di Maurizio Gentilini
Di Alcide De Gasperi si parla spesso come si parla dei mobili di famiglia: con rispetto, una certa commozione e la segreta convinzione che non sapremmo più dove metterli. Lo si definisce “padre della Repubblica”, “statista europeo”, “ricostruttore dell’Italia”. Tutto vero. Ma sono formule così levigate dall’uso da rischiare di nascondere l’aspetto più interessante della sua esperienza: De Gasperi praticò la politica come esercizio della responsabilità, non come esposizione permanente del proprio ego.

Il confronto con l’oggi è quasi imbarazzante. Egli governò un Paese sconfitto, mutilato, affamato, attraversato da pulsioni rivoluzionarie e nostalgie autoritarie, occupato dagli eserciti stranieri e gravato da un trattato di pace durissimo. I nostri dirigenti devono affrontare problemi certamente seri, ma spesso riescono a trasformare persino la gestione di un bonus edilizio o di una concessione balneare in una riedizione della battaglia di Stalingrado. È il prodigio della politica contemporanea: diminuire la complessità dei problemi aumentando a dismisura il volume della propaganda.
De Gasperi possedeva innanzitutto il senso della realtà. Non prometteva agli italiani ciò che non poteva mantenere e non confondeva il desiderabile con il possibile. Firmò il Trattato di pace pur giudicandolo ingiusto, perché comprese che rifiutarlo avrebbe prolungato l’isolamento dell’Italia. Accettò la collaborazione con comunisti e socialisti finché fu necessaria alla ricostruzione dello Stato; la interruppe quando ritenne che il mutamento internazionale e la crisi economica imponessero un’altra maggioranza. Scelse l’Occidente senza trasformare gli Stati Uniti in una nuova divinità politica. «Non serviamo l’America, non osteggiamo la Russia: difendiamo l’Italia», disse nel 1948. Una formula che oggi provocherebbe un certo smarrimento: contiene ben tre concetti — autonomia, equilibrio e interesse nazionale — difficili da comprimere in un post indignato.

Il suo realismo non era cinismo. De Gasperi sapeva che la politica obbliga a scegliere fra soluzioni imperfette, ma riteneva che proprio per questo il governante dovesse rispondere moralmente delle conseguenze. Non scaricava le decisioni sull’Europa, sui tecnici, sui mercati, sui giudici, sui giornalisti o su qualche oscuro complotto internazionale. Si informava, ascoltava, decideva e infine metteva il proprio nome sotto la scelta. Oggi, al contrario, il potere ama moltissimo firmare le vittorie e lasciare le sconfitte senza padre: esse vengono regolarmente attribuite all’“eredità ricevuta”, ai “vincoli esterni” o a un algoritmo evidentemente ostile alla sovranità popolare.
C’era poi in De Gasperi il senso del limite. Dopo il 18 aprile 1948 la Democrazia Cristiana disponeva della maggioranza assoluta alla Camera. Avrebbe potuto governare da sola; egli confermò invece la coalizione con liberali, repubblicani e socialdemocratici. Non scambiò la vittoria elettorale per un’unzione divina e non considerò il 48 per cento dei voti una licenza di occupazione dello Stato. Aveva compreso che la democrazia non consiste soltanto nel contare i voti, ma nell’impedire che chi li ha contati si senta autorizzato a fare qualunque cosa.
Questa lezione sembra oggi scritta in una lingua morta. La maggioranza considera spesso il Parlamento un intralcio burocratico; l’opposizione confonde il controllo democratico con la produzione seriale di apocalissi; entrambe parlano quasi esclusivamente ai propri sostenitori. L’avversario non è più qualcuno con cui contendere il governo del Paese, ma un abusivo morale da espellere dalla comunità nazionale. Si governa contro qualcuno molto più facilmente di quanto si governi per qualcosa.
De Gasperi, che aveva conosciuto il carcere fascista, sapeva invece dove conduce la delegittimazione dell’avversario. Fu un anticomunista netto, ma non trasformò i comunisti italiani in cittadini di seconda categoria. Nel luglio 1948, dopo l’attentato a Togliatti, affrontò scioperi e disordini senza approfittarne per mettere fuori legge il Pci. Difese lo Stato senza identificare lo Stato con la propria parte. È una distinzione elementare, e proprio per questo rivoluzionaria nel tempo delle tifoserie permanenti.
Anche il suo cattolicesimo era politicamente adulto. De Gasperi non nascondeva la fede, ma non utilizzava Dio come capolista. Rivendicava l’autonomia del laico, distingueva la responsabilità della Chiesa da quella del partito e non pretendeva di trasformare ogni scelta contingente in un comandamento. Oggi il riferimento religioso viene talvolta ridotto a scenografia identitaria: rosari mostrati nei comizi, presepi mobilitati contro i migranti, crocifissi arruolati nella guerra culturale. De Gasperi pregava molto e ostentava poco. È forse anche per questo che riusciva a distinguere la fede dalla superstizione elettorale.
La sua statura emerge soprattutto nell’idea d’Europa. Non immaginava una comoda agenzia incaricata di distribuire fondi, certificare prodotti e assorbire le colpe dei governi nazionali. Pensava a una comunità politica capace di rendere impossibile una nuova guerra civile europea. Nel 1954 parlò della «nostra patria Europa» e sostenne che l’unificazione dovesse poggiare su un’“idea architettonica” comune, aperta al contributo delle grandi tradizioni democratiche e fondata sulla centralità della persona. Non un superstato senz’anima, dunque, ma neppure un condominio nel quale ventisette inquilini litigano sulle spese mentre il palazzo prende fuoco. Il Parlamento europeo conserva quel discorso tra i testi fondamentali della costruzione comunitaria.
L’Europa di oggi sembra spesso sospesa fra l’impotenza e la nostalgia della potenza. Ogni crisi — energia, difesa, immigrazione, competitività — produce solenni dichiarazioni comuni e ventisette calcoli nazionali. Il rapporto Draghi ha indicato rallentamento della produttività, costi energetici, declino demografico e concorrenza globale come minacce strutturali alla prosperità europea; il rischio, tuttavia, è che anche una diagnosi così grave venga digerita dal consueto apparato di vertici, calendari e “road map”, cioè dalla raffinata arte comunitaria di trasformare l’urgenza in una cartella di documenti.
Sull’Ucraina l’Unione continua ufficialmente a difendere sovranità, integrità territoriale e principio secondo cui i confini non possono essere modificati con la forza; nello stesso tempo riconosce la necessità di ridurre le dipendenze strategiche e colmare le lacune della difesa europea. Ma fra la proclamazione e l’azione si apre il solito abisso, nel quale prosperano sovranisti a giorni alterni: inflessibili quando si tratta di difendere il confine nazionale, sorprendentemente comprensivi quando un’autocrazia invade quello altrui.
De Gasperi avrebbe probabilmente trovato grottesca l’idea che l’interesse nazionale consista nel restare soli. La sua esperienza gli aveva insegnato il contrario: un Paese debole difende meglio la propria indipendenza costruendo alleanze e istituzioni comuni. Non si inginocchiò davanti agli Stati Uniti, ma comprese che senza il sostegno americano l’Italia non avrebbe avuto né sicurezza né ricostruzione. Non rinunciò alla patria; cercò di sottrarla alla condanna di essere, ancora una volta, troppo piccola per governare il proprio destino e abbastanza grande per provocare disastri.
Naturalmente De Gasperi non fu infallibile. Commesse errori, sottovalutò tensioni sociali, difese una legge elettorale molto contestata e guidò un sistema politico destinato a irrigidirsi. Ma la sua grandezza non consiste nell’aver sempre avuto ragione. Consiste nell’aver concepito il potere come qualcosa di temporaneo, limitato e finalizzato. Non chiedeva che cosa una decisione avrebbe fatto guadagnare al suo personaggio, ma che cosa avrebbe lasciato al Paese.
È precisamente ciò che manca alla politica contemporanea: non l’intelligenza, che abbonda; non la comunicazione, che tracima; ma il senso storico delle conseguenze. Abbiamo leader che misurano ogni parola sulle oscillazioni quotidiane del consenso e quasi nessuno disposto a perdere voti per costruire qualcosa che durerà vent’anni. De Gasperi edificava istituzioni che non avrebbe controllato per sempre. I suoi successori troppo spesso costruiscono palcoscenici che non sopravvivono alla chiusura del collegamento televisivo.
Non serve dunque rimpiangere De Gasperi come si rimpiange la Merkel ritratta in un museo o un’Europa che forse non è mai esistita nella forma idealizzata dalla memoria. Serve domandarsi perché una classe politica uscita dalla dittatura, dalla guerra e dalla miseria seppe immaginare il futuro, mentre una classe dirigente incomparabilmente più ricca, istruita e connessa sembra specializzata nell’amministrazione rancorosa del presente.
La risposta, forse, è semplice. De Gasperi sapeva che la politica comincia quando finisce la propaganda. Noi, da qualche tempo, abbiamo deciso di fermarci un attimo prima.
