di Gianni Lattanzio
Ci sono luoghi che appaiono marginali soltanto a uno sguardo distratto, abituato a misurare l’importanza delle cose con la distanza dalle metropoli, con il numero degli abitanti o con l’intensità dei flussi economici. Poi vi sono luoghi che, proprio nella loro apparente lontananza, custodiscono una capacità rara: quella di evocare il mondo. Torricella Peligna è uno di questi. Nel cuore dell’Abruzzo interno, tra paesaggi che portano ancora l’impronta delle partenze e delle attese, il John Fante Festival “Il dio di mio padre” rinnova ogni anno un gesto insieme letterario e civile: restituisce a un borgo la sua centralità, facendo della memoria dell’emigrazione una materia viva, interrogante, capace di generare futuro.


Dal 20 al 23 agosto, la XXI edizione del Festival riporta nel paese abruzzese scrittori, lettori, studiosi e persone provenienti da percorsi diversi, ma unite dal desiderio di riconoscersi nelle grandi domande che la letteratura di John Fante continua a porre. Figlio di emigrati abruzzesi negli Stati Uniti, Fante non ha raccontato soltanto un’esperienza individuale: ha dato forma, con una lingua aspra e luminosa, alle inquietudini dell’appartenenza, alla ferita della distanza, al difficile rapporto tra le ambizioni del nuovo mondo e la memoria tenace della casa lasciata alle spalle. È per questo che il suo nome, qui, non è una semplice intitolazione. È una chiave di lettura del presente.
Il John Fante Festival non coincide con la celebrazione di un autore, per quanto grande e necessario. È piuttosto un luogo nel quale una comunità si sottrae al destino di essere considerata periferia e afferma il proprio diritto a diventare centro di pensiero, di incontro, di racconto. In giorni come questi, un paese non si limita a ospitare eventi: torna a essere una piazza nel senso più antico e più alto della parola, uno spazio nel quale le storie private diventano discorso pubblico, le biografie individuali si incontrano con la storia collettiva, la letteratura si fa esercizio di cittadinanza.
Questa funzione assume un valore particolare per l’Abruzzo delle aree interne, dove il tema dello spopolamento non può essere liquidato come un dato statistico né affrontato con la sola grammatica dell’emergenza. Le aree interne abruzzesi comprendono 202 comuni, circa due terzi del totale regionale, e sono quelle nelle quali più si avvertono le conseguenze della perdita demografica, dell’invecchiamento della popolazione e dell’indebolimento dei servizi. Tuttavia, sarebbe un errore consegnare questi paesi alla malinconia della fine. Un territorio smette davvero di vivere non quando diminuisce il numero dei suoi abitanti, ma quando perde la capacità di immaginarsi; quando smarrisce le parole per raccontarsi e le ragioni per chiamare qualcuno a restare, a tornare o semplicemente a venire.

La cultura non può sostituire la scuola, la sanità, il lavoro, i trasporti e le infrastrutture digitali: nessuna retorica deve farcelo dimenticare. Ma la cultura possiede una funzione preliminare e decisiva. Produce desiderio di luogo. Fa emergere la qualità invisibile dei territori. Trasforma una comunità in una narrazione condivisa e, dunque, in un possibile progetto. Un festival letterario non risolve da solo la questione delle aree interne, ma può rendere nuovamente pensabile ciò che troppo spesso appare impossibile: che un paese sia un luogo nel quale abitare, creare, investire, incontrarsi e costruire relazioni.
Il Premio Italia Radici nel Mondo si colloca precisamente dentro questa prospettiva. Esso costituisce uno dei momenti più significativi del Festival perché trasforma la scrittura in una forma di ascolto rivolta all’Italia oltre l’Italia. Il Premio è destinato alle italiane e agli italiani residenti all’estero, nonché agli italodiscendenti, e accoglie racconti inediti capaci di esplorare le molte forme dell’identità migrante. È nato nel 2024, nell’ambito dell’Anno delle radici italiane nel mondo promosso dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, per iniziativa del John Fante Festival e del Piccolo Festival delle Spartenze – Migrazioni e Cultura.
Il suo valore risiede anzitutto nello sguardo che propone. Per troppo tempo l’emigrazione italiana è stata raccontata come una stagione conclusa, racchiusa nella fotografia in bianco e nero di un piroscafo, di una valigia di cartone, di un saluto sul molo. Quelle immagini conservano una verità profonda, ma non bastano più. L’Italia continua a partire. Continua a esistere fuori dai propri confini. Continua a generare comunità in cui il rapporto con le origini si trasforma, cambia lingua, attraversa generazioni, assume forme nuove e talvolta imprevedibili.
Il Premio riconosce con lucidità questa complessità, rivolgendosi tanto alla nuova emigrazione quanto alle discendenze dell’emigrazione storica. Da una parte vi sono giovani ricercatori, lavoratori, professionisti e famiglie che scelgono o sono costretti a costruire altrove una parte della propria esistenza; dall’altra vi sono coloro che sono nati in Argentina, negli Stati Uniti, in Canada, in Australia, in Europa o altrove, e che custodiscono dell’Italia un’eredità familiare, linguistica, affettiva o simbolica. L’italianità, in questi percorsi, non è mai un blocco monolitico: è una forma di fedeltà che si rinnova, una presenza che può sopravvivere alla distanza e persino alla perdita della lingua.
La prima edizione del Premio era dedicata alle “radici plurime”, formula felice perché libera la parola radici da ogni suggestione di chiusura. Le radici plurime non sono incertezza, né appartenenza diminuita. Sono il contrario: sono la consapevolezza di poter abitare più mondi senza tradirne nessuno. Sono la lingua che cambia fra casa e lavoro, la memoria di un nonno che convive con la cittadinanza di un altro Paese, il desiderio di cercare un paese mai visto ma raccontato per tutta una vita. L’identità non come recinto, dunque, ma come spazio di relazione.
La seconda edizione, dedicata alle donne in emigrazione, aggiunge a questo percorso un elemento di particolare profondità. Restituire centralità alle donne significa correggere una rimozione ricorrente della memoria migratoria. La storia dell’emigrazione è stata spesso rappresentata attraverso l’epica maschile del lavoro, della miniera, del cantiere, della fabbrica, del viaggio compiuto da soli per aprire una strada alla famiglia. Ma dietro, accanto e dentro quella storia vi sono state donne che hanno conosciuto la partenza e l’attesa, il lavoro e la cura, la separazione e il ricongiungimento; donne che hanno costruito reti di solidarietà nei Paesi di arrivo e hanno preservato, nella vita quotidiana, un patrimonio di parole, gesti, cibi, feste e ricordi.
Molte di loro sono state migranti autonome; molte altre hanno tenuto insieme, con una forza silenziosa, famiglie divise dall’oceano e dai confini. Hanno trasformato la casa in un luogo di trasmissione culturale, hanno insegnato ai figli a riconoscere un nome, una ricetta, una devozione, un accento; hanno reso possibile la continuità delle comunità italiane nel mondo. Raccontare le donne in emigrazione non significa aggiungere una nota laterale alla grande storia delle partenze. Significa restituire a quella storia la sua struttura più autentica e la sua voce più profonda. Il tema è al centro della seconda edizione del Premio, i cui finalisti saranno annunciati nel corso del Festival.
L’Abruzzo, del resto, conosce bene il prezzo e la grandezza dell’emigrazione. Tra il 1876 e il 1976, gli Abruzzi registrarono complessivamente oltre 1,2 milioni di emigranti. È una cifra che va oltre la sua imponenza numerica: rappresenta una trasformazione antropologica. Dietro quei numeri vi sono paesi svuotati, case rimaste chiuse, famiglie spezzate dalla distanza, ma anche rimesse che hanno sostenuto economie fragili, associazioni nate all’estero, feste patronali replicate in altri continenti, legami che non hanno cessato di alimentare il rapporto con i luoghi di origine.
Dalla fine dell’Ottocento, artigiani, muratori, lavoratori agricoli e piccoli proprietari abruzzesi si diressero soprattutto verso gli Stati Uniti, l’Argentina e il Brasile. Nel secondo dopoguerra, le rotte migratorie interessarono con forza anche il Belgio, la Svizzera, la Francia, la Germania, il Canada e l’Australia. L’Abruzzo è stato, dunque, una regione che ha imparato a esistere in forma disseminata: non soltanto dentro i suoi confini amministrativi, ma attraverso una geografia morale e affettiva che si estende nel mondo.
Il Premio Italia Radici nel Mondo assume allora un significato che eccede la pur importante dimensione competitiva. È un laboratorio di italianità contemporanea e, insieme, un archivio vivo della diaspora. Attraverso i racconti, le comunità italiane all’estero non vengono ridotte a un oggetto di celebrazione o a una fotografia immobile del passato. Vengono riconosciute come soggetti capaci di parola, portatori di un’esperienza complessa, di una memoria in movimento, di una visione del Paese che può essere particolarmente preziosa proprio perché maturata nella distanza.
La pubblicazione dell’antologia Sconfinamenti, che riunisce quindici racconti di autrici e autori finalisti della prima edizione, dà forma concreta a questa ambizione. Il titolo evoca bene la condizione di chi attraversa confini geografici, linguistici e culturali senza smarrire necessariamente se stesso. Sconfinare non è soltanto lasciare: può essere anche ritrovare, mescolare, inventare una nuova grammatica dell’appartenenza. La letteratura ha qui un compito che le statistiche non possono assolvere. I dati ci dicono quanti sono partiti, dove risiedono, quali saldi demografici producono; i racconti dicono che cosa significa partire, che cosa resta di una lingua, quali immagini abitano il ricordo, quale emozione produce il ritorno al paese di un padre o di un nonno.
Questa ricchezza narrativa dovrebbe interrogare anche le politiche pubbliche. Le comunità italiane nel mondo non sono una periferia sentimentale della nazione, da richiamare con formule rituali in occasione delle celebrazioni. Sono una componente viva del sistema Italia: possiedono relazioni, competenze professionali, conoscenza dei mercati, familiarità con società e istituzioni differenti, capacità di mediazione culturale. Rafforzare il rapporto con esse significa valorizzare una straordinaria rete di diplomazia civile, economica e culturale.
Per le aree interne, e per l’Abruzzo in modo particolare, ciò può tradursi in un’opportunità concreta. Riannodare il rapporto con chi è partito e con i discendenti di chi è partito vuol dire promuovere il turismo delle radici, sostenere la ricerca genealogica, costruire scambi universitari e culturali, favorire reti imprenditoriali, accompagnare il recupero del patrimonio abitativo e creare occasioni di investimento. Chi torna nel paese di origine della propria famiglia non cerca soltanto un indirizzo o una fotografia: cerca un incontro con la propria storia. È compito delle istituzioni locali, delle associazioni, degli archivi e delle comunità saper rendere quell’incontro possibile.
L’esempio di un figlio dell’emigrazione abruzzese in Australia che sceglie di investire a Pacentro è emblematico. In quel gesto convivono un legame affettivo e una decisione economica; una memoria privata e una possibile risorsa collettiva. Se un territorio offre servizi, connettività, procedure amministrative semplici, interlocutori affidabili e una visione di sviluppo, la nostalgia può diventare progetto. Può tradursi nel recupero di una casa, nell’apertura di un’attività, nella promozione di un borgo, nella creazione di lavoro e di relazioni internazionali. Le radici non bastano, ma possono essere il principio di un nuovo investimento di fiducia.
È qui che il John Fante Festival e il Premio Italia Radici nel Mondo mostrano la loro forza più autentica. Essi non propongono una consolatoria celebrazione del passato. Invitano, al contrario, a interrogare il presente e a progettare il futuro. Affermano che i borghi non sono condannati all’irrilevanza se sanno diventare luoghi di cultura, di relazione e di apertura; che l’emigrazione non è soltanto una ferita da commemorare, ma una rete umana da riattivare; che l’identità italiana non si consuma nella distanza, ma può diventare più ricca quando accetta di misurarsi con il mondo.
In un tempo in cui le parole “radici” e “confini” vengono troppo spesso ridotte a strumenti di contrapposizione, Torricella Peligna offre una lezione più alta. Le radici non sono il contrario del viaggio. Sono ciò che rende il viaggio intelligibile. Non sono una catena che trattiene, ma una trama che accompagna. E quando una comunità riesce a custodire questa trama e a farne cultura, un piccolo paese può tornare a essere — senza enfasi, ma con piena legittimità — un luogo del mondo.

