Storia di un cuore di bronzo ai piedi del Gran Sasso
di Gianni Lattanzio
C’è un punto, ai piedi del Gran Sasso, dove la pietra dell’Appennino smette di essere soltanto geografia e diventa memoria. È la soglia occidentale del Santuario di San Gabriele dell’Addolorata, a Isola del Gran Sasso d’Italia: un’anta di bronzo di venti metri quadrati, sessanta quintali di peso, foggiata a forma di cuore, che da poco più di un decennio accoglie ogni pellegrino con la sagoma di un santo in estasi, circondato da giovani, e con le tracce silenziose di migliaia di destini partiti e mai davvero conclusi. La chiamano, senza retorica, la Porta degli Emigrati. Ed è, a ben guardare, uno dei monumenti più densi di senso politico e spirituale che l’Abruzzo contemporaneo abbia saputo produrre — perché racconta, in un solo gesto scultoreo, che cosa significhi restare fedeli a un luogo pur avendolo lasciato per sempre.
Bisogna partire da lontano per capire perché questa porta esista. L’Abruzzo che esce dall’Unità d’Italia è una terra che l’inchiesta parlamentare di Stefano Jacini, già negli anni Settanta dell’Ottocento, descriveva come povera, depressa, stagnante: un’economia ancora precapitalistica, fondata su una pastorizia e un’agricoltura di montagna che i secoli avevano appena scalfito, con una proprietà fondiaria polverizzata su terreni che nella provincia dell’Aquila superavano per lo più i cinquecento metri di quota. A questa arretratezza strutturale si sommò, negli anni Ottanta dell’Ottocento, la crisi agraria che investì l’intera Europa mediterranea: il grano americano e russo travolse i prezzi del frumento abruzzese, la pastorizia transumante fu erosa dall’affrancazione del Tavoliere delle Puglie e dal disboscamento delle montagne, e con essa crollò anche l’antica industria della lana che aveva fatto la fortuna di Sulmona, L’Aquila, Scanno. Fu in quel decennio di espropri e di debiti — un’incidenza fiscale sulla popolazione inferiore, in Italia, solo a quella di Sardegna, Calabria e Sicilia — che l’Abruzzo imparò la lingua dell’addio.
Partirono a decine di migliaia, poi a centinaia di migliaia. Nel solo quinquennio 1901-1905 gli espatri abruzzesi salirono a 486.518, contro i 109.038 del venticinquennio precedente; somme che, calcolate sulle tre grandi fasi della diaspora italiana, superano oggi il milione e duecentomila partenze cumulate da questa sola regione. Le prime rotte furono quelle dell’Argentina e del Brasile — dove si vendeva il sogno di un appezzamento di terra propria nella vastità della Pampa — e poi, sempre più, quelle degli Stati Uniti, dove gli abruzzesi finirono nelle miniere della Pennsylvania e del West Virginia, nei cantieri di Pittsburgh e Chicago, spesso guardati con sospetto, spesso maltrattati, sempre capaci di risparmiare un soldo da rispedire a casa. Fu tra quella gente, partita nel 1910 dalla Valle Peligna, un giovane bracciante che sarebbe diventato poeta in una lingua non sua — Pascal D’Angelo — oggi custodito nella memoria di un piccolo museo a Introdacqua, come se l’Abruzzo avesse voluto, con qualche decennio di ritardo, chiedere scusa ai suoi figli per averli lasciati andare.



Poi venne la seconda diaspora, quella del secondo dopoguerra, quando le frontiere americane si chiusero e l’Abruzzo dovette reinventare le sue rotte: il Canada, il Venezuela, l’Australia — dove tra il 1947 e il 1976 sbarcarono complessivamente trecentosessantamila italiani, molti dei quali abruzzesi — e, sull’altro fronte, le miniere di carbone del Belgio, della Germania, della Francia. Tra il 1951 e il 1971 se ne andò quasi un aquilano su cinque, e furono proprio quegli anni, gli anni del boom e insieme dell’esodo, a incidere nella memoria collettiva una delle sue pagine più dolorose: l’8 agosto 1956, nelle gallerie del Bois du Cazier a Marcinelle, morirono duecentosessantadue minatori, e tra le famiglie colpite dal lutto non pochi erano nomi abruzzesi. È un caso, ma è un caso che dice molto, che sia esattamente in quello stesso torno d’anni — nel 1959 — che Giovanni XXIII abbia scelto di proclamare San Gabriele dell’Addolorata patrono principale dell’Abruzzo: come se la Chiesa, con fiuto pastorale, avesse compreso che a un popolo disperso per il mondo serviva un santo capace di viaggiare con lui.
Ancora oggi la contabilità di quella diaspora resta impressionante: risultano iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero circa 219 mila abruzzesi, in maggioranza originari delle province di Chieti e dell’Aquila, distribuiti soprattutto tra Argentina, Svizzera, Belgio, Germania, Francia, Venezuela, Canada, Stati Uniti, Australia e Brasile; se si contano anche i discendenti, si arriva a stimare oltre un milione e trecentomila persone di sangue abruzzese sparse per il pianeta — quasi quante ne vivono, oggi, in regione.
Un intero secondo Abruzzo, invisibile e planetario, tenuto insieme non da un confine amministrativo ma da un reticolo fittissimo di associazioni — l’ANEA in Belgio, i circoli della Maiella in Germania, l’Associazione Italiana Radici Abruzzesi in Argentina, l’Abruzzo Forte in Brasile — coordinate a distanza dal Consiglio Regionale degli Abruzzesi nel Mondo. È a questa rete, e non a una generica benevolenza, che il santuario di San Gabriele deve gran parte della propria stessa esistenza materiale: già la costruzione del santuario moderno, negli anni Settanta, si sostenne in misura decisiva sul contributo di quei devoti dispersi nei continenti, tra i quali — si legge nelle cronache del santuario — “spiccavano per generosità le varie associazioni di emigrati abruzzesi”.
Fu dunque naturale, quando il santuario decise di onorare quel debito di riconoscenza con un gesto artistico permanente, che la forma scelta fosse quella più antica e più povera della devozione popolare: l’ex voto. Non un ex voto qualsiasi, però, ma un ex voto portato a una scala mai tentata prima — un cuore di metallo, come quelli d’argento che per secoli i fedeli hanno appeso alle pareti dei santuari in segno di grazia ricevuta, ma ingigantito fino a diventare l’intera anta di un portale monumentale. L’idea appartiene allo scultore marchigiano Paolo Annibali — nato a San Benedetto del Tronto nel 1958, scomparso il 17 giugno 2025, dopo una vita dedicata all’arte sacra: sue sono la porta del Giubileo della cattedrale di Jesi, la porta di San Giovanni Battista a Fiesole, la Porta della Grazia di Stia in Casentino — che lavorò alla Porta degli Emigrati tra il 2012 e il 2014, insieme al collaboratore Luca Farina, cercando consapevolmente di far collidere due mondi apparentemente incompatibili: la cultura devozionale più popolare, fatta di bisogno di consolazione e di urgenza spirituale, e un linguaggio plastico decisamente contemporaneo.
Il risultato, fuso in bronzo a cera persa nel 2013 dalla fonderia Efesto di Staffolo, nelle Marche, e inaugurato il 2 marzo 2014, è un oggetto che si fa fatica a definire semplicemente “porta”: quattro metri per cinque di superficie, sessanta quintali di materia, ventuno figure modellate a tutto tondo — non a bassorilievo, ma scolpite con pieno spessore tridimensionale, quasi a voler uscire dal metallo e camminare tra i pellegrini. Il perimetro dell’opera disegna la sagoma di un cuore fatto di mazzi di gigli che si incurvano, salendo, verso il punto in cui la composizione culmina: San Gabriele dell’Addolorata sollevato in un’estasi mistica, le braccia aperte, attorniato da due ali di giovani che con lui compongono una croce umana — l’emblema stesso della congregazione dei Passionisti a cui il santo appartenne. Dentro il cuore, in otto episodi che intrecciano miracoli, storie di emigrazione e memoria degli alpini, si condensa un intero universo simbolico abruzzese; in alto corre una frase tratta da una lettera dello stesso santo al padre — “la mia vita è una continua gioia, la contentezza che io provo è quasi indicibile… non cambierei un quarto d’ora di questa vita” — mentre in basso un’iscrizione latina richiama, senza mezzi termini, la passione di Cristo che è cifra spirituale di tutta l’opera.
Ma è nel gesto finale, in quella dichiarazione quasi liturgica con cui il santuario accompagna la nascita della porta, che si tocca il nervo più autentico di questo monumento: “la porta sarà sempre aperta”, si legge, “per tutti, in particolare per gli amici emigrati”. Non è una formula di cortesia. È la traduzione architettonica di un patto che il santuario rinnova ogni anno, quando i padri passionisti attraversano gli oceani per celebrare la festa di San Gabriele insieme alle comunità di Melbourne, di Toronto, di Caracas, di Bruxelles — un pellegrinaggio inverso, dal centro alla periferia della diaspora, che dura da oltre quarant’anni e che ha fatto di questo santo abruzzese una devozione a tutti gli effetti planetaria.
C’è, in fondo, qualcosa di profondamente politico in questa scultura, al di là della sua evidente bellezza devozionale. In un tempo che discute ininterrottamente di identità, di radici, di confini che si spostano più velocemente delle persone, la Porta degli Emigrati propone un modello alternativo di appartenenza: non territoriale, non burocratica, ma affettiva e perpetua. Non chiede documenti, non verifica residenze, non impone ritorni: promette soltanto che la soglia resterà sempre praticabile, in entrambe le direzioni, per chiunque abbia portato con sé — in una valigia di cartone o nella memoria dei nipoti — il nome di un santo nato tra queste montagne. È la stessa intuizione, del resto, che anima ogni vera politica della memoria migratoria: non trattenere chi parte, ma non smettere mai di considerarlo parte di casa. In questo, il piccolo grande cuore di bronzo scolpito da Paolo Annibali ai piedi del Gran Sasso non è soltanto un’opera d’arte sacra. È un trattato non scritto sulla cittadinanza dell’anima.

