di Daria Alexe
Da decenni, la sicurezza italiana rivolge lo sguardo verso nord e est, ma è a sud che oggi si concentra una delle sfide più delicate e strutturali. Il “fronte sud”, quella fascia strategica che attraversa il Sahel, la Libia e il Mediterraneo centrale, non è un concetto astratto, ma un trittico territoriale e politico che influenza profondamente gli equilibri nazionali. Instabilità politica, jihadismo in espansione, flussi migratori irregolari, interessi energetici e competizione globale intrecciano una tela di minacce e opportunità che l’Italia non può ignorare.
Nella traiettoria del nostro impegno politico, il fronte sud assume rilievo già dagli anni Novanta, quando la fine della Guerra Fredda ridisegnò l’assetto globale e aprì nuove zone di instabilità. Ma è soprattutto la crisi libica del 2011, con il crollo del regime di Gheddafi, a segnare una cesura. L’Italia si trovò a gestire non solo un potere vacillante in Libia, ma anche il crescente afflusso migratorio via mare verso Lampedusa. Parallelamente, l’Italia, attraverso missioni come UNIFIL II in Libano e l’impegno in Afghanistan, ha affinato un approccio integrato che combina la presenza militare sul terreno con un’attività diplomatica costante, capace di sostenere il dialogo politico e la stabilizzazione.
Con l’avvento dello Stato Islamico tra il 2014 e il 2015, il jihadismo globale saldò la propria agenda con le fragilità africane. Il Sahel, fino ad allora considerato periferico, divenne teatro centrale nella strategia italiana ed europea.
Oggi il Sahel è una zona critica. Tra il 2020 e il 2023, Mali, Burkina Faso e Niger hanno vissuto una serie di colpi di Stato che hanno accelerato il loro allontanamento dalle alleanze occidentali e aperto lo spazio alla penetrazione russa tramite contractor simili a Wagner. Le missioni Barkhane e Takuba, sospese o ritirate, hanno lasciato vuoti rapidamente colmati dall’espansione di gruppi jihadisti locali, affiliati ad al-Qaeda e Stato Islamico, che impongono una governance parallela nei territori rurali.
L’Italia ha risposto con la missione MISIN (Missione Bilaterale di Supporto in Niger), autorizzata dal Parlamento nel 2018. Al centro operativo di Niamey, che ospita circa 350 uomini fra Esercito, Aeronautica e Carabinieri, Roma ha condotto un programma di addestramento e cooperazione strutturato: oltre 9.100 unità nigerine formate (Esercito, Aeronautica, Gendarmeria e Forze speciali), il supporto a iniziative civili di salute ed educazione (ad Agadez: approvvigionamenti, kit scolastici e medicinali), e il rafforzamento della sorveglianza dei confini tramite assetti aerei e sistemi ISR. Il contingente italiano può arrivare fino a 500 unità, con potenziali rinforzi e supporto aereo (C‑27J, KC‑767A) in vista. Roma è considerata oggi l’ultimo partner occidentale rimasto in Niger, mantenendo una relazione diplomatica pragmatica anche dopo il golpe del luglio 2023.
Superando i confini meridionali del Sahel, si giunge alla Libia, nodo centrale tra instabilità interna e rotte migratorie. A tredici anni dalla caduta di Gheddafi, il Paese resta diviso tra il Governo di Unità Nazionale di Tripoli e le truppe di Haftar nell’Est. La Libia, con il gasdotto Greenstream che collega Mellitah a Gela, rappresenta per l’Italia circa il 20% degli approvvigionamenti di gas nazionali. Tra il 2018 e oggi, Roma ha cercato di mediare tra le fazioni libiche attraverso momenti chiave come la Conferenza di Palermo (12‑13 novembre 2018), che radunò 38 Paesi e le principali fazioni libiche, segnando la prima legittimazione formale di Haftar da parte italiana. Nonostante i ritardi elettorali e l’assenza di progressi sostanziali, l’impegno è rimasto costante attraverso incontri di governo (Conte, Tajani, Meloni) con le autorità di Tripoli e Bengasi.
Infine, il Mediterraneo centrale: il mare di frontiera tra instabilità africana e costa italiana. Dal 2011 al 2023, l’Italia ha vissuto ondate migratorie: più di 700.000 arrivi via mare tra il 2013 e il 2017, con picchi record di 181.100 nel 2016 e 114.600 nel 2017. Le operazioni Mare Nostrum (2013‑2014), che salvarono oltre 150.000 migranti, furono sostituite dall’operazione Frontex Triton, con capacità ridotte e maggiore enfasi sulla sorveglianza piuttosto che il salvataggio. Dopo una diminuzione in alcuni anni, nel 2023 gli sbarchi in Italia hanno superato i 150.000, soprattutto dalle coste libiche e tunisine.
In risposta, l’Italia ha promosso in sede UE il Patto Europeo su Migrazione e Asilo, stretto accordi con Tunisia e Libia (addestramento coastguard, finanziamenti) e investito nel cosiddetto Piano Mattei, con progetti infrastrutturali e di sviluppo nel Sahel e Nord Africa volti a ridurre le cause profonde della migrazione irregolare. Militarmente, è coinvolta nelle missioni EU IRINI (embargo armi Libia) e Mare Sicuro (sicurezza marittima e protezione infrastrutture offshore).
Negli ultimi anni, la diminuzione del coinvolgimento europeo ha lasciato spazio a nuovi protagonisti. La Russia, tramite i contractor del gruppo Wagner (Africa Corps), ha consolidato la propria presenza in Mali, Burkina Faso e Libia, intrecciando rapporti privilegiati con le giunte locali. La Turchia sostiene il governo di Tripoli con basi militari e investimenti infrastrutturali. La Cina, meno visibile, opera attraverso finanziamenti e infrastrutture (BRI) in Algeria, Egitto e Africa orientale, includendo il Mediterraneo nei suoi corridoi commerciali.
Per l’Italia c’è un rischio reale: se Mosca, Ankara e Pechino rafforzano la propria presenza, Roma rischia di diventare un osservatore marginale nel teatro strategico che le appartiene per storia e geografia.
Il fronte sud non è un’emergenza confinata a singoli episodi, ma un dossier di lungo termine che connette il Sahel, la Libia e il Mediterraneo in un equilibrio delicato. La sicurezza italiana dipende dalla capacità di integrare presenza militare, diplomazia strategica e sviluppo economico, sostenendo stabilizzazione, cooperazione e investimenti locali. Il rischio di perdere margini di influenza a favore di altri attori spinge l’Italia a essere proattiva e non reattiva. Per Roma, agire nel fronte sud significa difendere i propri confini, garantire l’approvvigionamento energetico e riaffermare la propria proiezione nel Mediterraneo allargato. In questo scenario, l’Italia non è spettatrice: ha l’occasione di riaffermarsi come protagonista geopolitico.
