di Gianni Lattanzio
C’è un racconto di Borges, Funes el memorioso, in cui un giovane della campagna uruguaiana, caduto da un cavallo, scopre di non poter più dimenticare. Ricorda ogni foglia di ogni albero di ogni pomeriggio, ogni crepa dell’intonaco, ogni piega di ogni sonno, ogni cresta di ogni onda che ha veduto. E quella perfezione, lungi dal farlo sapiente, lo rende impotente: «Pensare è dimenticare differenze, generalizzare, astrarre. Nel mondo sovraccarico di Funes non c’erano che dettagli, quasi immediati». La sua memoria totale è la sua condanna: non avendo mai nulla da lasciare indietro, non comincia mai nulla.
Da circa un secolo la macchina è il nostro Funes. Il calcolatore digitale non conosce l’oblio spontaneo: ogni bit, una volta scritto, permane, e la civiltà delle reti ha accumulato un archivio senza pari di gesti, parole, volti. Tanto che l’Europa ha dovuto inventare, giuridicamente, un rimedio che la biologia possiede da sempre: il diritto all’oblio, l’articolo 17 del Regolamento sulla protezione dei dati, che impone alla macchina di dimenticare ciò che l’uomo ha il diritto di non vedere perpetuato. È un paradosso degno di essere meditato: prima che l’elettronica imparasse a obliare, il diritto dovette insegnarglielo a forza.
Ora, da Roma, arriva una notizia che rovescia il quadro e che vale, forse, più di ogni discorso sul “futuro dell’intelligenza artificiale”: un gruppo di ricerca internazionale coordinato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche ha realizzato sinapsi artificiali organiche che imparano, sì, ma soprattutto dimenticano — e lo fanno per progetto, non per difetto. Non un incidente della memoria: una sua architettura.

Il risultato, annunciato dall’Istituto di Nanotecnologia del CNR e pubblicato su Communications Materials del gruppo Nature, è maturato sotto la guida di Pierluigi Cossari, ricercatore del CNR-Nanotec, con la collaborazione dell’Istituto di Cristallografia, dell’Istituto per la Microelettronica e Microsistemi e dell’Istituto per lo Studio dei Materiali Nanostrutturati, oltre al Dipartimento di Chimica dell’Università della Calabria. I dispositivi sono stati sviluppati materialmente alla Northwestern University, negli Stati Uniti, nei laboratori di Giovanni Maria Matrone e di Jonathan Rivnay, tra i massimi esperti mondiali di bioelettronica organica: segno che la ricerca d’eccellenza, ancor più della politica, vive di catene internazionali. Il cuore della scoperta è un sistema di tre polimeri — PEDOT:PSS:Nafion — capaci di condurre insieme elettroni e ioni, cioè di parlare simultaneamente il linguaggio dell’elettronica e quello, per così dire, della biologia. Le giunzioni così ottenute interagiscono direttamente con la dopamina, il neurotrasmettitore coinvolto nei processi di apprendimento, e le loro proprietà di conduzione sono regolate chimicamente, controllando morfologia e struttura dei materiali, senza sovrastrutture né circuiti esterni. Il sistema a tre polimeri raggiunge otto stati distinti: otto gradazioni di memoria, che permettono di modulare con precisione la velocità e il tempo dell’oblio — il synaptic decay, il decadimento sinaptico. I dati sperimentali sono già stati impiegati in simulazioni su chip neuromorfici completi a matrice crossbar, dimostrando la fattibilità della tecnologia per il calcolo di prossima generazione.
«Il principale risultato riguarda la capacità di riprodurre non solo l’apprendimento (learning), ma anche l’oblio (forgetting), una funzione fondamentale dei neuroni», spiega Cossari. E aggiunge un punto che vale più di ogni cifra: «In bioelettronica, come nei sistemi biologici, l’oblio è una funzione fondamentale per ottimizzare le risorse».
Perché questo importa, lo si capisce appena si volga lo sguardo al contesto. Il calcolo neuromorfico non è una curiosità da laboratorio: è una delle poche strade realistiche oltre l’attuale modello di sviluppo dell’intelligenza artificiale, quello della scala — più chip, più parametri, più energia. Il cervello umano consuma circa venti watt, quanto una lampadina a basso consumo, e compie operazioni di riconoscimento che i data center assorbono con consumi enormi; secondo le stime dell’Agenzia internazionale dell’energia, la domanda elettrica dei centri di calcolo, trainata proprio dall’IA generativa, potrebbe raddoppiare entro il 2030. L’approccio neuromorfico imbocca la direzione opposta: imitare l’architettura del cervello e la sua efficienza, anziché accumulare forza bruta. Le sinapsi organiche, inoltre, essendo morbide, flessibili e biocompatibili, si prestano all’interfaccia diretta con i tessuti viventi — neuroprotesi, impianti, dispositivi che dialogano con la chimica del corpo. Il fatto stesso che interagiscano con la dopamina apre scenari che toccano la clinica neurodegenerativa, il Parkinson in primo luogo, dove è proprio la trasmissione dopaminergica a degenerare. La frontiera, qui, non è solo computazionale: è medica, umana. E c’è una dimensione europea: il Vecchio Continente ha investito un decennio nel Human Brain Project, confluito nella piattaforma EBRAINS, e si è dotato del Chips Act per ritrovare sovranità sui semiconduttori. Che un istituto italiano coordini un risultato che unisce chimica dei polimeri, nanotecnologie e calcolo ispirato al cervello dice che l’Europa non è soltanto compratrice di intelligenza artificiale altrui: può esserne artefice, a partire dalle fondamenta materiali.
Ma il risultato interpella anche, e forse soprattutto, la cultura — e qui conviene procedere con ordine. L’Occidente ha sempre pensato l’oblio come un disordine. La memoria, dal banchetto di Simonide — la leggenda fondativa dell’ars memoriae, in cui l’arte di ricordare nasce, significativamente, da una rovina e da un assente — fino ad Agostino, che nelle Confessioni percorre «i campi e i palazzi vasti della memoria» cercando Dio, è stata virtù, strumento, salvezza; l’oblio colpa, malattia, smarrimento. Eppure la tradizione custodisce anche la verità contraria. Platone chiamava il sapere anámnesis, ricordo. Ma già Nietzsche, nella seconda delle Considerazioni inattuali, aveva capito che senza la capacità attiva di dimenticare non c’è né azione né felicità — l’uomo storico che non può obliare è condannato all’ironia e al cinismo, inabile a ogni inizio, come la bestia che bruca, felice proprio perché «dorme senza sogni». Bergson, in Materia e memoria, vedeva nel cervello non già il produttore del pensiero ma un filtro che lascia passare solo lo spirito: il nostro sistema nervoso non è un archivio che degenera, è un setaccio che seleziona — e in quella selezione sta la salute. I Greci, che non erano ingenui, chiamavano la verità alétheia, letteralmente “non-oblio”: il disvelamento è anche un lasciare indietro. E il perdono — categoria tanto teologica quanto politica, che Hannah Arendt additò come rimedio all’irreversibilità dell’agire umano — non esiste senza oblio: le paci vere, dalle riconciliazioni postbelliche in poi, hanno sempre richiesto una forma di cancellazione volontaria, che non è amnesia ma elezione.
La sinapsi artificiale del CNR realizza tutto questo in chiave funzionale: dimentica come dimentica un sistema biologico, ottimizzando risorse. Va però detto, con nettezza, che la funzione non è l’esperienza. La macchina che oblia non conosce il dolore del ricordo né la misericordia dell’oblio; il suo forgetting è chimica, non destino; non ha nostalgia, perché non ha avuto perdita. Questa differenza non sminuisce il risultato: lo colloca esattamente nel punto in cui la tecnica cessa di sostituirsi all’umano e torna a ispirarsene. La biomimesi, qui, non è mascheramento ma omaggio: la macchina impara dal cervello non tanto a calcolare, quanto a perdere.
Ed è proprio qui che si apre la questione regolatoria, che le istituzioni non possono permettersi di scoprire in ritardo. L’Unione europea ha dato al mondo, con l’AI Act, il primo quadro completo di governance dell’intelligenza artificiale, fondato sul rischio dei sistemi. Ma quel regolamento governa il software e i sistemi: le sinapsi organiche, i chip neuromorfici, le interfacce cervello-macchina di prossima generazione abitano interstizi normativi che nessun legislatore ha ancora esplorato. Quando il dispositivo che calcola è anche il dispositivo che si impianta e dialoga con la dopamina, la questione smette di essere di mercato e diventa di libertà. Il segnale, per fortuna, non manca: il Cile, nel 2021, è stato il primo Paese a scrivere nella Costituzione la protezione dell’integrità mentale contro le neurotecnologie; l’UNESCO ha messo l’etica delle neuroscienze all’ordine del giorno dei suoi comitati di bioetica; il Consiglio d’Europa, custode di una tradizione giuridica che al forum internum — il foro interiore della coscienza, che nessun potere ha mai potuto violare impunemente — ha sempre riconosciuto una protezione speciale, è al lavoro su questi temi. Neurorights, libertà cognitiva, privacy mentale: sono i nomi nuovi di un antico problema costituzionale, quello del confine inviolabile della persona.
Il paradosso è suggestivo: la giurisprudenza europea ha insegnato alle macchine digitali a “dimenticare” i dati con il diritto alla cancellazione, e ora la chimica insegna alle macchine a dimenticare da sole. Ma quando l’oblio diventerà un parametro progettabile — la velocità e la durata del decadimento sinaptico, appunto, come variabile di design — si dovrà rispondere a una domanda inedita: chi decide quanto e cosa una macchina connessa al sistema nervoso deve ricordare di noi? Il produttore del dispositivo, il medico che lo impianta, il paziente che lo ospita, il legislatore che lo autorizza? Nessun algoritmo potrà sciogliere questo nodo: è un nodo di libertà, e la libertà non si delega.
Nei giorni in cui si discute dell’IA come di uno spettacolo inevitabile, quasi una recita già scritta, questa ricerca italiana suggerisce una narrazione diversa e più sobria: la prossima rivoluzione non sarà quella della macchina onnisciente, ma forse quella della macchina che — come noi — impara a perdere. C’è una saggezza antica in un polimero che dimentica: ricorda che la memoria non è magazzino ma vita, che il sapere è selezione, che nessuna intelligenza, naturale o artificiale, cresce senza lasciar andare. La lezione, ancora una volta, è che la tecnica migliore non è quella che sostituisce l’uomo, ma quella che ne imita l’architettura più profonda — non la potenza, il limite. E se l’Europa vorrà essere all’altezza di questo tempo, dovrà fare ciò che questa ricerca già fa: mettere la persona, con la sua fragilità e la sua dignità, al centro. Anche del suo oblio.

