di Sonia Rocca
L’8 marzo non è solo una data sul calendario: è il momento in cui il Paese intero è chiamato a guardarsi allo specchio e a chiedersi quanto la promessa di uguaglianza tra donne e uomini sia davvero mantenuta nella vita quotidiana. È una ricorrenza che nasce da lotte concrete – sul lavoro, nei diritti politici, nella libertà dalla violenza – e che oggi, a ottant’anni dal completamento del suffragio universale, ci chiede di trasformare celebrazioni simboliche in scelte strutturali.
La nostra Repubblica, “sostantivo femminile” non solo per grammatica, affonda le sue radici anche nell’impegno delle donne che hanno contribuito alla Resistenza, alla Costituente, alla costruzione della democrazia. La Costituzione – dagli articoli 3 e 51 alle norme sul lavoro – affida alle istituzioni il compito di rimuovere gli ostacoli che ancora oggi limitano, di fatto, la piena partecipazione delle donne alla vita sociale, economica e politica. Su questo impianto costituzionale si è stratificato, nel tempo, un ampio quadro di leggi e strumenti: dal Codice delle pari opportunità al gender mainstreaming, dal bilancio di genere.
Negli ultimi anni qualcosa si è mosso: l’Italia ha migliorato il proprio posizionamento nell’Indice sull’uguaglianza di genere elaborato dall’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere, attestandosi al 12° posto nell’Unione europea e recuperando diversi punti rispetto a cinque anni fa. Cresce il tasso di occupazione femminile, che ha superato il 57 per cento, e si registra un leggero avanzamento nella presenza delle donne nei luoghi decisionali, dal potere politico ai consigli di amministrazione. Ma il quadro resta segnato da squilibri profondi: il divario occupazionale con gli uomini rimane ampio, le differenze retributive persistono, la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro è ancora troppo spesso un “problema delle donne”.
A fotografare questa realtà è anche il grande lavoro di analisi contenuto nel dossier “Legislazione e politiche di genere” della Camera dei deputati, che raccoglie le principali misure varate negli ultimi anni e ne colloca gli effetti in un contesto in continua evoluzione. Dal PNRR – che ha inserito la parità di genere tra le priorità trasversali – alla Strategia nazionale per la parità di genere 2021‑2026, emerge una visione che prova a tenere insieme occupazione, reddito, competenze, tempo e potere, fissando obiettivi misurabili da raggiungere entro il 2026. È un approccio che, almeno sulla carta, non si limita a correggere le emergenze, ma tenta di intervenire sulle cause strutturali delle disuguaglianze, a partire dall’accesso alle discipline STEM, dal rafforzamento dei servizi educativi per l’infanzia, fino al sostegno all’imprenditoria femminile.
Tuttavia, nessuna strategia – per quanto ben scritta – può cambiare davvero la realtà se resta confinata in un documento. Perché le politiche di genere siano efficaci servono sinergie reali, quotidiane: tra Governo e Parlamento, tra Stato, Regioni e Comuni, tra amministrazioni pubbliche, mondo produttivo, scuola, università, sindacati, associazioni e terzo settore. Il gender mainstreaming, evocato da anni nei testi normativi, deve diventare una pratica diffusa: valutare l’impatto di genere di ogni riforma, di ogni investimento, di ogni bando, non come adempimento formale, ma come criterio ordinario di buona amministrazione. È in questo intreccio di responsabilità condivise che misure come la certificazione di parità, gli incentivi per le assunzioni femminili, il potenziamento degli asili nido e la formazione sulle competenze digitali possono esprimere tutta la loro forza trasformativa.
Accanto alle diseguaglianze economiche e professionali, permane una ferita profonda: la violenza maschile contro le donne. Le più recenti analisi criminologiche mostrano una riduzione complessiva degli omicidi, ma confermano una drammatica costanza nell’incidenza delle donne uccise in ambito familiare e affettivo. La risposta dello Stato si è rafforzata – dall’introduzione del delitto di femminicidio al nuovo Piano strategico nazionale, fino all’incremento dei fondi per i centri antiviolenza e alla creazione di strumenti economici a sostegno delle vittime – ma l’esperienza ci dice che non basta irrigidire le pene. Occorre lavorare sulla prevenzione, sull’educazione al rispetto fin dalla scuola, sulla costruzione di reti territoriali integrate che mettano insieme servizi sociali, sanitari, forze dell’ordine, magistratura, associazioni, centri per uomini autori di violenza.
Viviamo in una società attraversata da cambiamenti rapidi: transizione digitale, trasformazioni del lavoro, nuove forme di vulnerabilità sociale, invecchiamento della popolazione, migrazioni. In questa realtà fluida, le politiche di genere non possono essere un “capitolo a parte”, ma devono diventare la lente attraverso cui leggere e orientare l’insieme delle politiche pubbliche. Significa interrogarsi, ogni volta, su come una decisione incida su donne e uomini, sulle diverse fasi della vita, sulle persone più fragili – che siano giovani madri, caregiver familiari, donne con disabilità, lavoratrici precarie. Significa, soprattutto, riconoscere che la parità non è una rivendicazione di parte, ma un fattore di crescita economica, di coesione sociale, di qualità della democrazia.
L’8 marzo, allora, non è soltanto la festa delle donne, ma il giorno in cui la Repubblica intera deve tornare a interrogarsi su quale modello di convivenza voglia costruire. Le leggi, i piani, le strategie ci sono: ora tocca a noi trasformarli in pratiche, in servizi, in opportunità concrete, attraverso un’alleanza stabile tra istituzioni e società civile. Se sapremo lavorare in sinergia, misurando con onestà i risultati e correggendo la rotta quando necessario, potremo fare della parità di genere non uno slogan di circostanza, ma il filo che tiene insieme diritti, sviluppo e dignità per tutte e tutti.
