di Elisabetta Trenta
Parlare oggi del conflitto in Ucraina, delle prospettive per la sicurezza europea e delle relazioni tra Russia e Occidente significa confrontarsi con ferite ancora aperte, paure legittime e speranze che faticano a trovare spazio. Ma significa anche scegliere di non arrendersi all’idea che la guerra sia l’unica risposta possibile. Nella storia non era mai stato così, ma nel ‘900 abbiamo coltivato la speranza e la convi de nzione che forse, quella regola poteva essere cambiata.
Io credo profondamente nel valore della pace.
Una pace “possibile” per ora, non giusta, certo.
Ma pur sempre pace.
Perché nella guerra, in fondo, abbiamo già perso tutti.
Per questo siamo chiamati, tutti, a sostenere ogni sforzo sincero verso una soluzione diplomatica.
E voglio ringraziare anche il Presidente Donald Trump, che non saprà mai che l’ho ringraziato, per il suo tentativo di avvicinare le parti e di porre fine alla guerra.
Ma, da europei, sentiamo il dovere di ribadire che non crediamo in una pace “predatoria” o imposta dal vincitore sul vinto.
Crediamo in una pace fondata su valori di solidarietà, giustizia e sviluppo.
Una pace duratura nasce non dalla distruzione del nemico, ma dalla costruzione di obiettivi comuni per il futuro. Quelle che sui manuali di storia si definivano “le paci giuste”.
Mi sono avvicinata alla geopolitica nei primi anni ’90, mentre si scioglieva l’Unione Sovietica. Ricordo l’entusiasmo che provavo per quel nuovo mondo che si stava aprendo, per la possibilità di una Russia finalmente parte della grande comunità internazionale, per la sua cultura, la sua storia, la sua forza intellettuale.
Quel sogno, oggi, sembra infranto. E questo mi addolora profondamente.
Ma io non credo che sia una fine: credo possa – e debba – essere un punto di svolta.
Credo in un cammino da ricostruire. Un cammino fatto di rispetto, giustizia, cooperazione.
L’Europa ha una grande responsabilità in tutto questo.
È nata per garantire la pace, coltivando la speranza tutta novecentesca cui facevo cenno prima. E oggi, più che mai, deve tornare a essere protagonista della costruzione della pace.
Un’Europa politica, più forte e più unita, sarebbe un vantaggio per tutti. Anche per i nostri vicini. Anche per chi oggi ci percepisce come nemici.
Oggi siamo qui, non per scegliere da che parte stare, ma per scegliere la parte della pace.
E la pace, credetemi, non è mai neutrale: è una scelta coraggiosa che richiede ascolto, intelligenza, memoria e visione.
