di Gianni Lattanzio
C’è un gesto più antico delle frontiere, più resistente della distanza, più eloquente di molte dichiarazioni solenni: l’abbraccio. È il gesto con cui si riconosce chi ritorna, ma anche quello con cui una comunità ritrova una parte di sé stessa dispersa nel tempo e nello spazio. Da questa intuizione prende forma la Giornata dell’Abbraccio, promossa dall’Associazione Italiana Comuni Turismo delle Radici – AICOTUR – come appuntamento destinato a riunire, ogni anno nel mese di agosto, i Comuni italiani e le loro comunità emigrate nel mondo.
Non è una celebrazione della nostalgia, né un rito confinato alla memoria delle partenze. È, piuttosto, una proposta culturale e civile: affermare che l’Italia non coincide soltanto con la geografia della Penisola, ma comprende una vasta costellazione di italiani, italo-discendenti, famiglie e comunità che, pur vivendo oltre i confini nazionali, continuano a custodire un legame con il paese degli avi. Un legame che si manifesta nei cognomi, nelle ricette tramandate, nelle feste patronali replicate dall’altra parte dell’oceano, nei dialetti conservati come eredità domestica, nella ricerca ostinata di una casa, di una strada, di un volto appartenuto alla propria genealogia.
L’emigrazione italiana è stata una delle grandi vicende della modernità nazionale. Per oltre un secolo, milioni di donne e uomini hanno lasciato borghi, campagne e città per cercare lavoro, dignità e futuro nelle Americhe, in Europa, in Australia e nei più diversi angoli del mondo. Hanno portato con sé poco, talvolta soltanto una fotografia, un indirizzo annotato su un foglio, una lingua familiare e la speranza di poter tornare.
Eppure, anche quando il ritorno non è stato possibile, quella partenza non ha mai reciso del tutto l’appartenenza. In molte case italiane l’emigrato è rimasto una presenza quotidiana: nelle rimesse inviate alla famiglia, nelle lettere attese, nelle telefonate delle feste, nei pacchi arrivati dall’estero, nei racconti che hanno costruito l’immaginario di intere generazioni. Allo stesso modo, nelle case degli emigrati l’Italia è rimasta una patria affettiva, talvolta idealizzata, ma mai del tutto perduta.
La Giornata dell’Abbraccio nasce dalla consapevolezza che questa eredità non debba essere affidata soltanto alla sfera privata. Essa appartiene alla storia pubblica dei territori. Ogni Comune italiano conserva, spesso negli archivi anagrafici e nelle memorie familiari, la mappa silenziosa di una diaspora: nomi che hanno attraversato mari e continenti, case rimaste chiuse, legami ricomposti nelle generazioni successive.
Il linguaggio delle radici può apparire, a prima vista, rivolto al passato. Ma la radice non è un’ancora che immobilizza: è ciò che alimenta la crescita. Per questo AICOTUR propone di trasformare la memoria dell’emigrazione in una pratica contemporanea di relazione, accoglienza e sviluppo territoriale. L’iniziativa, significativamente accompagnata dal motto “Le radici diventano ponti”, invita i Comuni a riservare un riconoscimento agli emigrati e ai loro discendenti, individuandoli come “Ambasciatori delle radici”.
È una definizione densa di significato. Ambasciatore non è soltanto chi rappresenta formalmente uno Stato: è anche chi rende visibile, con la propria esperienza, una cultura di appartenenza; chi conserva e trasmette un patrimonio immateriale; chi racconta altrove la qualità di un territorio, la sua storia, il suo paesaggio umano. Questa investitura simbolica restituisce dignità a un’esperienza troppo spesso narrata soltanto attraverso le categorie della privazione e dell’abbandono.
L’emigrato è stato invece anche costruttore di ponti: tra lingue e mondi, tra economie lontane, tra generazioni divise dalla distanza. Nella sua vicenda convivono il dolore della separazione e la forza di un’apertura al mondo che ha reso l’Italia, nei fatti, una nazione globale ben prima della globalizzazione.
AICOTUR, costituita il 29 novembre 2024 per iniziativa dei Comuni di Gerace, Cleto, Falerna e Celico, riunisce oggi circa cinquanta amministrazioni locali di diverse regioni italiane. La rete intende fare del turismo delle radici non uno slogan, ma uno strumento di politica territoriale: una modalità per rigenerare i borghi, sostenere le aree interne, promuovere i patrimoni culturali e incoraggiare forme di ritorno – temporaneo, affettivo, economico o imprenditoriale – delle comunità italiane nel mondo.


In questa prospettiva, la Giornata dell’Abbraccio può diventare un laboratorio diffuso. Non soltanto cerimonie e attestati, pur importanti per il loro valore di riconoscimento, ma archivi di famiglia, ricerche genealogiche, itinerari nei paesi d’origine, percorsi nelle case degli antenati, laboratori per le nuove generazioni, gemellaggi culturali, attività di promozione della lingua italiana e delle tradizioni locali.
Il Comune non si presenta più semplicemente come un ente amministrativo. Può diventare il custode di una comunità transnazionale, capace di mantenere relazioni con i propri figli lontani e di farli partecipare a un disegno condiviso di valorizzazione del territorio.
Tornare nei luoghi delle origini non significa necessariamente stabilirvisi. Talvolta è sufficiente un viaggio, una visita al cimitero di famiglia, il ritrovamento di un atto di nascita, la scoperta di una casa indicata nei racconti dei nonni. Ma questi gesti possono generare una forma nuova di appartenenza: più consapevole, meno retorica, profondamente europea e mediterranea.
Il turismo delle radici, quando è costruito con serietà, non riduce l’identità a un prodotto da vendere. Al contrario, chiede ai territori di prepararsi: di ordinare gli archivi, rendere accessibili i documenti, formare operatori, curare l’accoglienza, proteggere il paesaggio e offrire ai visitatori la possibilità di incontrare una comunità reale, non una scenografia.
È qui che la Giornata dell’Abbraccio può assumere una portata duratura. Può ricordare ai Comuni che gli emigrati non sono soltanto destinatari di un omaggio annuale, ma interlocutori permanenti; non un capitolo concluso della storia nazionale, ma una presenza viva che può concorrere alla rinascita culturale ed economica dei luoghi d’origine.
Nel tempo delle mobilità globali, delle identità plurali e delle nuove partenze dei giovani italiani, l’abbraccio acquista un valore ancora più profondo. Esso riconcilia il territorio con la sua storia senza trasformarla in rimpianto. Ricorda che partire non equivale a scomparire e che restare non deve significare chiudersi.
La Giornata dell’Abbraccio proposta da AICOTUR consegna dunque un messaggio semplice e ambizioso: le comunità non si misurano soltanto dal numero dei residenti, ma dalla qualità dei legami che sanno custodire. Ogni emigrato, ogni discendente, ogni cittadino del mondo che cerca il paese dei propri avi può essere accolto non come un estraneo, ma come parte di una storia comune.
E in quell’incontro, nel gesto essenziale di un abbraccio, le radici cessano di essere soltanto memoria: diventano, finalmente, futuro.

