di Flavio De Septis
Un gruppo di ricercatori del CNIT di Roma ha individuato tre difetti di sicurezza in uno strumento software dell’Agenzia Spaziale Europea, usato per far dialogare i satelliti con la Terra. Nel caso peggiore, un malintenzionato avrebbe potuto sfruttarli per prendere il controllo di parte del sistema. L’ESA ha già corretto il problema.
Siamo abituati a leggere di attacchi informatici contro aziende, ospedali e uffici pubblici. Molto più raramente si parla dello spazio. Eppure un satellite è, prima di tutto, un computer: riceve messaggi, li interpreta ed esegue ordini. E come ogni computer può avere punti deboli.
A dimostrarlo è il lavoro di quattro ricercatori del laboratorio NAM Lab del CNIT, il Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Telecomunicazioni, le tre falle che hanno scoperto sono state registrate ufficialmente nel catalogo internazionale delle vulnerabilità, la lista “CVE” che a livello mondiale tiene traccia dei difetti di sicurezza noti.
Come comunicano i satelliti
Un satellite e la sua stazione di terra si scambiano continuamente messaggi: da una parte ordini da eseguire, dall’altra dati sullo stato di salute del veicolo e sulle osservazioni raccolte. Perché si capiscano senza equivoci, serve una lingua comune con regole precise, un po’ come la grammatica di una lingua parlata.
In Europa questa “grammatica” è fissata da uno standard dell’ESA. Per trasformare quelle regole in programmi informatici, l’Agenzia ha sviluppato uno strumento chiamato ASN1SCC: una sorta di traduttore automatico che scrive da solo il software incaricato di impacchettare e spacchettare i messaggi.
Il vantaggio è evidente. Il codice prodotto in automatico è stato verificato con metodi matematici rigorosi, proprio per evitare gli errori di distrazione che un programmatore umano può commettere. Sulla carta, quindi, un sistema molto sicuro.
Dove si nascondeva il problema
Il punto è che il traduttore non lavora da solo. Insieme al codice che genera, consegna sempre una piccola “cassetta degli attrezzi”: un insieme di funzioni di supporto già pronte, che finiscono dentro ogni programma. Ed è proprio in questa cassetta, non nel codice verificato, che i ricercatori hanno trovato gli errori.
Il difetto più grave si capisce con un esempio. Immaginiamo un modulo con una casella che può contenere al massimo un numero piccolo, diciamo fino a 7. Il programma avrebbe dovuto rifiutare qualunque valore più grande. Invece lo accettava. Un messaggio costruito ad arte, con un numero fuori misura nel posto sbagliato, poteva così mandare in confusione il sistema e, in certe condizioni, permettere a un estraneo di fargli eseguire istruzioni proprie. Gli altri due difetti seguono la stessa logica: valori che non avrebbero dovuto passare il controllo, e invece passavano.
C’è un aggravante. Poiché quella cassetta degli attrezzi viene inclusa in tutti i progetti che usano lo strumento, un solo errore al suo interno si ripete in ogni sistema che la utilizza. È quello che gli esperti chiamano un rischio di “filiera”: basta un anello debole a monte perché il problema si propaghi a valle.
Una scoperta gestita con responsabilità
La buona notizia è come è andata a finire. I ricercatori non hanno reso pubblici subito i dettagli. Hanno prima avvisato l’ESA e la sua squadra di risposta agli incidenti informatici, ESACERT, lasciando il tempo di preparare le correzioni. Solo quando gli aggiornamenti sono stati pronti la scoperta è stata divulgata.
È il modo corretto di procedere, chiamato “divulgazione coordinata”. Evita che qualcuno possa approfittare della falla prima che venga chiusa. E mostra quanto la collaborazione tra università e istituzioni sia preziosa per proteggere infrastrutture da cui dipendono navigazione, telecomunicazioni, meteo e difesa.
Chi sono i ricercatori
La scoperta porta la firma del NAM Lab (Network Assessment, Assurance and Monitoring), uno dei laboratori nazionali del CNIT. Ha sede a Roma, presso il Dipartimento di Ingegneria Elettronica dell’Università di Tor Vergata, ed è diretto dal professor Giuseppe Bianchi.
Il CNIT, Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Telecomunicazioni, è un ente senza scopo di lucro nato nel 1995 e riconosciuto dal Ministero dell’Università. Mette in rete decine di atenei italiani e unità di ricerca del CNR, con oltre mille tra professori e ricercatori che lavorano su telecomunicazioni e tecnologie digitali.
Giuseppe Bianchi, professore ordinario a Tor Vergata, è un nome noto a livello internazionale: i suoi studi sulle reti Wi-Fi gli sono valsi nel 2017 un prestigioso riconoscimento dell’ACM, l’associazione mondiale dei professionisti dell’informatica, e ha coordinato sei grandi progetti europei. Con lui hanno firmato il lavoro Lorenzo Bracciale, Matteo Ciccaglione e Pierpaolo Loreti.
Perché dovremmo saperlo tutti
Una notizia come questa può sembrare roba da addetti ai lavori. Non lo è, per almeno cinque ragioni.
Lo spazio è già nella nostra vita quotidiana. Il navigatore, le previsioni del tempo, i pagamenti con carta, le dirette televisive: tutto passa anche dai satelliti. Perfino bancomat e reti elettriche usano i segnali satellitari per tenere l’orologio sincronizzato. Non serve sapere come funziona un satellite per capire che, se si ferma, ce ne accorgiamo tutti.
Le decisioni non le prendono solo i tecnici. Quanto investire in sicurezza, quali fornitori scegliere, quali priorità dare a un’azienda o a un ente pubblico: a deciderlo sono spesso amministratori, dirigenti, politici. E, alla fine, i cittadini che li scelgono. Se il rischio non è compreso, la sicurezza resta in fondo alla lista finché non succede qualcosa.
Insegna a non fidarsi delle apparenze. Un sistema progettato con grande cura e controllato con metodi matematici aveva comunque un punto debole, nascosto in un componente di contorno. Vale anche per noi: l’anello debole è spesso dove nessuno guarda, come una vecchia app dimenticata sul telefono o una password usata ovunque.
Aiuta a leggere le notizie con equilibrio. Una falla scoperta dai ricercatori e corretta prima che qualcuno la sfrutti non è un disastro: è il sistema che funziona. Capire la differenza tra una vulnerabilità e un attacco in corso evita sia l’allarmismo sia l’indifferenza.
La sicurezza è un bene comune. Come la salute pubblica, dipende dai comportamenti di tutti: aggiornare i propri dispositivi, pretendere trasparenza da chi gestisce i nostri dati, sostenere la ricerca. Che a scoprire queste falle sia stato un gruppo italiano ricorda che investire in università e competenze significa anche proteggere il Paese.

