I papi, il frate poeta e la Napoli che coi morti non ha mai smesso di parlare
di Michele Gabriele Cristiano
«La memoria che non muore: Giovanni XXIII, Paolo VI, David Maria Turoldo e la pietà napoletana del Carmine»
Il mondo moderno ha un problema con la morte, e si capisce da come la chiama: “scomparsa”, “dipartita”, nei casi disperati “elaborazione del lutto”. La Chiesa, che in materia ha duemila anni di mestiere, la chiama con il suo nome e le dà del tu. Il 2 novembre non è la festa dei crisantemi. È l’unico giorno dell’anno in cui si ammette che i conti con i morti non si chiudono con la lapide.
Il contadino
Prendiamo Giovanni XXIII. Roncalli era un contadino di Sotto il Monte e, come tutti i contadini, sapeva che le cose serie vanno messe per iscritto prima. Il suo testamento spirituale lo abbozzò a Venezia nel 1954 e lo riprese a Castel Gandolfo nel 1961.

La morte vi è trattata senza un brivido: la chiama sorella e promette di accoglierla lietamente. Ai vivi chiede preghiere e promette il ricambio «dal Purgatorio o dal Paradiso», con un’avvertenza da galantuomo: se entrerà, sarà per misericordia del Signore e non per meriti suoi. Al fratello Zaverio (che il pontefice chiamava confidenzialmente Severo) scrisse di non voler chiedere un giorno di vita in più del dovuto. Un uomo che tratta con l’aldilà come con un creditore ragionevole.
Il pensatore
Al suo capezzale, nei giorni dell’agonia, c’era il cardinale Montini. Paolo VI era di un’altra pasta: intellettuale, periodare da filosofo, il dubbio sempre in tasca. Ma sui morti la pensava come il predecessore. Nel 1964, al cimitero di Prima Porta, respinse il vecchio proposito di godersi l’attimo perché tanto poi si muore, e disse che le tombe parlano, che sono «cattedre di vita». Nell’Angelus del 2 novembre 1975 aggiunse che, alla luce della speranza, quelle tombe diventano «santuari di bontà e di preghiera», dove si celebra la comunione dei santi. Tradotto: i defunti non sono un debito da saldare ma un’eredità da amministrare.
Il ribelle
Poi c’è il caso Turoldo, che a Roncalli e a Montini avrebbe dato filo da torcere. David Maria Turoldo, servita, poeta, predicatore scomodo, nato nel 1916 e morto nel 1992, era uno di quei frati che le gerarchie ammirano da lontano e tengono volentieri a distanza. Lo mandarono a Sotto il Monte, e qui l’ironia della storia fa il suo mestiere meglio di qualsiasi vescovo: Sotto il Monte è il paese natale di Papa Giovanni. Il pontefice che aveva spalancato le finestre e il frate che non riusciva a tenerle chiuse finirono così, per vie traverse, a respirare la stessa aria.
Quando la malattia lo raggiunse, Turoldo non fece il martire e non fece l’eroe. La attese con serenità, come chi nella morte vede finalmente un incontro e non una sconfitta, e in quegli anni scrisse i Canti ultimi, che molti considerano il suo capolavoro. Del resto la morte l’aveva frequentata per tutta la vita, anche sulla pagina. Nel 1969 aveva pubblicato un romanzo, La morte dell’ultimo teologo, in cui la morte smette di fare il suo lavoro e a quel punto sono i monaci, i professionisti della preghiera, a supplicare Dio di rimetterla in servizio. Pochi scrittori hanno avuto il coraggio di un rovesciamento simile: pregare perché la morte torni.

Da qui nasce la sua preghiera per i defunti, che ogni 2 novembre circola nelle parrocchie. Il punto è tutto nell’attacco. Turoldo non chiede a Dio il prodigio, non gli domanda di restituirci i nostri morti. Chiede una cosa più difficile e più adulta: capire la loro morte, e credere che il Risorto esista davvero. Se questo basta, dice in sostanza, allora basta anche per sapere che chi è morto vive e che la morte non avrà l’ultima parola. È la preghiera di chi ha smesso di trattare con il Cielo come con uno sportello e ha cominciato a fidarsi. Un’attitudine che Giovanni XXIII, quello del ricambio senza pretesa di saldo, avrebbe riconosciuto subito.
Il frate servita e poeta ha lasciato una delle preghiere più dense e sobrie sulla commemorazione dei defunti:
«Non ti chiediamo, Signore
di risuscitare i nostri morti,
ti chiediamo di capire la loro morte
e di credere che tu sei il Risorto:
questo ci basti per sapere
che, pure se morti, viviamo
e che non soggiaceremo
alla morte per sempre. Amen».
Per Turoldo la morte non è interruzione ma «fessura attraverso cui guardare i colori della vita». Negli ultimi anni, segnati dalla malattia, la affrontò con lucidità e coraggio, ripetendo che «la vita non finisce mai» e che esiste continuità («un prima e un dopo»).
Napoli
Parole che a Napoli trovano una casa naturale. Nella Basilica-Santuario di Santa Maria del Carmine Maggiore, in Piazza del Carmine, ai margini del centro storico, si concentrano secoli di devozione popolare alla «Mamma d’ʼo Carmene»: la Madonna Bruna, la Vergine scura dell’antica icona portata dai carmelitani, che da sempre attraversa la vita della città senza interruzioni. Il campanile, il più alto di Napoli, nei giorni della festa si trasforma in una colonna di fuoco; all’interno, tra le tele di Luca Giordano, riposano Masaniello e Corradino di Svevia. È un luogo in cui la storia della città e la sua pietà hanno sempre camminato a braccetto. E dove, come ricordano le lapidi del 1920, la preghiera per i morti non è mai stata un affare privato: messe quotidiane e perpetue, scrivevano i devoti con precisione notarile, tutte «a suffragio universale». Per tutti, dunque, anche per chi non ha nessuno a ricordarlo. I carmelitani hanno poi legato la Vergine del Carmelo al Purgatorio con lo Scapolare e il suo celebre privilegio sabatino, la promessa di una liberazione sollecita per chi lo porta con vita di preghiera. La Chiesa, in questo, va coi piedi di piombo: più che il sabato, conta il rapporto con Maria vissuto prima. Ma il popolo ha capito l’essenziale.
Il resto della devozione napoletana ha altri palazzi. Le “anime pezzentelle”, teschi anonimi adottati e accuditi dai fedeli in cambio di protezione, abitano l’ipogeo del Purgatorio ad Arco e il cimitero delle Fontanelle. Pezzentelle, perché chiedono: preghiere, suffragi, un lumino. A Napoli anche i morti fanno l’elemosina, e i vivi, che sanno di essere i prossimi, gliela fanno volentieri.
Fil rouge
Giovanni XXIII il contadino, Paolo VI il pensatore, Turoldo il ribelle, la Napoli che accende i lumini: quattro voci che non si somigliano e dicono la stessa cosa. Che la morte non è un muro ma una soglia, e che ricordare non è nostalgia ma un atto di fede. In un tempo che la morte la nasconde, il 2 novembre ce la restituisce. Con il suo nome, e senza il trucco.

