Tra interventismo americano, ritorno cinese e un’Europa spettatrice, il continente sudamericano è diventato il primo laboratorio degli equilibri multipolari del dopo-2025
di Gianni Lattanzio
C’è un’ora, nella storia delle nazioni, in cui la geografia torna a pesare più della diplomazia. Il 3 gennaio 2026, poco prima dell’alba, quell’ora è scoccata su Caracas: un commando statunitense ha catturato il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores, al termine di un’operazione militare che ha squassato la capitale con esplosioni udite in tutta la città. Poche ore dopo, da Mar-a-Lago, Donald Trump ha pronunciato la frase che meglio riassume lo spirito del tempo: gli Stati Uniti “gestiranno” il Venezuela fino a una transizione “sicura e giudiziosa”, rivendicando senza pudori diplomatici l’accesso alle sue riserve petrolifere. Sei mesi dopo, il Venezuela è di fatto un protettorato: governato da Washington attraverso la vicepresidente Delcy Rodríguez, con il petrolio nazionale già tornato nelle mani di compagnie americane. Non è la cronaca di un incidente isolato: è l’atto più esplicito, per ora, di un lungo disgelo della storia — il ritorno, sotto mentite spoglie contemporanee, di un’idea che l’America Latina credeva sepolta insieme al secolo scorso.
Quell’idea ha un nome antico e una divisa nuova. Da quando, nel 2019, le vittorie di Nayib Bukele in El Salvador e Jair Bolsonaro in Brasile hanno aperto la stagione delle destre nazionaliste — Javier Milei in Argentina, José Antonio Kast in Cile, Daniel Noboa in Ecuador, Santiago Peña in Paraguay, Rodrigo Paz in Bolivia, Keiko Fujimori in Perù, e ora Abelardo de la Espriella, che il 6 agosto succederà a Gustavo Petro a Bogotá — si è tentati di leggere il continente attraverso la sola lente ideologica. Sarebbe un errore di prospettiva. La vera cesura non passa tra destra e sinistra, ma tra un’epoca che si voleva multilaterale e una che rivendica apertamente le sfere di influenza: la nuova Strategia di sicurezza nazionale americana — già ribattezzata a Washington “dottrina Donroe”, crasi impietosa tra il nome del presidente e quello di James Monroe — dichiara l’intenzione di impedire a “competitori esterni all’emisfero occidentale” di possedere asset strategici nella regione. Duecentotre anni dopo la dottrina che inventò l’espressione “cortile di casa”, l’America Latina si ritrova a fare i conti con la sua versione più muscolare e meno ambigua.
L’onda lunga di Caracas si è già propagata. Trump ha avvertito, con l’atteggiamento sprezzante di chi non teme conseguenze, che “quanto accaduto in Venezuela può accadere ad altri”, nominando Colombia, Messico e Cuba come possibili prossime tappe. Il continente si è spaccato lungo la stessa faglia che lo percorre da anni: Brasile, Messico, Cile, Colombia, Spagna e Uruguay hanno bollato l’intervento come “un precedente estremamente pericoloso”, mentre Milei lo ha salutato come un trionfo della libertà, con un manicheismo da cronaca del dopoguerra — “non esiste una via di mezzo: o si è dalla parte del bene, o si è dalla parte del male”. Lula, con il piglio dello statista che ha visto altre stagioni, ha parlato di una linea “inaccettabile” varcata dagli Stati Uniti, chiedendo che le Nazioni Unite non restino spettatrici.
E mentre Washington alza la voce, Pechino coltiva il silenzio come un’arte diplomatica. La Cina ha certo condannato l’operazione come “grave violazione della sovranità” venezuelana, ma non è andata oltre le parole: un atteggiamento che l’analista Pierre Haski legge come calcolo di lungo periodo, la scelta di non “combattere le battaglie che non è in grado di vincere”, nella consapevolezza che nessuna riscoperta della dottrina Monroe basterà, da sola, a estrometterla dal continente. I numeri, del resto, parlano un linguaggio più eloquente di qualsiasi comunicato: la Cina resta il primo partner commerciale del Sud America, con le esportazioni latinoamericane verso Pechino cresciute di oltre quarantasei volte tra il 2005 e il 2024, e con almeno ventotto progetti legati al litio in cinque paesi del “triangolo” tra Argentina, Bolivia e Cile — dove riposa oltre metà delle riserve mondiali di quel metallo che è già l’oro del nostro secolo. È la beffa più sottile di questa storia: lo stesso Milei che aveva esordito con sarcasmi sprezzanti verso Pechino oggi la chiama “un importante partner commerciale”, segno che nessuna fedeltà ideologica sopravvive a lungo alla forza di gravità dell’economia. E c’è un paradosso più profondo, che gli strateghi di Washington sembrano non voler vedere: ogni nuova minaccia contro Bogotá o Città del Messico, secondo diplomatici ed economisti citati dal New York Times, rischia di spingere i governi latinoamericani — anche quelli non ostili agli Stati Uniti — proprio nelle braccia di Pechino, l’unico compratore capace di assorbire soia, rame e litio in quei volumi.
E l’Europa? Guarda, per lo più, da lontano. L’accordo di associazione UE-Mercosur — firmato il 6 dicembre 2024 dopo un negoziato più lungo di una generazione, e in applicazione provvisoria dal 1° maggio 2026 — resta l’unico vero avamposto europeo in un continente in cui l’Unione non ha né la spregiudicatezza americana né la pazienza cinese: settecento milioni di persone coinvolte in un’area di libero scambio che pure fatica a diventare narrazione politica, prima ancora che accordo commerciale. Il suo cammino resta accidentato — il 21 gennaio 2026 il Parlamento europeo ha approvato, con un margine di soli dieci voti, il rinvio dell’intesa alla Corte di giustizia dell’UE, segno di quanto anche in Europa le destre sovraniste, alleate di quelle latinoamericane nei toni se non negli interessi, resistano a un multilateralismo che pure sarebbe l’unica alternativa credibile al “cortile di casa” di Trump. Di fronte alla cattura di un capo di Stato e alla nascita di un protettorato petrolifero nel cuore del continente, la voce dell’Unione europea è rimasta quella, felpata, del comunicato tecnico. È un silenzio che dice più di ogni discorso, e che lascia un vuoto — di credibilità, prima ancora che di potenza — in un’epoca che di vuoti non perdona nessuno.
Resta, sullo sfondo, una domanda che nessun trattato può ancora sciogliere. Perché quella che si consuma oggi in America Latina non è la vittoria di un modello sull’altro: è qualcosa di più inquieto e più antico, un multipolarismo esercitato senza le regole che dovrebbero temperarlo. Gli Stati Uniti rivendicano, senza più il pudore delle parafrasi diplomatiche, un diritto di ingerenza nel proprio emisfero. La Cina, paziente come solo chi gioca partite di decenni sa essere, consolida in silenzio la sua presa economica. E i governi della regione — di destra come di sinistra — non cercano più una voce comune, ma margini di manovra individuali, in un continente tornato a essere ciò che ha sempre temuto di diventare: terreno di altri.
Bogotá, Città del Messico, l’Avana. Sono i nomi scritti sull’agenda delle prossime crisi, le prossime prove di un copione già visto. Diranno se l’America Latina — che ha conosciuto invasioni, golpe e dottrine calate dall’alto per due secoli, e ogni volta ha trovato il modo di rialzarsi — sia condannata a restare, ancora, il cortile di qualcun altro. O se, per la prima volta in questo secolo, saprà scrivere da sé le regole del disordine in cui è stata gettata

