di Gianni Lattanzio
Torna “Natale al Borgo”, giunto alla terza edizione. Fondaci medievali riaperti, botteghe d’arte, sapori antichi e l’ombra luminosa di un capolavoro romanico trasformano il borgo della Val Pescara in una delle mete più suggestive dell’inverno abruzzese. Sono attese oltre 10.000 presenze.
Prima ancora delle luci, a Cugnoli parla la pietra. È una voce sommessa, che si avverte nei vicoli stretti tra le case-mura, negli archi che si aprono improvvisi su scorci di colline e nei selciati lucidi di umidità nelle sere di dicembre. Il borgo si raccoglie sul suo colle come un manoscritto chiuso, e chi sa leggerlo vi trova pagine di nove secoli. Ci sono i signori normanni del castello, documentati già nel 1111, e il “Cogniolum” annotato nel Catalogus Baronum di re Ruggero. Seguono le casate feudali che si sono succedute nei secoli e, da ultimo, la ricostruzione paziente e fedele dopo il sisma del 2009, che ha restituito al paese il cotto e la pietra, i colori e le proporzioni di un tempo. Poco più a valle correva il Tratturo Magno, la grande via erbosa della transumanza. Era il cammino dei pastori che D’Annunzio avrebbe consegnato alla memoria nazionale con il suo «Settembre, andiamo. È tempo di migrare». Cugnoli è nata e cresciuta dentro questa geografia del movimento, dove le stagioni dettavano partenze e ritorni e il ritorno coincideva con la festa.
Forse anche per questo il Natale qui ha un sapore diverso. “Natale al Borgo” torna per la terza edizione, promosso dall’Associazione Borgo in Movimento ETS presieduta da Valentina Giacomelli. In appena tre anni l’evento è passato da intuizione locale a fenomeno regionale. Dai circa 5.000 visitatori dell’edizione precedente si punta a superare quota 10.000, mentre B&B e strutture ricettive del territorio annunciano già il tutto esaurito. Per un paese di poco più di milletrecento abitanti è un dato che va ben oltre la statistica. Racconta un’inversione di sguardo: le aree interne, troppo spesso descritte come margini, tornano a essere un centro quando qualcuno sa restituire loro una voce.

Il segreto di questa voce sta nei fondaci. Sono antichi ambienti in pietra, un tempo cantine, magazzini e ricoveri per gli animali, che per gran parte dell’anno restano chiusi come scrigni. Nei giorni della festa si spalancano, e varcarne la soglia è come scendere nella memoria materiale del borgo. Per generazioni lì si sono custoditi il vino nuovo, l’olio, il grano e la provvista dell’inverno, cioè il lavoro e la sopravvivenza delle famiglie. Oggi, nella penombra delle volte, quegli spazi accolgono botteghe e laboratori. È la differenza più profonda tra “Natale al Borgo” e i tanti mercatini stagionali che affollano dicembre: qui il borgo non fa da quinta scenografica a un commercio qualsiasi. Si riapre, e mostra le sue stanze più intime a chi arriva.

In quelle stanze non si vende soltanto: si crea. La selezione degli espositori è rigorosa, e il criterio non è il prodotto ma il mestiere. I ceramisti presenti raccolgono l’eredità di una delle tradizioni più alte d’Abruzzo, quella che dalle botteghe di Castelli ha dato alla regione un posto stabile nella storia delle arti decorative europee. I maestri della soffiatura del vetro compiono sotto gli occhi del pubblico un piccolo prodigio antico: il respiro che entra nella materia incandescente e la fa diventare forma, colore e trasparenza. Accanto a loro lavorano creativi e artisti di rilievo nazionale. Tra questi c’è il cugnolese Luigi D’Alimonte, che porta nel suo paese le sculture in Pietra della Majella. È il calcare chiaro della montagna madre, lo stesso che da secoli dà volto a portali, chiese e fontane dell’Abruzzo interno. Il visitatore attraversa così una galleria diffusa in cui il gesto conta quanto l’opera. In un tempo che produce in serie e consuma in fretta, vedere nascere un vaso, una sfera di vetro o un rilievo è quasi una lezione civile sul valore della lentezza, della competenza e della cura.
Una lezione che, a Cugnoli, ha radici lontanissime. Basta entrare nella chiesa di Santo Stefano Primo Martire per incontrare uno dei vertici del Romanico abruzzese: l’ambone che il maestro Nicodemo realizzò nel 1166, lo stesso artefice dell’ambone di Moscufo. L’opera fu commissionata dall’abate Rainaldo per l’abbazia cistercense di San Pietro e trasferita nella parrocchiale alla fine del Cinquecento. È un “libro” di stucco che chiede di essere letto lentamente, popolato di figure, simboli e creature fantastiche in cui si intrecciano memorie longobarde, eleganze bizantine, geometrie arabe e il vigore della cultura normanna. È un crocevia del Mediterraneo medievale approdato sulle colline della Val Pescara. Nella stessa chiesa si conservano un prezioso gruppo ligneo quattrocentesco dell’Annunciazione, una Madonna in trono con Bambino in terracotta e un antico Cristo benedicente in pietra. Viene spontaneo un pensiero: otto secoli e mezzo fa un artigiano sommo lasciava a questo borgo la propria firma più alta. Oggi altri artigiani tornano a popolarne le strade, e il filo che li unisce è la convinzione che le mani possano dire ciò che le parole non bastano a esprimere.

Al presente appartiene invece la novità più attesa dell’edizione, l’“Arco dell’Amore”. È un’installazione scenografica concepita come una soglia, dove fermarsi, scattare una foto e trattenere un ricordo da condividere. Il gesto è contemporaneo, ma il simbolo è antichissimo. L’arco è da sempre passaggio, ingresso e promessa, e in un borgo che di archi è fatto suona come un omaggio alla sua stessa architettura. Moltiplicato in migliaia di immagini, diventa anche un modo nuovo con cui Cugnoli racconta se stessa al mondo.
C’è poi il Natale dei bambini, che è forse il più vero. Ci saranno la presenza costante di Babbo Natale e lo stupore delle bolle di sapone giganti, sospese per un istante nell’aria fredda prima di dissolversi in riflessi di luce. Ci sarà soprattutto “Nati per Leggere”, con una scrittrice che accompagnerà i più piccoli in letture ad alta voce. È la scelta più lungimirante del programma, perché una comunità che legge ai propri figli è una comunità che si tramanda. Una storia ascoltata da bambini in una piazza di paese, a Natale, ha la tenacia dei ricordi che durano tutta la vita.

E poi c’è la tavola, che in Abruzzo è da sempre una forma di memoria. Nei dolci delle feste sopravvivono ricette di famiglia, ingredienti poveri resi preziosi dalla pazienza e gesti ripetuti di madre in figlia. Ci sono i dolci della tradizione di Chez Samy e Dolcedì e i formaggi del Caseificio Del Mastro, ultima eco di quella civiltà pastorale che proprio lungo i tratturi ha scritto la sua epopea. Completano il quadro le specialità di Assaporando l’Abruzzo. Ne risulta un piccolo atlante del gusto regionale, da percorrere assaggio dopo assaggio come si sfogliano le pagine di un libro di famiglia.
«Per questa terza edizione abbiamo voluto alzare ulteriormente l’asticella della qualità artigianale e dell’offerta turistico-culturale», spiega la presidente Valentina Giacomelli. «Natale al Borgo non è un semplice mercatino, ma un’esperienza che valorizza la bellezza autentica del nostro centro storico. La presenza di grandi maestri del nostro territorio, come lo scultore Luigi D’Alimonte, unita a una risposta di pubblico che vede le strutture ricettive già piene, ci riempie di orgoglio. Conferma che Cugnoli è diventato il cuore pulsante del Natale abruzzese».
Sullo spopolamento delle aree interne si sono scritte biblioteche intere, e ricette definitive non ne esistono. Cugnoli suggerisce però una via semplice e difficile insieme: custodire il patrimonio senza imbalsamarlo, aprirlo senza svenderlo, farlo vivere attraverso chi lo abita e chi viene a conoscerlo. È un’idea di turismo lento, colto e rispettoso, che genera economia senza consumare il luogo e che trasforma il visitatore in ospite. Salire a Cugnoli in questi giorni significa ritrovare il senso originario della festa: una comunità che si raccoglie, accende i suoi fuochi nelle sere più lunghe dell’anno e apre le porte a chi arriva da lontano. Come i pastori di un tempo, che dopo il lungo cammino ritrovavano al paese la luce delle case e il calore di una tavola condivisa.

