di Gianni Lattanzio
L’Islanda ha detto no, ma sarebbe un errore — storico prima ancora che politico — tradurre quel no nel linguaggio elementare dell’antieuropismo. Il referendum del 29 agosto, nel quale il 52,84% dei votanti si è espresso contro la ripresa dei negoziati di adesione all’Unione europea, mentre il 47,16% ha votato a favore, non ha sancito una separazione dall’Europa. Ha piuttosto rimesso in scena una delle domande più persistenti della storia nordica: in quale misura una piccola comunità può partecipare a un ordine più vasto senza smarrire la titolarità delle decisioni che considera essenziali alla propria esistenza?
Non era in votazione un trattato di adesione, bensì la riapertura di un itinerario negoziale. Il dato procedurale, spesso trascurato dalla semplificazione mediatica, è sostanziale. Gli elettori non hanno respinto l’Unione come destino irrevocabilmente estraneo, né hanno approvato una rottura delle forme di cooperazione già esistenti. Hanno scelto di non iniziare, almeno per ora, un processo che avrebbe potuto condurre — dopo negoziati complessi e un successivo passaggio referendario — a una piena appartenenza comunitaria. Il no è dunque una pausa, non una fuga; un atto di cautela, non una dichiarazione d’insularità.
L’Islanda, d’altronde, non abita i margini dell’Europa se non in senso geografico. Dal 1994 partecipa allo Spazio economico europeo, attraverso l’Associazione europea di libero scambio; condivide il mercato interno, recepisce una parte significativa dell’acquis europeo nei settori coperti dall’accordo e, dal 2001, aderisce al sistema Schengen. Il suo rapporto con l’Unione non è quello di un vicino estraneo, ma di un soggetto inserito in una struttura di interdipendenza economica, giuridica e sociale.
L’ordine giuridico dello Spazio economico europeo costituisce un esperimento particolarmente raffinato di integrazione differenziata. Esso permette a Paesi come Islanda, Norvegia e Liechtenstein di partecipare alle quattro libertà del mercato interno — circolazione di persone, merci, servizi e capitali — senza acquisire lo status pieno di Stato membro dell’Unione. Vi è, tuttavia, un prezzo politico: molte norme europee devono essere incorporate nel diritto interno degli Stati EFTA-EEA senza che questi partecipino, con pari diritto di voto, alla loro formazione legislativa nelle istituzioni dell’Unione. La sovranità non viene cancellata, ma cambia consistenza: diventa una sovranità di adattamento, cooperativa e, in parte, inevitabilmente ricettiva.
Proprio questa formula permette di comprendere il risultato del referendum. Il rapporto islandese con l’Europa è una delle espressioni più moderne di una tradizione assai più antica: la tradizione nordica della sovranità plurale. Diversamente dall’immagine classica dello Stato moderno, fondata sul potere indivisibile e territorialmente esclusivo, il Nord europeo ha conosciuto per secoli ordini politici compositi. La legge, prima dello Stato; l’assemblea, prima dell’amministrazione centralizzata; l’unione dinastica, prima della nazione; l’autonomia territoriale, accanto alla corona; la cooperazione regionale, senza l’abolizione degli Stati. L’Islanda contemporanea è figlia di questa lunga sedimentazione.
Alle origini vi è il þing, l’assemblea nella quale la comunità nordica rendeva pubblica la norma e decideva i conflitti. L’Alþingi islandese, istituito a Þingvellir nel 930, è una delle più antiche assemblee parlamentari al mondo. Non si deve proiettare su di esso la democrazia rappresentativa contemporanea: non era un parlamento universale, né un luogo di uguaglianza sociale. E tuttavia custodiva un’intuizione destinata a lasciare un segno duraturo nella cultura politica islandese: l’ordine legittimo non nasce esclusivamente dalla forza di un centro, ma dalla visibilità della legge, dalla forza della consuetudine e dalla deliberazione pubblica.
La prima forma della sovranità nordica non fu dunque una sovranità assoluta, ma una sovranità condivisa tra istituzioni locali, autorità personali e comunità giuridiche. Quella stessa pluralità proseguì, in forme radicalmente mutate, nella lunga stagione delle monarchie composite. L’Unione di Kalmar, costituita nel 1397, unì sotto una medesima corona Danimarca, Norvegia e Svezia, comprendendo indirettamente anche gli spazi atlantici dipendenti dal regno norvegese, come Islanda, Groenlandia e Fær Øer. Non fu mai uno Stato unitario: i regni conservarono proprie leggi, élite, consigli e ordinamenti. L’Unione rappresentò, piuttosto, una forma di sovranità sovrapposta, nella quale il principio dell’unità dinastica conviveva con la persistenza delle autonomie.
Lo scioglimento dell’Unione e la Riforma protestante del XVI secolo modificarono profondamente l’equilibrio. La separazione della Svezia nel 1523, la centralizzazione danese e l’affermazione delle chiese territoriali luterane trasferirono nuove funzioni alla corona: beni ecclesiastici, disciplina religiosa, amministrazione, fiscalità. La sovranità diventò più concentrata, più statuale, più capace di agire sulla società. Ma per Islanda e Norvegia quella centralizzazione significò anche dipendenza: il rafforzamento del potere danese non coincise con la loro emancipazione, bensì con l’allontanamento del centro decisionale e con l’indebolimento delle sedi locali di rappresentanza.
Qui si trova una delle radici profonde della sensibilità islandese verso ogni trasferimento di competenze. La storia dell’isola è la storia di un lungo rapporto con un potere esercitato da lontano: dalla sottomissione alla corona norvegese nel XIII secolo, al legame con la Danimarca, fino alla graduale conquista dell’autogoverno nel 1904, della sovranità statale nel 1918 e della Repubblica nel 1944. Nel 1918 l’Atto d’Unione riconobbe l’Islanda come Stato sovrano, sebbene unito personalmente alla corona danese; nel 1944, attraverso referendum, gli islandesi proclamarono la Repubblica, mentre la Danimarca era sottoposta all’occupazione nazista. La sovranità islandese moderna nacque così non dalla conquista militare, ma dalla continuità di una rivendicazione giuridica, linguistica e costituzionale.
È significativo che il movimento indipendentista islandese abbia posto al centro non soltanto l’autogoverno, ma la continuità culturale. In pochi Paesi europei lingua e memoria letteraria hanno avuto un ruolo tanto importante nella costruzione della nazione. L’islandese contemporaneo conserva una notevole prossimità con l’antico norreno delle saghe; ciò permette alla società attuale di leggere nel proprio patrimonio medievale non una reliquia remota, ma una fonte ancora accessibile di immaginario, lessico e identità. Le Íslendingasögur non sono soltanto grandi testi letterari: sono il repertorio di una comunità che ha imparato a rappresentare le proprie tensioni attraverso il diritto, l’onore, la faida, la composizione e la parola data.
La sovranità, in questa tradizione, non è mai soltanto il monopolio astratto della decisione. È la possibilità di mantenere continuità tra il mondo delle norme e il mondo della vita. È la convinzione che una comunità, per non divenire mera amministrazione periferica, debba poter riconoscere se stessa nelle decisioni che la riguardano. Da qui l’intensità con cui la questione europea si collega al governo delle risorse naturali.
Il mare è il vero testo costituzionale dell’Islanda. La pesca non costituisce un capitolo residuale della sua economia; è la materia nella quale storia, diritto e identità convergono. Le guerre del merluzzo con il Regno Unito, combattute negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta del Novecento, furono controversie sulla progressiva estensione della giurisdizione di pesca islandese, ma entrarono nella memoria nazionale come una prova decisiva di indipendenza. L’Islanda riuscì a difendere l’ampliamento delle proprie acque contro uno Stato assai più potente, alleato nell’ambito della NATO e custode di una secolare tradizione marittima.
Quelle crisi anticiparono, per molti aspetti, la trasformazione del diritto internazionale del mare consacrata nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982: la centralità degli Stati costieri nella zona economica esclusiva e il diritto di esercitare diritti sovrani sull’esplorazione, lo sfruttamento, la conservazione e la gestione delle risorse naturali fino a 200 miglia nautiche. Per l’Islanda, il diritto del mare non rimase una disciplina per specialisti: fu la grammatica internazionale della propria sopravvivenza economica e della propria dignità politica.
L’Accordo sullo Spazio economico europeo conserva una distinzione essenziale. Esso disciplina le relazioni commerciali anche per prodotti agricoli e ittici, ma non equivale alla piena partecipazione dell’Islanda alla Politica agricola comune e alla Politica comune della pesca dell’Unione. Da qui l’apprensione che accompagna l’ipotesi dell’adesione. La politica della pesca europea può essere valutata in termini negoziali, tecnici e comparativi; per Reykjavik, tuttavia, essa è soprattutto la possibile modifica del rapporto storico tra Stato, acque e comunità. Non è semplicemente il timore di perdere quote di mercato; è la paura che il fondamento materiale dell’indipendenza venga sottoposto a una sovranità condivisa.
La stessa ambivalenza segna la questione monetaria. La corona islandese è uno strumento di autonomia, ma anche una fonte di fragilità. La crisi finanziaria del 2008 rese evidente quanto una piccola valuta, in un’economia profondamente esposta alla circolazione internazionale dei capitali, possa amplificare instabilità, indebitamento e tensioni sociali. L’adesione all’Unione apparve allora a molti come una via per ottenere maggiore stabilità e, potenzialmente, avvicinarsi all’euro. Fu proprio nel clima successivo al collasso bancario che l’Islanda presentò la domanda di adesione nel 2009; la Commissione europea formulò il proprio parere nel 2010, i negoziati iniziarono nel luglio dello stesso anno, furono messi in pausa nel 2013 e, nel 2015, l’Islanda chiese di non essere più considerata Paese candidato.
Il passaggio dalla corona all’euro non sarebbe soltanto un mutamento di politica economica. Rappresenterebbe un trasferimento di simboli e di poteri: dalla sovranità monetaria nazionale — con i suoi costi, ma anche con i suoi margini di risposta — a una sovranità esercitata congiuntamente nel quadro dell’Unione economica e monetaria. L’Islanda si trova così davanti a una scelta classica delle piccole democrazie: se preferire il controllo diretto di strumenti imperfetti oppure la protezione indiretta di un sistema più grande, ma meno immediatamente governabile.
Il referendum ha mostrato che, almeno oggi, la risposta più persuasiva resta la prudenza. Non la nostalgia di un’autosufficienza che l’Islanda non ha mai realmente conosciuto, ma la difesa di una sovranità “modulare”, secondo una formula che descrive bene l’esperienza nordica contemporanea. I Paesi del Nord non hanno scelto tutti la stessa via: Danimarca, Finlandia e Svezia sono membri dell’Unione; Norvegia e Islanda partecipano al mercato interno attraverso lo Spazio economico europeo; la Groenlandia, pur appartenendo al Regno di Danimarca, lasciò la Comunità europea nel 1985; le Fær Øer restano fuori dal quadro dei trattati dell’Unione.
Questa geografia istituzionale non è un’anomalia; è una filosofia politica implicita. La sovranità, nell’area nordica, non viene concepita soltanto come muro o confine. È piuttosto un’arte delle appartenenze graduabili: partecipare dove la cooperazione accresce la capacità d’azione; riservare allo Stato o alle comunità territoriali le competenze percepite come costitutive; mantenere aperta la possibilità di rinegoziare i rapporti quando cambiano le circostanze storiche.
L’Islanda, dunque, non ha respinto l’Europa. Ha riaffermato un modo nordico di pensare l’Europa: non come uniformità imposta dall’alto, né come mercato privo di anima politica, ma come spazio nel quale la cooperazione deve convivere con le storie nazionali, le specificità territoriali e il diritto dei popoli a custodire le risorse da cui dipende la loro libertà.
In questo senso, il suo no si rivolge anche all’Unione. Ricorda che l’integrazione non può essere misurata soltanto dal numero degli Stati membri o dall’estensione dell’acquis. La sua forza dipende dalla capacità di convincere, non di assorbire; di proteggere le periferie, non di amministrarle; di rendere condivisa la sovranità senza renderla irriconoscibile. Nel Nord Atlantico, tra la memoria delle saghe, le faglie di Þingvellir e le acque sulle quali l’Islanda ha costruito la propria indipendenza, questa antica lezione torna oggi a interrogare l’intera Europa.

