di Gianni Lattanzio
L’Unione europea attraversa una congiuntura in cui i diversi piani della sua azione – diplomatico, strategico ed economico – cessano di essere paralleli e tornano a intrecciarsi in modo serrato. Il G7 di Évian, il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran e il Consiglio europeo di Bruxelles non sono tre dossier a sé stanti, ma tre capitoli di una stessa storia: la faticosa transizione dell’Ue da potenza “normativa” a potenza necessariamente geopolitica.
Al G7 sulle rive del lago di Ginevra, le capitali europee hanno ottenuto un risultato che, fino a poche settimane fa, sembrava improbabile: riportare l’Ucraina dentro l’orizzonte di priorità statunitensi dopo una fase in cui la crisi con Teheran, lo Stretto di Hormuz e il rischio di shock energetico globale avevano monopolizzato l’attenzione della Casa Bianca. La dichiarazione congiunta che rinnova il sostegno all’integrità territoriale di Kiev, rafforza la disponibilità ad aiuti militari e apre alla possibilità di sostenere la produzione autonoma di armamenti tramite accordi di licenza, è meno importante per i suoi contenuti giuridici – prudentemente non vincolanti – che per il suo significato politico: l’Europa costringe gli Stati Uniti a riconoscere che la guerra in Ucraina non può essere relegata al rango di “conflitto congelato” mentre Washington regola i conti in Medio Oriente.
Si tratta di una mossa difensiva e offensiva al tempo stesso. Difensiva, perché l’Ue sa che un disimpegno americano dal fronte ucraino la esporrebbe, nel medio periodo, a un confronto asimmetrico con una Russia logorata ma non sconfitta, e sempre più integrata nelle reti economiche e militari di Cina e Iran. Offensiva, perché il riferimento alla produzione di armamenti in licenza, sul suolo ucraino, è anche un modo per legittimare una futura integrazione industriale tra Kiev e il complesso militare‑industriale europeo: una forma embrionale di “autonomia strategica condivisa”, in cui la solidarietà verso l’Ucraina diventa anche leva di politica industriale per l’Ue.
Questo tentativo di ricomporre il fronte transatlantico si colloca, tuttavia, all’interno di un quadro profondamente segnato dal memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran. L’accordo – firmato a distanza tra Versailles e Teheran – combina la fine delle ostilità, la riapertura graduale dello Stretto di Hormuz, un alleggerimento progressivo delle sanzioni e l’avvio di un negoziato di sessanta giorni sul dossier nucleare. È la fotografia di una de‑escalation fragile, frutto più della convergenza di necessità che di una convergenza di visioni.
Sul piano americano, il memorandum sancisce, dietro il lessico della fermezza, il riconoscimento di un’impasse strategica: la guerra non ha prodotto né il collasso del regime, né lo smantellamento del programma nucleare, né la neutralizzazione delle capacità missilistiche iraniane. A un certo punto, la salvaguardia del libero transito a Hormuz e la stabilizzazione dei mercati energetici hanno prevalso sull’ideale della “massima pressione” senza compromessi. Sul piano iraniano, l’intesa viene presentata come una vittoria di resistenza: Teheran ottiene la riapertura di Hormuz, l’allentamento delle sanzioni petrolifere, lo sblocco graduale di asset congelati e la prospettiva di un grande fondo di ricostruzione alimentato soprattutto da capitali del Golfo, senza rinunciare formalmente né alle proprie linee rosse nucleari, né alla propria rete di alleati armati nella regione.
Ed è qui che l’Europa appare insieme protagonista indiretta e grande assente. Protagonista indiretta, perché dalla riapertura dello Stretto l’Ue trae benefici immediati: il venir meno del blocco sul traffico marittimo attenua la pressione su prezzi dell’energia, inflazione e bilancia commerciale, restituendo margini di manovra a economie ancora provate dalla guerra ucraina e dalle sue ricadute. Grande assente, perché la partita è stata giocata essenzialmente su un tavolo bilaterale Washington‑Teheran, con un ruolo europeo ridotto a quello di potenziale partner tecnico del futuro negoziato sul nucleare, non più di co‑architetto politico dell’intesa. Dopo anni in cui il formato del JCPOA aveva visto l’Ue al centro, la nuova geometria negoziale segnala un ridimensionamento dell’influenza europea proprio su uno dei dossier in cui Bruxelles aveva saputo esprimere la propria migliore diplomazia multilaterale.
In questo mosaico si incastra, in modo tutt’altro che lineare, la reazione di Israele. Il governo Netanyahu ha accolto il memorandum con manifesta diffidenza, chiarendo che non si considera vincolato a un testo che, a suo giudizio, rinvia sine die le questioni decisive: la struttura del programma nucleare iraniano, la capacità missilistica e, soprattutto, il ruolo dei proxy, a cominciare da Hezbollah. La prosecuzione degli attacchi israeliani in Libano e l’insistenza sul mantenimento di una “zona di sicurezza” nel sud del Paese sono il segnale che, per Gerusalemme, l’accordo USA‑Iran non può tradursi in un limite autoimposto alla libertà di azione militare.
Per l’Europa, questa frattura nell’asse Washington‑Gerusalemme crea una duplice tensione. Da un lato, l’Ue ha interesse a sostenere la cornice negoziale che riduce il rischio di un conflitto regionale allargato, con inevitabili ripercussioni energetiche e migratorie sul Mediterraneo. Dall’altro, non può permettersi di compromettere strutturalmente il dialogo con Israele, attore imprescindibile per qualsiasi architettura di sicurezza nel Levante e partner chiave – anche se controverso – per molte capitali europee. Ne risulta uno spazio politico angusto, in cui ogni parola pesa: un eccesso di allineamento alla lettura americana dell’intesa rischia di alienare definitivamente la fiducia israeliana; un eccesso di cautela, al contrario, rischia di far apparire l’Europa come un soggetto incapace di assumere posizioni nette proprio quando il linguaggio del potere torna a dominare il lessico internazionale.
L’impressione che emerge, a poche ore dall’intesa, è quella di un’Europa trascinata al centro della scena non perché proietti con decisione la propria volontà strategica, ma perché risulta inevitabilmente esposta alle decisioni altrui. È ciò che traspare anche dal “doppio strappo” tra Washington e alcune capitali europee emerso subito dopo il G7: gli attacchi verbali del presidente americano alla leadership italiana e le accuse del segretario alla Difesa agli alleati “riluttanti” nel contribuire alla sicurezza euro‑atlantica non sono soltanto incidenti retorici, ma la manifestazione di una linea politica che chiede all’Europa di diventare più autonoma sul piano militare senza metterla realmente nelle condizioni di farlo.
Su questo sfondo si apre il Consiglio europeo di Bruxelles, che eredita l’agenda di Évian – Ucraina, Medio Oriente, concorrenza con la Cina, quadro finanziario pluriennale – e la riorganizza intorno a una parola d’ordine: competitività. La scelta non è casuale. Nel linguaggio comunitario, rilanciare il mercato unico e rafforzare la competitività significa, oggi, molto più che aggiornare il diritto della concorrenza: significa dotarsi di strumenti industriali, tecnologici e finanziari per reggere una competizione globale nella quale le altre grandi potenze non esitano a combinare politica economica, politica estera e politica di sicurezza in un unico disegno coerente.
La denuncia delle pratiche commerciali “distorsive” da parte di Pechino, il dibattito sui sussidi alle imprese cinesi, la riflessione su un bilancio pluriennale in grado di sostenere investimenti comuni nelle tecnologie critiche e nella difesa, non sono, dunque, un capitolo tecnico per addetti ai lavori: sono il terreno su cui si decide se l’Ue sarà in grado di trasformare il proprio “peso economico” in leva strategica, oppure se resterà un mercato aperto e vulnerabile in un mondo sempre più regolato da logiche di potenza.
I tre piani – G7, accordo USA‑Iran, Consiglio europeo – convergono così in una stessa domanda di fondo. L’Unione vuole, e può, ridefinirsi come soggetto geopolitico a pieno titolo, capace di tenere insieme sicurezza, energia, industria e valori in una visione unitaria? O continuerà a oscillare tra il ruolo di moltiplicatore di legittimità per decisioni prese altrove e quello di grande area regolatoria che interviene soprattutto ex post, per aggiustare, mitigare, compensare gli effetti di scelte altrui?
Non basteranno, da sole, le conclusioni di un Consiglio europeo o la partecipazione a un G7 per fornire una risposta definitiva. Ma il modo in cui l’Ue sceglierà di declinare, nei prossimi mesi, il nesso tra sostegno all’Ucraina, gestione della de‑escalation USA‑Iran e rilancio della competitività interna sarà già un indicatore eloquente. O questi tre capitoli verranno ricomposti in una strategia coerente – che faccia del mercato unico, della politica industriale e della politica estera tasselli di un’unica architettura – oppure l’Europa rischierà di restare ciò che finora gli altri attori globali hanno spesso visto in lei: una grande potenza che subisce la storia più di quanto contribuisca a scriverla.
