegnere Corrado Grande con la moglie, la contessa Aline SdrinGrande mise a disposizione delle forze anglo-americane un campo agricolo in cui gli alleati avevano insediato il loro quartier generale in Sicilia.
Le firme sulle tre copie dell'”Armistizio corto”, come fu chiamato il testo di soli 12 articoli, furono apposte alle 17,15 dal generale Giuseppe Castellano, in abiti civili, per il governo Badoglio e dal generale Walter Bedell Smith per gli Alleati, alla presenza tra gli altri del generale britannico Harold Alexander e del generale americano Dwight Eisenhower, comandante delle forze alleate.
Poiché il generale italiano Giuseppe Castellano non parlava la lingua inglese, il Ministero degli Esteri incaricò, con il ruolo di traduttore, il funzionario e diplomatico italiano, Franco Montanari che presenziò alla firma dell’Armistizio, il 3 settembre 1943.
Montanari (all’epoca console a Lisbona) accompagnòla delegazione per assistere e tradurre le delicate trattative con il generale statunitense Walter Bedell Smith e gli altri ufficiali alleati.
Montanari compare anche nella celebre e storica fotografia scattata al momento della firma all’interno della tenda militare.
Nella foto-simbolo, proprio sotto la tenda della mensa dello Stato maggiore, si intravedono all’esterno gli ulivi della tenuta. Una curiosità: Bedell Smith sarebbe diventato direttore della Cia e Eisenhower, presidente degli Stati Uniti.
Il documento, come detto poc’anzi, recava la firma di Castellano e Smith ed era piuttosto scarno e formato da soli12 punti. Una copia venne consegnata a Castellano, affinché la presentasse al Governo.
Il testo “lungo”, con la specifica di tutte le clausole armistiziali, verrà sottoscritto a Malta solo il 29 settembre 1943, a bordo della corazzata britannica HMS Nelson dal generale Dwight D. Eisenhower e dal maresciallo Pietro Badoglio.
Il documento integrale si componeva di una premessa e di 44 articoli (clausole) che definivano le pesanti condizioni di resa incondizionata, la limitazione della sovranità italiana, la consegna della flotta e dell’aviazione, e la gestione dei prigionieri.
Ecco, in sintesi, il contenuto, invece, dei 12 articoli del testo “corto”.
Il primo prevedeva la cessazione immediata di ogni attività ostile da parte delle forze armate italiane, mentre il secondo specificava che l’Italia avrebbe dovuto fare ogni sforzo per «negare ai tedeschi tutto ciò che potrebbe essere adoperato contro le Nazioni Unite».
Il terzo imponeva il rilascio di tutti i prigionieri Alleati detenuti dalle forze italiane, il quarto il trasferimento della flotta aerea e navale italiana in località designate dal comando angloamericano.
Il quinto punto specificava che la flotta mercantile italiana poteva essere usata dalle Nazioni Unite per supplire alle sue necessità militari navali.
C’era poi nel documento (sesto punto e settimo punto) la resa immediata della Corsica e di tutto il territorio italiano agli Alleati, per essere usato come base di operazioni militari.
L’ottavo punto prevedeva il richiamo di tutte le forze italiane da ogni partecipazione alla guerra in qualsiasi zona.
Il nono e decimo punto sancivano l’impegno dell’Italia a tenere fede all’Armistizio, mentre dall’altra parte il comando angloamericano si riservava il diritto di prendere qualsiasi iniziativa per proteggere le proprie forze.
Nell’undicesimo punto era scritto che il comandante in capo degli Alleati aveva pieno diritto di imporre misure di disarmo, smobilitazione e smilitarizzazione. Infine il dodicesimo punto: «Altre condizioni di carattere politico, economico e finanziario che l’Italia dovrà impegnarsi a seguire saranno comunicate in seguito».
In fondo alla pagina era scritto: “Il testo in inglese sarà considerato quello ufficiale”.
L’ingegnere Mario Sinatra ricordava ancora: “Fu firmato nel terreno dei miei nonni”, raccontava “io sono nato nel 1945 a Milano dove si erano trasferiti i miei genitori ma da bambino ho vissuto con i miei nonni qui in Sicilia. Mi raccontavano che gli Americani gli regalavano la cioccolata…mia nonna parlava bene l’inglese, quindi non avevano alcun problema con loro”.
”Ogni tanto negli anniversari veniva qui la Rai a intervistarli”, rievoca Mario Sinatra. “Gli Americani o mio nonno avevano anche eretto una lapide nel punto della firma ma un nostro cugino francese di idee politiche opposte che visse l’armistizio come un’onta (il giornalista Enrico De Boccard, ndr) nel 1955 la trafugò. Ci fu anche un processo ma mia madre non volle infierire”.
Già nel 2013, per i settant’anni dall’armistizio siglato nel 1943 tra Italia e Anglo-Americani, era stato già fatto un ideale viaggio nella storia verso il luogo in cui alle 17.15 di quel 3 settembre, meno di due mesi dopo lo sbarco anglo-americano in Sicilia, il generale Walter Bedell Smith e il generale Giuseppe Castellano, a nome rispettivamente del generale Eisenhower e di Pietro Badoglio (dal 25 luglio di quell’anno Capo del Governo italiano) sottoscrissero in tre copie l’Armistizio poi denominato “corto” (Short MilitaryArmistice).
Un dettaglio veramente curioso di cui Mario Sinatra ha raccontato i risvolti ‘familiari’ è la scomparsa del cippo, “a petra ‘a paci” (come la chiamarono i Siciliani) lasciato dagli Alleati a ricordo di quel memorabile giorno.
Sulla lapide in pietra era inciso in inglese: ArmisticeSigned Here Sept. 3.1943 Italy – Allies e sotto vi era il disegno di una tenda.
Mario Sinatra ha raccontato che gli Americani vollero lasciare alla loro famiglia quella lapide: “Nell’esservi grati per l’ospitalità, vi lasciamo questa lapide che farà la fortuna della vostra famiglia perché sarà motivo di pellegrinaggio di tutti i nostri parenti che vorranno vedere in futuro il posto dove firmammo la pace con l’Italia”.
Ma in questa storia c’è un’altra scomparsa veramente anomala: neppure il primo cippo in pietra originale esiste più (sostituito poi da quello nuovo, posto, in sito, il 3 settembre 2016 da Lucia Pascarelli Sinatra), e – fatto veramente curioso – a farlo sparire fu un giornalista, parente dei signori Grande-Sinatra che lo ebbero in dedica dagli Angloamericani.
Avvenne che firmato l’Armistizio, per qualche anno tutti si dimenticarono del cippo, che cadde, si ricoprì di terra e di oblio finchè nel ‘48 (come documentato anche da uno scritto di Gino De Sanctis, pubblicato in quell’anno su Il Messaggero di Roma) l’ingegnere Paolo Grande, per conferire al sito e al fatto storico la meritata importanza, l’andò a ricercare, lo trovò e lo fece fissare al terreno su di un piccolo basamento in cemento, ponendole intorno quattro paletti.
“La lapide – raccontava Mario Sinatra – è poi rimasta lì per parecchi anni quasi dimenticata, fino a quando nel giugno del 1955 è successo quel pandemonio con il nostro cugino francese, l’Enrico De Boccard, ma siccome era parente nostro nessuno in famiglia lo denunciò”.
Della vicenda se ne occuparono però polizia, consolato inglese e persino l’Intelligence Service alla ricerca di movente e colpevole.
Finchè quattro mesi dopo, il ‘cugino francese’, che era anche giornalista, rivendicò la sottrazione del cippo con un pezzo pubblicato su Il Merlo Giallo: “Fui indotto ad asportare il cippo – scriveva il De Boccard – per motivi patriottici. Tale cippo infatti fu eretto dagli Americani per eternare la loro impresa nel luogo in cui essi imposero all’Italia l’armistizio/capitolazione; rimossi la lapide che avrebbe dovuto poi essere solennemente infranta a Palermo in una manifestazione patriottica onde significare il definitivo ritorno dell’Italia in un clima di dignità nazionale…”.
Processato a Siracusa, il De Boccard, fu assolto ed il reato derubricato in danneggiamento.

