Manzoni, Diogene e la cazzimma: perché la vera libertà non si compra e non si ruba
di Michele Gabriele Cristiano
Non c’è taglio netto tra ragione e torto, scriveva Manzoni. Lo sapeva anche Don Abbondio, che ne fece un alibi. Il coraggio, spiegava lui al cardinale, uno non se lo può dare. Una frase perfetta, e perfettamente comoda: la complessità umana, da verità, diventa così salvacondotto della vigliaccheria.
Veniamo alla cazzimma. Sono nato e cresciuto in provincia di Caserta, nella storica area conosciuta come Terra di Lavoro e la parola la conosco dalla culla. Nel registro buono indica grinta, pelle dura, la tigna di chi non si arrende. Nel registro cattivo, che qui interessa, indica la malizia di chi approfitta: il cinismo di chi coglie l’altro nel momento di debolezza e ne trae vantaggio senza scrupoli. Non è l’arte di arrangiarsi che ha dato al Sud tanta letteratura. È il raggiro eseguito alla velocità giusta, quella che non lascia alla vittima il tempo di accorgersi di esserlo. Una truffa in corsa che ci si ostina a chiamare folklore.
L’intelligenza senza il bene
Il problema è antico quanto la filosofia. Aristotele, nell’Etica Nicomachea, distingue la phronesis, la saggezza pratica, dalla deinotes, la semplice abilità nel trovare i mezzi per un fine qualsiasi. Quando il fine è cattivo, dice, quell’abilità diventa panourgia, scaltrezza: l’intelligenza che ha perso la bussola. Tommaso d’Aquino riprende il punto nella Summa (II-II, q. 55) e colloca astuzia, dolo e frode tra i vizi che somigliano alla prudenza senza esserlo. Sono la sua contraffazione. Il mandato evangelico recita testualmente: «Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe». La richiesta di essere scaltri come rettili non è mai disgiunta dalla purezza dei volatili; isolare la figura del serpente significa compiere un’operazione parziale che nega la natura stessa del testo.
Il dono di Gige
Nella Repubblica Platone racconta del pastore Gige, che trova un anello capace di renderlo invisibile e ne approfitta per sedurre la regina, uccidere il re e prendersi il trono. La domanda di Glaucone è la domanda del furbo di ogni tempo: chi resterebbe giusto, se potesse non essere visto? La cazzimma è l’anello di Gige in versione popolare. Rende invisibile il raggiro, impunita la prepotenza, normale il furto. Ma Platone risponde che l’ingiusto è un uomo spezzato: governato dai suoi appetiti, divorato dalla paura di essere scoperto, schiavo proprio mentre si crede padrone.
Mezzi e fini
Kant avrebbe liquidato la questione in una riga. L’uomo va trattato sempre come fine, mai soltanto come mezzo. Chi fa la cazzimma ragiona al contrario: l’altro è una risorsa, una distrazione da sfruttare, una vittima in attesa. Levinas direbbe che ha smesso di guardare il volto, quel volto nudo che dice senza parole «non uccidermi», e per estensione «non derubarmi». La furbizia comincia dove finisce lo sguardo.
Libertà e libero arbitrio
Agostino distingue il liberum arbitrium, la facoltà di scegliere, dalla libertas, la condizione di chi sceglie il bene. Il furbo ha la prima e ignora la seconda. Sceglie, e come! Ma sceglie sempre secondo l’istinto, la paura, la convenienza. È libero come lo è un animale lasciato libero nel recinto. Paolo scrive ai Corinzi che dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà, e intende dire che la libertà non è un possesso ma un dono da cui si è abitati.
“Qui sta il paradosso. I mistici lo sapevano. San Giovanni della Croce parla di noche oscura, il punto in cui l’intelletto si arresta e lascia parlare ciò che non si possiede ma da cui si è posseduti. Simone Weil scrive che l’attenzione, cioè la capacità di guardare l’altro senza volerlo possedere, è la forma più rara e più pura della generosità. Il furbo corre, il mistico sosta. Il furbo vince in velocità, il mistico perde in apparenza e guadagna in sostanza.”
Il filosofo in vendita
Diogene, catturato dai pirati e messo all’asta, non implorò. Indicò un compratore e disse: «Vendimi a quell’uomo, ha bisogno di un padrone». Seniade poteva pagarlo, non poteva comprargli il giudizio. Epitteto, che fu schiavo davvero, ne trasse una dottrina: ciò che dipende da noi è l’uso delle rappresentazioni, il resto è fuori dal nostro potere. Si può incatenare il corpo, non la volontà. Il Crocifisso porta la lezione al suo punto più alto. Non negoziò la propria libertà: la consegnò, e consegnandola la riaffermò. «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» non è resa, è l’atto supremo di possesso di sé.
L’antidoto napoletano
Napoli, del resto, ha prodotto il suo veleno e anche l’antidoto. Quel «Addà passà ’a nuttata» di Eduardo non è la voce di chi frega il vicino, ma di chi lo aspetta nel buio per arrivare insieme all’alba. È la prova che la città conosce un’altra intelligenza, quella della solidarietà. Chi fa della cazzimma un’etica rovescia la promessa evangelica, che vuole gli ultimi primi, in una legge della giungla dove vince chi arriva prima a prendersi ciò che non gli spetta.
Il furbo crede di essere padrone della situazione, ma è prigioniero della propria paura di perdere. Il libero può perdere tutto, e per questo non teme nulla.

