Messi al passo d’addio e passaggio di testimone con il giovane LaminYamal – Ascolto record per la finale
Chissà cosa può aver pensato, da lassù, uno che, aveva giocato sia con la nazionale argentina che con quella spagnola, una leggenda del calcio, di lontane origini italiane (il padre era infatti italo-argentino, nato a Capri, ma lombardo-siculo),calciatore e allenatore di calcio argentino naturalizzato spagnolo, di ruolo attaccante: Alfredo Di Stefano che mai ebbe un successo, a livello di nazionali, mondiale e neppure europeo: prese infatti parte alle qualificazioni per il Campionato continentale del 1964, ma non giocò la fase finale del torneo, poi vinto dalla stessa Spagna al suo primo successo internazionale della sua prestigiosa storia, cui hanno fatto seguito gli attuali, sino a ieri sera, Europei 2008-2012-2024, Mondiali 2010 e 2026, UEFA Nations League 2022-2023.
Forse neppure lui si sarebbe immaginato una finale dal sapore di derby di lingua iberica, ma giocata di fatto solo dalla Spagna (che peraltro sarà tra i Paesi organizzatori, dopo l’edizione del 1982, del prossimo Mondiale del centenario del 2030, con Marocco e Uruguay per inaugurazione) per quasi tutti i 120 minuti di gioco (ed oltre con il recupero) e vinta per 1 a 0 contro l’Argentina.
Una finale dal sapore amaro per il giocatore più forte del mondo, almeno degli ultimi 16 anni, come Leo Messi che deve cedere, a 39 anni, il testimone al più giovane spagnolo, il 19enne Lamin Yamal (secondo calciatore per età a vincere un Mondiale dopo il 17enne Pelè, nel 1958, lo stesso Pelè che peraltro fu il più giovane a segnare in una finale mondiale e unico ad aver vinto tre titoli mondiali 1958, 1962 e 1970).
Non è stata certamente una finale che passerà agli annali per bel gioco e divertimento: si è trattato invece di una partita aspra e combattuta con entrate dure, in particolare da parte argentina, che ha messo subito la gara sul piano della forza fisica e dei nervi: forse i giocatori argentini hanno anche accusato il grande caldo del MetLife Stadium di East Rutherford, nel New Jersey, dopo partite disputate al fresco di stadi americani con aria condizionata.
La finale della Coppa del Mondo di calcio 2026 è stata tante cose: coinvolgente, spettacolare, per alcuni noiosa, inframmezzata da 27 lunghi minuti di intervallo stile Superbowl, il primo spettacolo musicale mai organizzato in una finale mondiale di calcio, ma visto da pochi sugli spalti ed apprezzabile solo dai maxi schermi e preceduto dalla cerimonia di chiusura che ha visto tra le protagoniste canore anche la nostra Laura Pausini.
Ieri, 19 luglio, la Spagna ha battuto 1-0 l’Argentina al MetLife Stadium di East Rutherford, nel New Jersey. Per Fabio Licari, inviato della Gazzetta dello Sport, è stata «la finale meno finale che ricordi» e comunque passerà alla storia (non certo come dato positivo) per le difficoltà incontrate degli inviati del giornale“rosa” ad accedere allo stadio.
E certo che di finali, chi scrive ne ha viste e tramandate nettamente dai ricordi familiari: la prima, anche in televisione nel 1974, Germania Ovest-Olanda, di fronte due leggende del calcio, Beckenbauer e Cruyff, nei racconti di mio padre e di mio nonno (tra i fondatori della A.S. Roma e grande fraterno amico di Attilio Ferraris IV, campione del mondo nel 1934 e che ebbe modo di conoscere anche Fulvio Bernardini che guidò con Bearzot la Nazionale italiana dopo la disfatta tedesca di quell’anno, l’Azzurro tenebra di Arpino); quella del 1978, tra Argentina ed Olanda, che vide il successo argentino per 3 a 1 e la prima finale arbitrata da un italiano, Sergio Gonella (a proposito, un plauso al nostro arbitro Maurizio Mariani che ha rappresentato, e bene, l’Italia in questi Mondiali americani 2026); quella del 1982, dove, proprio in Spagna, al Bernabeu di Madrid, gioimmo ed esultammo con Pertini, Italia – Germania Ovest, 3 a 1; e poi, anche a livello professionale, la prima da giovane cronista in erba, seguii dall’Italia, i Mondiali del Messico 1986, che si conclusero con la finale Argentina – Germania Ovest 3 a 2 e con le stesse squadre in campo, ai Mondiali del 1990 all’Olimpico, una triste finale vinta dai tedeschi per 1 a 0; quella per noi sfortunata ai rigori e certo non bella, Italia – Brasile 0 a 0 del Mondiale 1994, anche qui nel caldo americano di Los Angeles delle ore 12:00 locali; Francia – Brasile del Mondiale 1998, vinta dai Francesi per 3 a 0, quella del 2002 tra Basile e Germania, con il successo per 2 a 0 dei verdeoro, finale arbitrata dal nostro Pierluigi Collina, oggi presidente della Commissione Arbitrale della FIFA, e poi dal 2006, con Italia-Francia a Berlino, vinta da noi ai rigori, comprese Spagna – Olanda 1 a 0 del Mondiale sudafricano del 2010, Germania – Argentina 1 a 0 del 2014 al Mondiale in Brasile, Francia – Croazia 4 a 2 del Mondiale 2018 in Russia e al Mondiale 2022 in Quatar(unico nella storia ad essere stato disputato d’inverno per ragioni climatiche locali), lo spettacolare 3 a 3 di Argentina – Francia vinta poi ai rigori dall’Albiceleste, le ho seguite tutte con le colleghe e colleghi delle tv, in particolare della Rai che in questa edizione 2026 hanno raggiunto record di ascolti straordinari, unita alla grande competenza e professionalità da parte di tutti i componenti di Rai Sport per un evento così importante, che, dallo stadio ed in studio, compresa la finale di ieri, ci hanno sempre regalato emozioni e sensazioni di meravigliosa partecipazione in tutte le varie componenti.
Basti pensare che il picco degli ascolti televisivi è stato raggiunto con la finale Spagna-Argentina, trasmessa su Rai 1, che ha raccolto 13 milioni e 235 mila spettatori, sfiorando il 69% di share, uno dei migliori risultati degli ultimi anni per un evento sportivo.
«Non ricordo un’altra squadra che abbia scientificamente deciso di non giocare, sentendosi inferiore e aspettando un solo evento: i rigori. Una finale si gioca, l’Argentina non lo ha praticamente fatto» ha raccontato l’inviato della Gazzetta dello Sport. I numeri spiegano il giudizio: dodici tiri nello specchio per la Spagna, nessuno per i campioni uscenti.
L’Albiceleste ha resistito grazie al portiere Emiliano Martínez, poi è rimasta in dieci per l’espulsione del centrocampista Enzo Fernández. Al 106’, il terzino Pedro Porro ha crossato, l’ala Nico Williams ha rimesso il pallone al centro e l’attaccante Ferran Torres ha segnato il gol del secondo titolo mondiale spagnolo.
Davanti allo stadio, intanto, dominavano le maglie numero 10 di Lionel Messi, capitano e simbolo argentino. Per ogni sostenitore spagnolo se ne contavano almeno tre dell’Albiceleste. Tra loro c’era Noraiz Ali, studente della Woodbridge High School e allenatore di bambini nel tempo libero. Conosceva già l’impianto perché è stato qui per la finale del Mondiale per club del 2025, ma aveva rinunciato alla finale per il prezzo dei biglietti. L’ha seguita dal computer, fuori dai cancelli: i maxischermi c’erano, ma trasmettevano pubblicità. «Benvenuti in America», ha ironizzato.
Poco distante, l’inviato incontra George e Christopher, padre e figlio arrivati da Atlanta. Avevano deciso il viaggio quattro giorni prima e speso 28 mila dollari per due posti. «Siamo arrivati stamattina. L’atmosfera è fantastica, vogliamo soltanto vedere una grande partita, una vera finale».
Quella immaginata dai tifosi si è trasformata in una gara a senso unico. «È stata una finale senza fenomeni. Nel 2022,c’erano Kylian Mbappé e Messi, nel 1998 Zinédine Zidane, nel 2002 Ronaldo. Stavolta nessuno si è preso la scena da solo. È stata la finale delle due squadre più squadre», ha spiegato Licari.
La Spagna ha cercato il gioco, l’Argentina la resistenza. Dopo il fischio finale, le proteste e la rissa innescata dal centrocampista Leandro Paredes hanno mostrato ancora la distanza fra i due modi di vivere il calcio: più armonico quello spagnolo, più aggressivo e conflittuale quello argentino. Ma a prevalere, resta il calcio europeo che vince ancora con la Spagna in terra americana, dopo la finale del 2014, al Mondiale brasiliano, vinta dalla Germania sempre e proprio sull’Argentina in una sorta di fotocopia di questa partita anche per i tempi di epilogo, come il gol decisivo di Gotze al Maracanà di Rio de Janeiro, al 113’ minuto di gioco del secondo tempo supplementare.
La FIFA, la federazione che governa il calcio mondiale, con il super intervallo ha rischiato di modificare tempi e tradizioni per adattare il gioco all’intrattenimento statunitense.
Entrare al MetLife è stato complicato anche per la stampa. La presenza del presidente americano Donald Trump ha rafforzato i controlli, con servizi segreti, procedure lente e attese sotto il sole. «Eravamo migliaia nello stesso ingresso. C’erano file lunghissime e persone con difficoltà a respirare. Con il caldo umido di altre giornate, qualcuno avrebbe potuto sentirsi male».
Licari lo ha definito «il Mondiale più disorganizzato della storia», pur riconoscendo la qualità delle partite e l’efficacia delle nuove regole contro le perdite di tempo.
Alle difficoltà logistiche, si sono aggiunte le polemiche politiche. Dopo una telefonata di Trump a Gianni Infantino, presidente della FIFA, la squalifica dell’attaccante statunitense Folarin Balogun è stata sospesa, permettendogli di giocare contro il Belgio.
La UEFA, l’organismo che governa il calcio europeo, e alcuni parlamentari hanno contestato la decisione e sollevato dubbi sulla neutralità della federazione mondiale. Quindici componenti della delegazione dell’Iran, insieme a membri dello staff e giornalisti, non hanno invece ottenuto il visto statunitense. La FIFA ha risposto di non poter intervenire sulle scelte migratorie dei Paesi ospitanti. «Dal punto di vista calcistico è stato un buon Mondiale. Da quello politico e organizzativo è un punto di non ritorno che non bisogna seguire. Non può esserci questa contiguità tra politica sportiva e politica degli Stati. Il calcio è di tutti, ma qui è sembrato più che mai dei potenti», ha ribadito il giornalista di Gazzetta dello Sport.
La premiazione ha riunito tutte queste tensioni. Quando Infantino e Trump sono entrati sul prato con la Coppa, certo il pubblico si è fatto sentire.
Il presidente americano ha consegnato il trofeo ed è rimasto accanto ai giocatori durante le fotografie, prima di essere accompagnato a lato. Così è finito nell’immagine della Spagna campione.
Fuori, Noraiz ha fotografato l’autobus argentino scortato dalla polizia e ha scritto: «Messi è su quel pullman». Dopo la partita ha incontrato Haggagovic, influencer egiziano seguito da cinque milioni di persone. Era felice per la vittoria spagnola, meno per il prezzo dell’esperienza: «Per una persona normale non so quanto possa valerne la pena. I biglietti costano tantissimo. Questo non fa bene al calcio»
Il torneo allargato a 48 nazionali (la più ampia partecipazione della storia con ben 104 incontri disputati nel Mondiale 2026 il primo ad essere organizzato da tre Paesi, Canada, USA e Messico e tornato ad essere disputato nel tradizionale periodo estivo tra giugno e luglio e non più in inverno, tra novembre e dicembre, come il precedente in Quatar) ha coinvolto più Paesi e riempito gli stadi con 6.810.966 spettatori, una media di 65.490 a partita e il 99,7 per cento di riempimento degli stadi. Dentro il MetLife, la Spagna ha alzato la Coppa, fuori Noraiz e molti altri tifosi hanno potuto soltanto avvicinarsi ai cancelli. Il Mondiale resta un sogno, più globale che mai, ma anche più difficile da raggiungere per chi lo rende davvero vivo. E il Mondiale di calcio e di ogni sport, ad ogni latitudine, ci lascia il messaggio ed insegnamento che i popoli restano e sono fratelli, uniti nello sport e non solo, a popolare a terra, senza inimicizie.
Appuntamento, dunque, alla prossima edizione, del Mondiale del Centenario nel 2030 che si terrà proprio in Spagna, Marocco e Uruguay per inaugurazione e, si spera, con la nostra Italia che, se avrà la forza di puntare, come la Spagna, su giovani talenti, e su un buon allenatore – selezionatore, sicuramente potrà far valere tutta la sua ultracentenaria storia di sport e di calcio giocato e tornare a giocarsi la fase finale di Nations League 2026-2027, Euro 2028 e Mondiale 2030 con la stessa gioia e determinazione delle squadre più forti del mondo.

