di Gianni Lattanzio
Alcide De Gasperi non è soltanto una figura fondamentale della storia repubblicana: è una domanda rivolta al nostro tempo. Una domanda esigente, tutt’altro che commemorativa. Che cosa significa difendere una nazione senza chiuderla nel rancore? Come si esercita la sovranità in un mondo nel quale nessuna sovranità, da sola, è ormai sufficiente? Dove passa il confine tra realismo e cinismo, tra difesa della sicurezza e sacrificio della libertà, tra fedeltà alle alleanze e rinuncia alla propria dignità politica?
Sono interrogativi che ritornano, con la forza delle cose ineludibili, nell’Europa delle guerre, delle insicurezze energetiche, delle migrazioni, delle transizioni tecnologiche e climatiche, della competizione fra potenze continentali, della crisi del diritto internazionale. Ed è per questo che De Gasperi, uomo interamente appartenuto al suo secolo, appare oggi così vicino. Non perché ci offra soluzioni preconfezionate, ma perché indica un metodo: la politica come esercizio di responsabilità, la democrazia come limite e forma del potere, l’Europa come condizione della libertà concreta dei popoli.
De Gasperi fu europeo prima ancora che l’Europa diventasse un’istituzione. Lo fu per biografia, per cultura e per destino. Nato a Pieve Tesino, nel Trentino allora parte dell’Impero austro-ungarico, formò la propria coscienza in una terra di confine, dove le identità non erano mai monolitiche e i confini non erano mai soltanto linee sulle carte geografiche. Conobbe la pluralità linguistica e culturale dell’Europa centrale, il disfacimento degli imperi, la tragedia della guerra, l’ascesa del fascismo, la persecuzione politica e il carcere. Poi visse la disfatta dell’Italia, il peso della sconfitta, l’urgenza di restituire a un Paese ferito non soltanto pane e lavoro, ma una ragione alta per tornare a stare nel mondo.

La sua esperienza gli aveva insegnato che la storia non è un meccanismo immodificabile, né una prigione costruita dalla geografia, dal sangue o dalle presunte “essenze” dei popoli. È invece il terreno, accidentato e spesso drammatico, sul quale agiscono scelte, errori, intuizioni, coraggio, debolezze e responsabilità umane. È una lezione tanto semplice quanto decisiva, soprattutto in un tempo nel quale si diffonde una geopolitica semplificata, pronta a descrivere i conflitti come fatalità eterne e le nazioni come organismi condannati a obbedire a interessi immutabili.
De Gasperi sapeva, al contrario, che una nazione non è un destino biologico e che l’interesse nazionale non è una formula assoluta. Una nazione è una comunità storica, politica e morale; cambia con i suoi cittadini, con le sue istituzioni, con le sue scelte. L’interesse nazionale non può essere separato dalla qualità della democrazia, dalla dignità delle persone, dalla fedeltà al diritto, dalla capacità di contribuire a un ordine internazionale più giusto. Per questo la sua idea d’Italia fu sempre inseparabile da un’idea di Europa.
Il 10 agosto 1946, alla Conferenza di pace di Parigi, De Gasperi pronunciò uno dei discorsi più alti della vicenda italiana contemporanea. Di fronte ai vincitori, in un Paese schiacciato dalla propria condizione di ex nemico, rivendicò il dovere di parlare “come italiano”, per difendere la vitalità del suo popolo; ma insieme il diritto di parlare “come democratico antifascista”, in nome di una Repubblica nuova, nata dalla rottura con il fascismo e dalla promessa di una democrazia pluralista.
Quella formula non era una concessione retorica alla sensibilità del momento. Era una definizione rigorosa della legittimità internazionale dell’Italia repubblicana. L’Italia non poteva rialzarsi rivendicando soltanto il proprio passato, la propria posizione geografica o i propri interessi economici. Doveva riacquistare credibilità attraverso la democrazia; attraverso il riconoscimento delle proprie responsabilità; attraverso la costruzione di un legame indissolubile fra la Costituzione che si preparava a darsi e il posto che avrebbe chiesto di occupare nel mondo.
In questo si riconosce il nucleo della sua etica della responsabilità. Max Weber aveva opposto, in una pagina celebre, l’etica della convinzione all’etica della responsabilità. La prima interroga la purezza dell’intenzione; la seconda costringe a fare i conti con le conseguenze prevedibili delle proprie azioni. Ma leggere De Gasperi attraverso Weber non significa dipingerlo come un uomo di freddo calcolo, né attribuirgli una politica priva di fede e di princìpi. Al contrario. La responsabilità, nella sua esperienza, è il modo attraverso il quale i princìpi si sottraggono all’astrazione e diventano storia.
Non esiste politica democratica che possa accontentarsi dell’innocenza delle parole. Governare significa decidere dentro limiti reali, scegliere fra beni spesso confliggenti, misurarsi con conseguenze non sempre desiderabili. Per De Gasperi, guidare l’Italia del dopoguerra significava affrontare la devastazione economica, la disoccupazione, la fragilità delle istituzioni, le lacerazioni sociali, la forza dei grandi partiti di massa, la pressione delle potenze vincitrici, il rischio concreto che la Guerra fredda trasformasse la penisola in una delle sue principali linee di faglia.
In quelle condizioni, nessuna scelta era semplice. La collaborazione con gli Stati Uniti era necessaria, per ragioni economiche e di sicurezza. Il Piano Marshall offrì all’Italia risorse essenziali, accesso a valuta forte, materie prime, tecnologia e una prospettiva di integrazione nella ricostruzione europea. Ma esso non fu soltanto un trasferimento di risorse: rappresentò l’ingresso dell’Italia in una rete di interdipendenze economiche e politiche che avrebbero gradualmente reso possibile l’Europa comunitaria.
De Gasperi comprese il carattere inevitabilmente asimmetrico del rapporto con Washington. Gli Stati Uniti erano la potenza decisiva del mondo occidentale; l’Italia era un Paese sconfitto, debole, esposto, bisognoso di sostegno. Eppure non accettò mai che l’alleanza diventasse subalternità. In lui convivono gratitudine e vigilanza, consapevolezza e diffidenza, adesione all’Occidente e rifiuto di ogni automatismo ideologico. La sua fu un’amicizia atlantica senza servilismo, una lealtà capace di custodire il diritto al dissenso e la dignità di una democrazia giovane.
È qui che l’etica della responsabilità si rivela nella sua forma più alta. De Gasperi non ignorava la minaccia rappresentata dal comunismo sovietico, né sottovalutava le tensioni interne della Repubblica italiana. Ma rifiutò che l’anticomunismo si trasformasse in una licenza per sospendere il pluralismo, restringere le libertà o alterare le fondamenta antifasciste dell’ordine costituzionale. Gli Stati Uniti arrivarono a sollecitare, in più occasioni, misure più radicali contro il PCI e la CGIL, fino all’ipotesi di mettere fuori legge il Partito comunista. De Gasperi oppose una fermezza che, vista a distanza, appare ancora più significativa: non era possibile uscire dalla Costituzione nel tentativo di sopprimere i comunisti senza mettere in pericolo la stessa esistenza della democrazia italiana.[Allegato]
Quella posizione non fu neutralità né debolezza. Fu, precisamente, responsabilità. Egli comprese che le democrazie, per difendersi, non possono assumere i metodi di ciò che combattono. Che la sicurezza, se viene separata dalla libertà, diventa paura organizzata. Che l’Occidente, se rinuncia allo Stato di diritto in nome della propria difesa, tradisce il fondamento stesso della propria superiorità politica e morale.
Questa è una lezione che oggi torna a interpellarci con urgenza. Nel tempo delle guerre vicine, degli attentati, delle minacce ibride, delle campagne di disinformazione e della radicalizzazione politica, le società democratiche sono sottoposte a una pressione costante. La domanda sulla sicurezza è legittima e non può essere elusa. Ma la risposta non può consistere nel fare della paura il principio ordinatore della vita pubblica. Non può consistere nella compressione sistematica delle garanzie, nella delegittimazione del dissenso, nella trasformazione del pluralismo in sospetto, nella riduzione dell’avversario a nemico interno.
L’etica della responsabilità impone un’altra strada: garantire sicurezza senza abbandonare il diritto; difendere le frontiere senza dimenticare la dignità umana; contrastare le interferenze ostili senza degradare la libertà di informazione; governare le migrazioni senza ridurre le persone a problemi da respingere; promuovere la competitività senza sacrificare la coesione sociale. È la politica adulta, che non promette l’impossibile ma non accetta che l’inevitabile sia l’ingiustizia.
De Gasperi intuì che l’Europa poteva essere lo spazio politico nel quale questa maturità sarebbe diventata possibile. Non un continente senza popoli, ma una comunità di popoli; non una burocrazia sostitutiva delle democrazie nazionali, ma un livello di decisione necessario per affrontare problemi che travalicano le frontiere; non la fine della sovranità, ma la sua trasformazione.
Dopo due guerre mondiali, la sovranità intesa come potere assoluto dello Stato di decidere per sé contro gli altri aveva prodotto il suo fallimento storico. La sovranità europea doveva diventare capacità comune: di garantire pace, ricostruzione, sicurezza, sviluppo, giustizia sociale e voce nel mondo. Per questo De Gasperi, insieme a Schuman e Adenauer, comprese che l’integrazione non poteva fermarsi a una cooperazione episodica fra governi. Aveva bisogno di istituzioni, di regole comuni, di interessi condivisi, di un diritto sovranazionale capace di rendere stabile la riconciliazione.
La Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio fu l’inizio concreto di questa rivoluzione silenziosa: porre sotto un’autorità comune le risorse che avevano alimentato la guerra. Trasformare carbone e acciaio, simboli dell’industria bellica, in strumenti di pace. Rendere l’interdipendenza non una vulnerabilità subita, ma una scelta politica. E quando De Gasperi sostenne con forza il progetto della Comunità Europea di Difesa, non inseguiva un’utopia astratta. Cercava di dare all’Europa una responsabilità strategica, convinto che la pace non può essere affidata per sempre alla protezione altrui e che la sicurezza, se vuole essere durevole, deve diventare una responsabilità condivisa.
Quel progetto fallì nel 1954, ma la sua domanda è ancora qui, davanti a noi. In un continente nel quale la guerra è tornata a mostrare il suo volto, l’Europa può limitarsi a essere un grande mercato protetto da altri? Può affidare a soggetti esterni le decisioni ultime sulla propria sicurezza? Può continuare a frammentare investimenti, programmi industriali, sistemi tecnologici e strategie di difesa, mentre attorno a essa si consolidano potenze continentali capaci di agire con rapidità, risorse e continuità?
La risposta non richiede una retorica militarista. Richiede lucidità. L’Europa deve rafforzare la propria capacità di difesa e sicurezza, rendendola compatibile e complementare all’Alleanza Atlantica, ma non dipendente dalla rinuncia a ogni autonomia politica. Deve proteggere infrastrutture critiche, reti energetiche, capacità industriali, spazi digitali, democrazie e libertà civili. Deve sviluppare una politica estera realmente comune, capace di superare le paralisi dell’unanimità quando sono in gioco interessi e valori fondamentali. Deve acquisire, in definitiva, quella capacità di azione che sola permette di trasformare la potenza in responsabilità.
Per l’Italia, tutto questo non è un capitolo di politica estera fra gli altri. È il luogo nel quale si decide il suo futuro. L’Italia non può immaginarsi come una periferia dell’Europa, né come una nazione costretta a scegliere fra una vocazione mediterranea e una vocazione europea. Il Mediterraneo non è il margine dell’Unione: è una delle sue frontiere decisive, forse la più complessa e rivelatrice.
Nelle acque del Mediterraneo si incontrano le grandi questioni della nostra epoca: migrazioni, cambiamento climatico, sicurezza alimentare, sviluppo energetico, rotte commerciali, guerre regionali, instabilità politica, disuguaglianze demografiche, traffici criminali, crisi umanitarie. Guardare al Mediterraneo con gli occhi di De Gasperi significa rifiutare tanto il velleitarismo nazionale quanto l’inerzia europea. Significa fare dell’Italia una forza propositiva, capace di portare la questione mediterranea nel cuore dell’agenda dell’Unione e di costruire una politica euro-africana non fondata sulla paura, ma su responsabilità reciproche.
Non esiste politica migratoria credibile che si esaurisca nel controllo delle frontiere. Il controllo è necessario, come è necessario il contrasto ai trafficanti e il governo ordinato dei flussi. Ma è insufficiente se non viene accompagnato da canali legali, accordi trasparenti, cooperazione per lo sviluppo, protezione effettiva dei diritti fondamentali, percorsi di integrazione, investimenti in formazione e lavoro. Nessun confine sarà davvero sicuro se sulle sue sponde continueranno a crescere guerre, disuguaglianze, collassi ambientali e disperazione. Nessuna politica europea potrà dirsi responsabile se si limita a esternalizzare il problema verso Paesi più fragili, spesso privi di garanzie adeguate per la dignità delle persone.
La stessa responsabilità vale per l’economia. L’Europa non può essere soltanto un mercato; deve tornare a essere un progetto di sviluppo. La grande transizione ecologica e digitale non può essere lasciata alla sola logica finanziaria, né tradursi in una nuova frattura tra aree forti e aree vulnerabili, tra chi dispone delle competenze e chi resta escluso, tra generazioni protette e generazioni consegnate alla precarietà. Una politica europea responsabile deve saper coniugare competitività, innovazione, giustizia sociale e sostenibilità. Deve investire nella scuola, nell’università, nella ricerca, nella salute, nella cultura, nelle reti energetiche, nelle filiere strategiche e nella capacità di produrre conoscenza.
L’Italia ha, in questa sfida, risorse che non deve sottovalutare: una grande tradizione manifatturiera, una ricchezza culturale senza pari, università e centri di ricerca di qualità, una posizione geografica unica, una diffusa presenza nel mondo attraverso le proprie comunità, un patrimonio giuridico e costituzionale di altissimo valore. Ma tali risorse diventano forza soltanto se vengono collocate dentro una strategia europea. Il vero interesse nazionale italiano non è un’Europa più debole, perché un’Europa debole renderebbe l’Italia più esposta, più dipendente, più marginale. Il vero interesse nazionale è un’Europa capace di decidere, investire, proteggere e parlare con una voce più autorevole nel mondo.
Questo ci conduce al tema delle istituzioni internazionali. Il multilateralismo è oggi in una crisi profonda. Le Nazioni Unite sono spesso paralizzate dalla struttura del Consiglio di Sicurezza e dai veti delle grandi potenze. Il diritto internazionale viene sfidato apertamente dall’uso della forza. Le istituzioni economiche globali faticano a governare disuguaglianze, crisi finanziarie, debiti sovrani, catene di produzione e conflitti commerciali. Il clima avanza più rapidamente della cooperazione; la rivoluzione tecnologica supera la capacità regolativa degli Stati; il mondo sembra talvolta consegnato alla logica delle sfere di influenza.
Sarebbe tuttavia un errore grave confondere l’impotenza delle istituzioni esistenti con l’inutilità delle istituzioni. Quando il diritto internazionale è debole, non si espande la libertà delle nazioni: si espande l’arbitrio dei più forti. Quando il multilateralismo fallisce, non torna una sovranità piena e rassicurante: crescono le dipendenze, le zone grigie, le pressioni economiche, i ricatti energetici, le guerre per procura, il dominio tecnologico di pochi attori globali.
L’Europa deve essere protagonista di un multilateralismo nuovo: più rappresentativo, più democratico, più capace di dare voce al Sud globale, all’Africa, all’America Latina e alle grandi società che reclamano un posto non subordinato nella definizione delle regole mondiali. Deve contribuire a costruire una governance del clima fondata sulla giustizia; una regolazione dell’intelligenza artificiale che metta la persona e la democrazia al centro; una finanza internazionale che non abbandoni i Paesi vulnerabili alla spirale del debito; un commercio globale che incorpori lavoro dignitoso, tutela ambientale e reciprocità.
Non è idealismo astratto. È l’unica forma moderna del realismo. Perché in un mondo interdipendente, nessuna sicurezza può essere soltanto nazionale, nessuna prosperità può essere garantita in un oceano di povertà, nessuna democrazia può restare indifferente se attorno a sé crescono autoritarismo, guerra e disgregazione sociale.
De Gasperi, in fondo, ci consegna una definizione severa e luminosa dell’azione politica. La politica non è l’arte di promettere ciò che non si può mantenere, né l’abilità di trasformare le paure in consenso. Non è neppure il rifugio di una purezza impotente che rifiuta di misurarsi con i vincoli del reale. È la responsabilità di scegliere, di prevedere, di rendere conto; è il dovere di tenere insieme il presente e l’avvenire, gli interessi immediati e i princìpi che permettono a una comunità di non smarrirsi.
L’etica della responsabilità non è prudenza pavida. È coraggio disciplinato. È la capacità di dire no a una scorciatoia quando quella scorciatoia mette in pericolo la libertà; di resistere alle pressioni degli alleati quando esse contraddicono la dignità costituzionale; di accettare compromessi senza chiamare compromesso ogni cedimento; di costruire pace senza ignorare le minacce; di pensare la sicurezza senza sacrificare le persone.
Oggi l’Europa ha bisogno di questo coraggio. Ha bisogno di smettere di oscillare tra l’illusione dell’irrilevanza protetta e la tentazione della potenza senza scrupoli. Ha bisogno di diventare una comunità politica adulta: capace di difendere le proprie democrazie, di promuovere sviluppo e coesione, di garantire sicurezza, di assumere la responsabilità del proprio vicinato, di offrire al mondo un modello di cooperazione fondato sul diritto e non sulla sopraffazione.
Per l’Italia, questo è il punto decisivo. Essere fedeli a De Gasperi non significa pronunciare ritualisticamente il suo nome, né limitarsi a celebrare una stagione irripetibile. Significa accettare il peso della sua domanda: quale Paese vogliamo essere nell’Europa che viene? Un Paese che lamenta i propri vincoli o un Paese che costruisce le regole comuni? Un Paese che cerca protezione senza offrire responsabilità o un Paese che sa mettere la propria storia, la propria cultura, la propria posizione mediterranea e la propria vocazione europea al servizio di un progetto più grande?
L’Europa non è perfetta, e non sarà mai esente da contraddizioni. Ma resta il più ambizioso tentativo della storia moderna di sostituire alla guerra la cooperazione, alla dominazione il diritto, alla solitudine degli Stati la forza della comunità. Difenderla, riformarla, renderla più democratica ed efficace non è un atto di fede ingenua: è una scelta di realismo, di libertà e di responsabilità.
Questa, oggi, è la lezione più viva di Alcide De Gasperi. La sovranità non è gridare più forte degli altri. È avere la forza di partecipare alla costruzione di un destino comune. E l’Europa, se saprà ritrovare il coraggio della propria responsabilità, potrà ancora essere non soltanto un luogo sulla carta del mondo, ma una promessa politica per il futuro dell’umanità.

