Dietro la retorica dell’aiuto sociale a famiglie e imprese potrebbe nascondersi una delle più aggressive e sofisticate mosse di politica industriale indiretta degli ultimi decenni. Una ristrutturazione forzata del mercato che si serve della leva competitiva per ottenere ciò che lo Stato non è mai riuscito a realizzare per via normativa.
di Salvatore Cuomo
Di fronte all’impennata dei prezzi dei carburanti, la decisione di Eni di fissare un tetto massimo a benzina e gasolio a 1,99 e 2,19 euro al litro con l’orizzonte di una proroga a fine anno ha l’apparenza di una operazione di protezione sociale ma la lettura puramente assistenziale rischia di mancare il bersaglio.
Da almeno un decennio la rete di distribuzione dei carburanti in Italia viene definita “ipertrofica”. Con oltre ventunomila stazioni di servizio il nostro Paese sconta l’anomalia strutturale rispetto ai partner europei dei troppi punti vendita con pochi litri erogati per singola pompa, costi della logistica frammentati e margini industriali asfittici. I tentativi politici di razionalizzare la rete si sono regolarmente arenati davanti ai veti incrociati delle associazioni di categoria, alle resistenze locali e alle paludi burocratiche. Ecco che ove non è arrivata la legge rischia ora di arrivare il mercato guidato dal suo attore dominante.
La morsa sui piccoli distributori indipendenti
Il meccanismo è di una spietatezza economica lineare. Fissando un prezzo inferiore di circa 17 centesimi rispetto alle medie correnti Eni lancia un guanto di sfida che gli altri principali operatori saranno costretti a raccogliere per non perdere quote di mercato sacrificando la marginalità del comparto retail ma il vero bersaglio mobile dell’operazione sembrano essere le cosiddette “pompe bianche” dei distributori indipendenti.
Schiacciati da anni di tensioni sui mercati energetici con costi di gestione alle stelle e contratti di fornitura agganciati giorno per giorno alle quotazioni internazionali non tutti i piccoli operatori hanno le spalle abbastanza larghe per reggere l’urto. Per loro già sfiancati dalle tensioni sui prezzi di questi ultimi anni non è una sfida sui tre mesi ma ormai una questione di pochissimi giorni. Chi adeguerà il prezzo venderà sottocosto esaurendo la liquidità nel giro di pochi rifornimenti mentre chi tenterà di difendere il margine vedrà il proprio piazzale svuotarsi a vantaggio degli altri
Ma la selezione naturale non è immediata
La chiusura degli impianti tuttavia non avviene in modo istantaneo. Molti distributori operano con contratti pluriennali, altri ammortizzano i costi fissi in modo differente, altri ancora sopravvivono grazie ai servizi non-oil. La selezione naturale è quindi meno rapida di quanto appaia ma non per questo meno ineludibile: la compressione dei margini protratta per settimane se non mesi erode progressivamente la sostenibilità economica degli indipendenti. È un processo a strati: prima cedono gli impianti marginali delle aree urbane poi quelli suburbani, infine quelli delle aree interne. Ogni chiusura aumenta i volumi dei superstiti accelerando la pressione sul livello successivo.
La selezione naturale e l’efficienza dei volumi
È la selezione naturale applicata al capitalismo di Stato. La chiusura inevitabile degli impianti più fragili produrrà quell’effetto di concentrazione e razionalizzazione da tempo auspicato. Meno stazioni sul territorio significano per i player che sopravviveranno una impennata dei litri modi erogati per singola pompa.
È l’efficienza dei grandi volumi: abbattimento dei costi fissi, ottimizzazione della logistica delle autobotti e soprattutto una maggiore massa critica di clienti da indirizzare verso i servizi accessori “non-oil”, dai bar ai negozi di prossimità dove i margini di guadagno sono storicamente ben più generosi del carburante.
La tenuta sociale e il nodo dei territori marginali
Tuttavia, l’efficienza economica rischia di scontrarsi con la geografia italiana. Se la selezione di mercato colpisse indistintamente i piccoli distributori, le aree interne, le comunità rurali e le isole minori rischierebbero una desertificazione infrastrutturale. In questi territori dove i flussi di traffico non giustificano gli investimenti dei grandi operatori integrati le pompe bianche locali possono ancora garantire un servizio pubblico essenziale.
Il successo di questa ristrutturazione si giocherà dunque sulla capacità del decisore politico di introdurre correttivi mirati con un mix bilanciato di tutele specifiche per i punti di rifornimento isolati, incentivi per la transizione delle piccole stazioni di montagna e obblighi di servizio universale per i grandi marchi. Razionalizzare non può significare lasciare a piedi i cittadini più fragili del territorio.
Il perfetto asse strategico tra Eni e il Governo
In questo disegno la convergenza d’interessi tra l’azienda e i suoi azionisti di riferimento, il Ministero dell’Economia e la Cassa Depositi e Prestiti, rimane totale. Il volto politico dell’azionista pubblico incassa un immediato dividendo di consenso calmierando l’inflazione a costo zero per l’erario senza dover intaccare le accise.
Il volto finanziario dello Stato invece blinda la residuale redditività futura del suo campione nazionale consegnandogli un mercato più snello, efficiente e pronto a sostenere gli investimenti miliardari della transizione energetica dalle colonnine ultra-fast ai biocarburanti. Quello a cui assistiamo potrebbe quindi non essere un semplice sconto autunnale ma la dimostrazione di come la modernizzazione della rete italiana dei carburanti potrebbe non passare da un decreto ministeriale ma dal prezzo esposto su un cartellone stradale.
Ma il cap non è sostenibile all’infinito
La marginalità del retail è già minima: spesso 1–2 centesimi al litro. Eni può permettersi di azzerarla perché compensa con raffinazione, trading, upstream e servizi non-oil. Ma un ribasso di 15–20 centesimi non è sostenibile per anni. Può essere piuttosto una manovra chirurgica pensata per durare il tempo necessario a produrre un effetto strutturale: la razionalizzazione della rete. Una volta raggiunto l’obiettivo il cap potrà essere ritirato senza particolari danni.
La partita che si sta giocando alla pompa di benzina è dunque più ampia del prezzo esposto sul cartellone. È un banco di prova della capacità del Paese di governare le proprie infrastrutture essenziali, di accompagnare la transizione energetica senza lasciare indietro territori e comunità, di usare la leva del mercato senza rinunciare alla responsabilità pubblica. Il cap di Eni è solo il primo movimento di una partita che richiederà al Governo, agli enti locali e ai regolatori un attento monitoraggio perché la modernizzazione della rete carburanti può essere si una opportunità ma solo se non si trasformerà in un altro strumento per acuire divari economici e territoriali.

