AVEVA 66 ANNI – CON BECKENBAUER E SCIREA, IL MIGLIOR LIBERO DI TUTTI I TEMPI E UOMO IMMENSO.FU CAMPIONE DEL MONDO NEL 1982, TERZO NEL 1990 E VICE CAMPIONE DEL MONDO NEL 1994.
DALLO SCUDETTO DELLA STELLA, ALL’ESORDIO CON IL MILAN, NELLA STAGIONE 1978-1979, DUE RETROCESSIONI IN B, VINSE POI TUTTO CON I ROSSONERI IN QUASI 30 ANNI DI CARRIERA, FINO AL 1997. SFIORO’ IL PALLONE D’ORO NEL 1989, DIETRO MARCO VAN BASTEN
di Emanuele Mariani
“Unico rappresentante di una squadra appena retrocessa, il Milan, al Mundial (1982) ha fatto soltanto lo spettatore. E’ un tipo riservato, tranquillo, di poche parole. Ama far parlare i fatti e finora, nella sua pur breve carriera, c’è riuscito molto bene”.
Così la rivista ufficiale dei profili dei 22 giocatori italianicampioni del Mondo di Spagna, a titolo appena conquistato, aveva delineato, quello che di lì a qualche anno sarebbe diventato con Beckenbauer e Scirea, il miglior libero di tutti i tempi, Franco Baresi che oggi, a soli 66 anni, ci ha lasciato. Si è spentoall’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano, per le conseguenze diuna grave malattia, con la quale combatteva da tempo: nell’agosto 2025 gli venne riscontrato un nodulo polmonare, poi asportato chirurgicamente.
Soprannominato Piscinin e successivamente Kaiser Franz, in omaggio a Franz Beckenbauer, è considerato uno dei più grandi difensori della storia del calcio ed è annoverato tra le più note bandiere calcistiche di tutti i tempi. Occupa il 19º posto nella classifica dei migliori calciatori del XX secolo pubblicata dalla rivista World Soccer e il 33º nell’omonima classifica stilata dall’IFFHS.
Nel marzo del 2004, Pelé lo inserì nella FIFA 100, la lista dei 125 migliori calciatori viventi redatta in occasione del centenario della FIFA. Per sette volte tra i candidati alla vittoria del Pallone d’oro (dal 1988 al 1990 e dal 1992 al 1995), arrivò a ricoprire la seconda posizione nel 1989 dietro al compagno di squadra Marco van Basten.
Il 16 dicembre 1999, in occasione della festa organizzata per celebrare i cent’anni del Milan, è stato eletto dai suoi tifosi “milanista del secolo”, cioè il giocatore più rappresentativo nella storia rossonera, mentre nel 2013 è entrato a far parte della Hall of Fame del calcio italiano. È inoltre risultato 17º nell’UEFA Golden Jubilee Poll, un sondaggio online condotto dalla UEFA per celebrare i migliori calciatori d’Europa dei cinquant’anni precedenti.
Legò l’intera carriera al Milan disputandovi venti stagioni, quindici delle quali da capitano. Con i rossoneri conquistò sei scudetti, quattro Supercoppe italiane, tre Coppe dei Campioni, due Supercoppe UEFA e due Coppe Intercontinentali, diventando il secondo calciatore con più presenze nella storia del club, alle spalle del solo Paolo Maldini; insieme ai compagni di reparto Mauro Tassotti, Maldini e Alessandro Costacurta (prima di lui, Filippo Galli) ha composto una delle migliori linee difensive della storia del calcio che ha consentito al Milan di stabilire il record di partite consecutive senza sconfitta (58) nei maggiori campionati nazionali d’Europa (dal 26 maggio 1991 al 14 marzo 1993, ovvero un anno, 9 mesi e 16 giorni).
Con la nazionale italiana vinse il campionato del mondo 1982, pur senza scendere in campo, e raggiunse la finale del mondiale 1994 da capitano della selezione azzurra, dopo un rientro da record (soli 25 giorni) da una operazione al menisco. Nell’arco di tredici anni disputò tre campionati del mondo (Spagna 1982, Italia 1990 e Stati Uniti 1994) e due campionati d’Europa (Italia 1980 e Germania Ovest 1988).
Franchino Baresi, detto Franco, nacque a Travagliato, comune di Brescia, l’8 maggio del 1960 e rimase orfano a quattordici anni. Sposato con Maura, due figli, di cui il secondogenito adottato; era inoltre zio di Regina Baresi, anch’ella calciatrice, figlia del fratello maggiore Giuseppe, arcigno difensore nerazzurro e bandiera dell’Inter degli anni ’70 e ’80 e che caratterizzò anche il confronto tra i due fratelli nei derby delle squadre milanesi.
In totale, i derby giocati da Beppe Baresi contro il Milan di suo fratello Franco sono stati 23. Il bilancio complessivo di questi incontri per Beppe Baresi contro il fratello Franco vede 9 vittorie, 7 pareggi e 7 sconfitte.
Il primo derby Beppe lo gioca da titolare il 6 novembre 1973 (3-1 per il Milan), mentre la prima stracittadina con i due fratelli avversari fu il 12 novembre 1978.
Avversari a Milano, separati in Nazionale ma inseparabili nella vita, Beppe e Franco Baresi sono uno splendido esempio di solidità e umiltà lombarda. Nati entrambi a Travagliato, nella campagna bresciana, divisi da due soli anni, (1958, Beppe e 1960, Franco), hanno una sorella, Lucia, e un altro fratello, il maggiore Angelo, che non ha sfondato nel calcio, pur giocando ad ottimi livelli.
La loro è un’infanzia tosta e orgogliosa, tra scuola e oratorio del paese, gestito da Don Piero Gabella, colui che Franco definirà “un costruttore di sogni”.
L’U.S.O., l’Unione Sportiva Oratorio, sarà la sola squadra che vedrà giocare assieme i due fratelli prima che diventino simbolo di Inter e Milan. Fatta eccezione per l’addio al calcio di Franco, che nel 1997 riporta in campo Beppe, ritiratosi ormai da 3 anni, per l’ultimo abbraccio commovente tra i due. La gloria calcistica per entrambi arriverà dopo una vita senza sconti: mamma Regina (nome che poi Beppe darà alla figlia calciatrice) se ne va nel 1971 dopo una brutta malattia, papà Terzo qualche anno dopo. Beppe e Franco si ritrovano orfani rispettivamente a 16 e 14 anni.
Ma Guido Settembrino, l’allenatore che lo segue con il fratello Franco nell’U.S.O., aveva fatto una promessa alla madre e la mantiene, portando i due giovani ad un provino con l’Inter al compimento dei 14 anni. Beppe, che tifa Milan ed è cresciuto con i miti delle grandi bandiere Rivera e Gigi Riva, è già ben strutturato fisicamente e lo supera nel 1972, non così Franco. Il primo prende subito la strada nerazzurra, Franco dovrà aspettare per vestire il rossonero.
A Messico ’86, Beppe Baresi non riuscì a fermare Platini che era in stato di grazia e raccoglierà quasi 600 presenze con l’Inter, per cui lavorò poi ancora come osservatore; entrò nello staff tecnico dei nerazzurri che vinsero, nel 2010, il Triplete e si farà amare per professionalità, resilienza e duttilità
Nasce terzino, ma ringhia anche come centrale e come mediano.
A proposito, un mio ricordo personale fu un’entrata – diciamo sopra le righe – di Beppe Baresi su Paulo Roberto Falcão, il 1 aprile 1984 durante la partita di campionato Roma-Inter allo Stadio Olimpico di Roma e terminata 2-2, che segneràpesantemente il finale di stagione dei giallorossi; infatti,l’infortunio per il brasiliano, si rivelò serio e lo tenne fuori squadra per circa un mese, rientrando solo poco prima della sfortunata finale di Coppa dei Campioni con il Liverpool, del 30 maggio 1984, all’Olimpico di Roma, finita 1 a 1 dopo i supplementari e persa ai rigori dai giallorossi.
Vincerà due scudetti (capitano di quello dei record col Trap), due coppe Italia e una coppa Uefa. Meno fortunato il percorso in nazionale. Esordisce nel 1979, viene convocato da Bearzot per l’Europeo del 1980 (c’è anche Franco, però non gioca) ma non per il trionfale Mondiale 1982 (“Colpa mia, mi ero un po’ montato la testa” dirà Beppe con una sincerità che andrebbe insegnata a scuola).
Franco Baresi è stato certamente l’ultimo esemplare di una filiera che, partendo da Pierluigi Cera e passando per Gaetano Scirea, ha intrepretato la figura del comandante supremo della difesa italiana e azzurra, con classe e personalità. Fu soprannominato anche “Kaiser Franz”, per accostarlo a Beckenbauer, l’imperatore tedesco che guardava il mondo dall’alto in basso e giocava persino con un braccio immobilizzato una semifinale mondiale come Italia-Germania del mondiale 1970. Baresi disputò una finale, quella della Coppa del Mondo 1994 contro il Brasile, con il ginocchio fresco di operazione al menisco, dopo la lesione di quello del ginocchio destro. Un rientro a tempo di record (25 giorni dall’infortunio patito nella seconda partita del girone contro la Norvegia) e poi l’errore ai rigori, nella lotteria dal dischetto. Pianse anche sulla spalla di Sacchi che lo consolò come il capo delegazione della Nazionale, Raffaele Ranucci.
Nelle sue lacrime annegò l’Italia intera, con la spinta decisiva del pallone scagliato in curva da Roberto Baggio, anche lui acciaccato e pieno di dignità. Gli eroi sono quelli che non si tirano mai indietro. Baresi chiuse la carriera in Nazionale con 81 presenze e un gol.
Il braccio alzato per chiamare il fuorigioco, ai compagni, ma soprattutto a arbitri e guardalinee, è una delle immagini che si porta dietro Franco Baresi.
Un’intera carriera al Milan, anche negli anni umilianti della Serie B, resistendo alle tentazioni di chi avrebbe voluto sfruttare la situazione e portarselo a casa, per un totale di 719 partite e 33 gol, dal 1977 al 1997. Lanciato da Nils Liedholm il 23 aprile 1978 a Verona, che quel giorno non fu fatal – vinsero 2-1 i rossoneri -, ancora diciassettenne, mostrò subito doti di chi poteva passare, con disinvoltura, dalla posizione di libero a quella di centrocampista. Fu in quella collocazione che cercò di proporlo in azzurro Enzo Bearzot, per avere in campo lui e Scirea insieme, ma l’esperimento non funzionò.
Infatti, il tecnico friulano, intuendo comunque la grandezza di Franco Baresi, lo portò tra i 22 che vinsero il Mondiale spagnolo del 1982 e di fatto lo designò erede nel ruolo di libero di Gaetano Scirea.
Chi non ricorda il secondo gol di Tardelli al Bernabeu, l’11 luglio 1982: ebbene l’inizio dell’azione che culminò nella fantastica rete del centrocampista toscano (divenuta poi iconicamente celebre per l’urlo), la danno due difensori Bergomi (all’epoca appena diciottenne) e proprio Scirea che aveva doti offensive e segnò diversi gol in campionato e Coppe europee con la Juventus. Anche Baresi segnò gol in campionato e altre gare ufficiali (ben 33 segnati pure dal dischetto), una rete in Nazionale, come già ricordato, ma non nelle Coppe europee.
Il ruolo di libero, come lo hanno inteso Beckenbauer e Scirea,oggi non è più di fatto presente specie se si intende come difensore e battitore libero anche di avanzare, lasciando per un momento la difesa, quale ultimo uomo.
Pensiamo al grande, grandissimo Fabio Cannavaro ed al secondo gol di Del Piero contro la Germania in semifinale, al Westfalenstadion di Dortmund, al Mondiale 2006: è proprio Cannavaro a rubar palla a centrocampo per servirla a Totti e a Gilardino, che poi la passerà a Del Piero per la finalizzazione in gol.
Ecco come un’altra leggenda Dino Zoff (unico italiano ad aver vinto da calciatore un Europeo 1968 ed un Mondiale 1982),nell’autobiografia “Dura solo un attimo la gloria”, ha spiegato il confronto e le caratteristiche tra Gaetano Scirea e Franco Baresi:
”Un paragone che mi viene proposto spesso è anche quello tra Scirea e Baresi. Scirea è, in assoluto, il calciatore a me più caro. Ma penso di poter dire di essere oggettivo, se affermo che era il migliore di tutti, nel suo ruolo. In pochi ricordano che Gaetano aveva cominciato a giocare da centrocampista. E poiché aveva una bella corsa e un grandissimo piede, era anche molto bravo.
Poi, piano piano, spostandosi verso il centro della squadra, finì per giocare nel ruolo di libero. Quando arrivò alla Juventus, però, Gaetano ancora non era convintissimo del suo nuovo ruolo. Toccò a Capello persuaderlo che era una grande idea.
E diventò uno dei più forti al mondo.
Entrò in punta di piedi nel ruolo, supportato da Parola, l’allenatore. Era intelligente, sapeva inserirsi in attacco e arrivare a conclusione.
La sua prerogativa era fare diverse cose bene.
Anche Baresi, però, era molto forte. Un grande direttore della difesa, dotato di una spiccata personalità.
Ottima tecnica, era uno che «si gettava sul pallone come una belva» usava dire Gianni Brera.
Per me la sua caratteristica principale era quella di essere un grande organizzatore della difesa, una specie di manager in campo.
Baresi c’era anche al Mondiale dell’82, il nostro.
In pochi si ricorderanno che era stato convocato da Bearzot come giovanissima riserva di Scirea.
Le sue lacrime disperate a USA ’94 erano quelle di chi stava per compiere l’impresa della vita, ma non ce l’ha fatta per un soffio.
Ecco, quelle lacrime sono il distillato di ciò che per me è il senso di questo gioco: una fonte inesauribile di emozioni che ti scoppiano dentro, incontenibili.”
Ecco invece come Gianni Brera, rispondendo ad un lettore dalle pagine di Repubblica (edizione del 3 gennaio 1992), dava il suo parere su chi fosse o fosse stato il miglior libero di sempre da scegliere.
Domanda del lettore: Illustre Brera, mi aiuti a risolvere una controversia familiare. Fra Beckenbauer, Krol, Passarella, Scirea e Baresi, quale è stato secondo lei il più grande libero della storia del calcio?
“Scarti subito Krol e Passarella. Il primo era un terzino d’ ala molto mobile e bravo, non tanto, però, da evitare una serie di figuracce trovandosi alle prese con Flipper Damiani.
Ricordo benissimo quel Juventus-Ajax. Krol, che è astuto, disse di avere scoperto un secondo Garrincha! Poi si mise a fare il libero nella nazionale olandese e lo vidi saltare come un paracarro (qui, saltare è transitivo) dagli azzurri in Argentina, prima che scoppiassero miserevolmente. A Napoli, infine, entrò nel tradizionale cimitero degli elefanti. Marchesi tuttavia ne diceva benissimo. Passarella, specie di killer mancino, aveva una gran battuta e staccava bene di testa ma era piuttosto debole nel tackle.
In Italia venne che era finito o quasi, come Krol. Sui tre che restano potrei scrivere poemi.
Il povero Scirea era dolce e composto, di una moderazione tipica del grande artista. Non era difensore irresistibile né arcigno, era buono, ma completava il repertorio con sortite di esemplare tempestività, a volte erigendosi addirittura a match winner.
Beckenbauer giocava mediano e si muoveva con stile principesco. Da libero, impose il proprio carisma: esigeva che tutte le palle conquistate andassero a lui per la rielaborazione offensiva. Era bello vederlo in sortita: ma per evitare brutte figure ha sempre più ridotto i rischi dei lanci lunghi. Non mi esaltava tanto il suo stile di gioco, pur notevole, quanto il suo comportamento di uomo civile, istruito e portato a comandare.
Baresi II è dotato di uno stile unico, prepotente, imperioso, talora spietato. Si getta sul pallone come una belva: e se per un caso dannato non lo coglie, salvi il buon Dio chi ne è in possesso! Esce dopo un anticipo atteggiandosi a mosse di virile bellezza gladiatoria. Stacca bene, comanda meglio in regia: avanza in una sequenza di falcate non meno piacenti che energiche: avesse anche la legnata del gol, sarebbe il massimo mai visto sulla terra con il brasiliano Mauro, battitore libero del Santos e della nazionale brasiliana 1962 (Bicampeao do mundo em Cile). Spero che questo possa bastare”.
I piedi erano buoni, anzi, buonissimi. Il fisico non era granché e questo gli costò la bocciatura a un provino con l’Inter a 12 anni perché considerato troppo gracile: i nerazzurri avevano già arruolato il fratello Giuseppe. Fu Italo Galbiati, futuro assistente di Fabio Capello, a invitarlo a riprovarci con il Milan. Stavolta andò bene e Baresi II, come si scriveva allora, divenne uno dei gioielli del settore giovanile.
Il “Piscinin” fu adottato da Gianni Rivera e con la benedizione di Nils Liedholm, che lo promosse titolare al posto di Ramòn Turone, che di lì a poco fece la fortune della Roma così come lo stesso tecnico svedese: il ragazzo conquistò, diciottenne, il primo di una lunga serie di titoli: lo scudetto 1978-79.
Alla fine, compresa la Mitropa Cup 1982, i trofei saranno 18, sulla scia della leggendaria avventura del Milan degli olandesi e della rivoluzione sacchiana. Franco disse basta a 37 anni, dopo essere stato travolto dal ciclone Bobo Vieri in una partita che mise a nudo l’età. Il club annunciò il ritiro della maglia numero 6: un gesto di enorme rispetto nei suoi confronti.
“Il Milan ha dato un senso alla mia vita. Milanello mi sembrava il paradiso”, le parole riportate dalla Gazzetta dello Sport nella sua ultima intervista, nel 2025. “Ero rossonero già all’età di dieci anni, a quattordici mi ritrovai senza genitori e il Milan mi adottò, dandomi tutto: una casa, un futuro, un’avventura straordinaria”. Dopo la carriera da giocatore, un percorso da dirigente: con la Fondazione Milan, altre esperienze di spessore, confrontandosi con la povertà dell’Africa e dei paesi martoriati dalla guerra.
L’ultima immagine di Franco Baresi è quella con la torcia olimpica, il 6 febbraio 2026, durante la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. Apparve al Meazza in compagnia di Beppe Bergomi, simboli delle glorie calcistiche e di una Milano che non c’è più. “Gli attimi più emozionanti della mia carriera”, disse il “Piscinin” quel giorno.
Lo immaginiamo così, nel paradiso dei campioni e magari anche il nuovo corso della Nazionale azzurra di Malagò, Mancini e Ranieri, prendendo spunto da Franco Baresi, dalla sua bravura umanità, unita alla sana modestia, ritrovi se stessa e scopra qualche giovane talento, andando come si faceva una volta con gli osservatori, quasi sempre non annunciati, nei vivai e magari su qualche campetto di periferia, al di là degli aspetti commerciali che muovono il mondo del calcio attuale.

