di Gianni Lattanzio
Il nostro tempo non è soltanto più conflittuale: è, più radicalmente, disorientato. Le guerre non si lasciano più chiudere dentro fronti riconoscibili; filtrano lungo oleodotti e rotte marittime, attraversano metropoli e villaggi, si annidano nelle periferie dove lo Stato arretra e il potere si frantuma in milizie, clan, cartelli. Le mappe politiche che avevamo imparato a leggere si svuotano di senso: a occupare lo spazio non è un nuovo ordine, ma un intreccio instabile di violenza, paura, opportunismo. In questa geografia scomposta, le migrazioni non sono un “fenomeno” tra gli altri: sono la forma visibile di un mondo che espelle i propri figli, costretti a farsi biografia errante dell’ingiustizia accumulata.
Le frontiere europee, in questo contesto, funzionano come specchi impietosi. A Ceuta, nei corpi che emergono dall’acqua all’alba – ragazzi che hanno mentito alle famiglie per tuffarsi nella notte, madri che stringono i figli come ultimo bagaglio – si riflettono promesse non mantenute, ascensori sociali bloccati, economie che hanno trovato nel Mediterraneo un semplice spartiacque fra opportunità e privazione. Non assistiamo all’assalto di un’umanità estranea, ma al ritorno di ciò che abbiamo rimosso: decenni di relazioni asimmetriche, di economie estrattive, di complicità in conflitti delegati ad altri. L’“emergenza” che proclamiamo alle frontiere è spesso il nome tardivo che diamo a ciò che abbiamo scelto di non vedere quando era ancora tempo di prevenirlo.
Intanto la crisi climatica, come un giudizio senza tribunale, attraversa ogni cosa. Il Mozambico settentrionale, dove il jihadismo incendia villaggi già piegati da cicloni e carestie, è un laboratorio tragico di ciò che accade quando devastazione ambientale e ingiustizia sociale si rafforzano a vicenda. Lì, chi fugge dalla violenza fugge anche dalla terra: da campi diventati sterili, da stagioni che non seguono più il calendario, da un cielo che promette pioggia e consegna tempeste. L’Europa stessa, ogni estate, guarda bruciare i suoi boschi mediterranei: non più fondale pittoresco, ma diagnosi in fiamme di un continente che ha separato la cura del territorio dalla logica dello sviluppo, lasciando che intere aree interne diventassero margine sacrificabile.
Su questo sfondo, la migrazione appare come la lingua madre dei nostri squilibri. Il Mediterraneo, che per secoli ha cucito insieme sponde diverse, è diventato una sorta di tribunale liquido dove si decide – troppo spesso in silenzio – chi può essere salvato e chi no. Le figure dei giovani che approdano a Ceuta, che baciano l’asfalto gridando “Viva España”, raccontano una fede elementare nella possibilità di un’altra vita, ma rivelano anche l’illusione di un’Europa ridotta a miraggio, a promessa di benessere senza vera reciprocità. La tentazione di rispondere con il lessico della paura – invasione, minaccia, emergenza – è forte; ma ogni filo spinato in più è anche una riga in meno nella grammatica della nostra civiltà giuridica.
E tuttavia, proprio nelle pieghe di questa crisi, si intravedono fermenti diversi. Nell’Ucraina orientale, tra macerie e crateri, la tenacia di chi continua a distribuire aiuti, a organizzare scuole improvvisate, a celebrare liturgie in seminterrati ricorda che la politica nasce dall’ostinazione quotidiana a tenere insieme ciò che la violenza vorrebbe disperdere. È in questi luoghi periferici, più che nelle grandi conferenze, che si misura la verità delle istituzioni: quanto siano capaci di proteggere la vulnerabilità, di non abbandonare chi è stato scartato dalla storia.
In questo orizzonte si colloca la voce di Leone XIV, quando parla di una dignità “senza limiti” che nessuna appartenenza può annullare e chiede perdono per le complicità storiche con la schiavitù. Il suo richiamo alla fraternità, alla responsabilità verso i migranti, non è fuga nel moralismo: è una contro‑narrazione politica, una diversa architettura del potere. Affermare che il Mediterraneo può diventare “convivialità delle differenze” e “scuola di pace” significa contestare la riduzione di quel mare a semplice dispositivo di filtraggio, a frontiera armata del nostro timore identitario. Nella stessa direzione va l’appello lanciato a Bari dall’Azione Cattolica, che ha indicato il Mediterraneo come “luogo simbolo dell’incontro” e “profezia di fraternità che si fa storia”: un modo per dire che questo mare non è soltanto un confine da sorvegliare, ma uno spazio politico e spirituale in cui ricostruire legami, linguaggi, forme di convivenza.
Mettere al centro la persona, allora, non è un vezzo umanitario. È un atto di sovversione rispetto a un sistema che misura tutto in termini di efficienza, sicurezza, redditività. Un’istituzione che voglia dirsi davvero “a servizio della persona” deve interrogarsi, prima di tutto, su chi considera sacrificabile: il profugo che bussa alla frontiera, il contadino che perde la terra, il giovane che affoga a pochi metri dalla riva, il volontario colpito mentre evacua i civili. Il bene comune, confinato per troppo tempo nei preamboli, torna qui come criterio esigente: una politica è buona se riduce il numero di vite esposte allo scarto, se diminuisce la necessità di partire per sopravvivere.
L’Europa si trova, in questo inizio di secolo, davanti a un bivio più morale che istituzionale. Può scegliere di restringersi, di vivere di paure, di irrigidire i confini e privatizzare i rischi, diventando fortezza assediata e, insieme, internamente fragile. Oppure può accettare di rileggere la propria storia – splendori e ombre – e di trasformare la propria potenza normativa in capacità di cura: verso i popoli che la circondano, verso i territori che abita, verso le generazioni che verranno. In questo secondo caso, le migrazioni non saranno più soltanto un problema da gestire, ma occasione per reimparare l’arte antica dell’ospitalità regolata, del patto tra chi arriva e chi accoglie.
La sfida decisiva è restituire al dialogo la sua densità politica. Dialogare non significa attenuare i conflitti, ma attraversarli senza negarli la parola. È accettare che anche il nemico abbia una storia, che anche lo straniero porti un diritto, che anche il povero custodisca una verità sul nostro modo di vivere. Solo istituzioni generate da questo tipo di dialogo – capaci di ascoltare, ma anche di decidere – potranno reggere l’urto di guerre diffuse, migrazioni inevitabili e mutamenti climatici radicali. Solo allora la geopolitica cesserà di essere la tecnica che organizza la competizione tra poteri e tornerà a sfiorare ciò che, in fondo, dovrebbe sempre perseguire: una casa comune in cui nessuno sia di troppo.

