Nel giorno dedicato a San Rocco, la figura del pellegrino che attraversa territori e frontiere offre uno spunto sorprendentemente contemporaneo: viaggiare non soltanto per spostarsi, ma per incontrare, aiutare e lasciare qualcosa nei luoghi attraversati.
di Rocco Ferreri
Il 16 agosto, per me, San Rocco non è soltanto un nome sul calendario.
È una figura alla quale la mia famiglia è particolarmente legata. In alcuni momenti difficili della nostra storia familiare, la devozione a San Rocco ci ha accompagnati. È quindi naturale che gli auguri ricevuti in occasione dell’onomastico abbiano fatto emergere, oltre al ricordo personale, una riflessione più ampia.
Guardando la sua storia con gli occhi di oggi, San Rocco appare infatti come una figura profondamente legata al viaggio, ai territori e all’incontro.
Un uomo in cammino
La tradizione colloca le origini di Rocco a Montpellier. Da lì parte come pellegrino e attraversa quella che oggi chiameremmo Europa, raggiungendo l’Italia e fermandosi in diverse comunità colpite dalle epidemie.
Il dato storico e quello agiografico inevitabilmente si intrecciano. Ma è proprio la forza del racconto sedimentato nei secoli a essere interessante: Rocco non viene ricordato come un uomo che attraversa semplicemente dei luoghi.
Il suo viaggio acquista significato attraverso ciò che fa durante il cammino.
Incontra comunità, assiste i malati, condivide le difficoltà delle popolazioni che attraversa. E quando lui stesso viene colpito dalla malattia, la tradizione racconta del cane che gli porta quotidianamente del pane.
Per questo bastone, ferita e cane sono diventati elementi immediatamente riconoscibili della sua iconografia.
Ma forse possiamo leggere questi simboli anche in un altro modo.
Il bastone racconta il viaggio.
La ferita ricorda la fragilità.
Il cane rappresenta quella solidarietà che, prima o poi, rende chi aiuta anche destinatario dell’aiuto degli altri.
Un’itineranza costruttiva
C’è un’espressione che mi sembra possa sintetizzare questa storia: itineranza costruttiva.
Oggi ci muoviamo continuamente.
Viaggiamo per lavoro, turismo, studio, impresa. Attraversiamo città, regioni e Paesi con una facilità che un pellegrino medievale non avrebbe potuto neppure immaginare.
Eppure la vera domanda potrebbe essere rimasta la stessa: che cosa lasciamo nei territori che attraversiamo?
Esiste infatti una grande differenza tra passare attraverso un luogo e stabilire con quel luogo una relazione.
L’itineranza diventa costruttiva quando il movimento permette di far circolare conoscenze, esperienze, solidarietà, cultura e competenze. Quando un territorio non è semplicemente una tappa, ma diventa parte di una relazione.
È forse questa una delle letture contemporanee più interessanti della figura di San Rocco.
Un santo europeo prima dell’Europa
C’è poi un altro elemento affascinante.
San Rocco è difficilmente riconducibile a una sola geografia.
La tradizione lo fa nascere a Montpellier, in Francia, mentre gran parte del suo cammino e della sua memoria si sviluppano in Italia. Nei secoli il suo culto si diffonde poi in moltissimi territori europei e ben oltre l’Europa.
Eppure questa dimensione internazionale non ha cancellato le identità locali.
È accaduto quasi il contrario.
In tantissimi paesi esiste un “San Rocco” profondamente locale: una cappella, una chiesa, una statua, una processione, una festa patronale, una confraternita o semplicemente una tradizione tramandata da una famiglia.
Una stessa figura ha così costruito, nel corso dei secoli, una sorta di rete invisibile tra comunità diverse.
Ognuna conserva la propria identità, ma tutte riconoscono alcuni simboli comuni.
È una dinamica che dovrebbe farci riflettere anche sul modo nel quale immaginiamo oggi l’Europa dei territori.
Collegare senza uniformare
Creare legami tra territori non significa necessariamente uniformarli.
Al contrario, le reti più interessanti sono spesso quelle nelle quali ciascun luogo conserva la propria storia e la propria specificità, mettendole però in relazione con quelle degli altri.
La vicenda di San Rocco ci arriva da un mondo lontanissimo dal nostro, naturalmente. Sarebbe artificiale trasformare un pellegrino medievale in un teorico della mobilità europea contemporanea.
Ma i simboli attraversano i secoli proprio perché ogni generazione può interrogarli nuovamente.
E quello di un uomo che parte da un territorio, ne attraversa molti altri e costruisce il significato del proprio viaggio attraverso gli incontri conserva una forza particolare.
Forse perché, in fondo, ci ricorda una cosa molto semplice.
Non è la distanza percorsa a dare valore a un viaggio. È ciò che riusciamo a costruire lungo il cammino.
Ed è probabilmente per questo che, molti secoli dopo, San Rocco continua ad appartenere contemporaneamente a così tante comunità.
