di Ranieri de Ferrante
La Russia ha dietro di sé una storia ormai quasi millenaria, nella quale la democrazia non ha sostanzialmente mai recitato un ruolo. Questo comporta occasioni di progresso perdute, alcune parte della storia recente. Putin è solo l’ultima espressione di una struttura politica e sociale che ha impedito ad una nazione grande di diventare veramente grande: al massimo, una grande (o meglio, temuta) potenza militare grazie all’Atomica.
E, se il futuro che mi sembra di vedere nella palla di cristallo è quello giusto, forse domani neanche quello.
A – Lo specchietto retrovisore: le occasioni perdute
Messico, Norvegia e Primavera araba sono tre specchietti retrovisori: tre esempi che, in forme diverse, mostrano ciò che la Russia avrebbe potuto diventare, ciò che avrebbe potuto fare della propria fortuna e ciò che avrebbe potuto almeno tentare. Dopo averli guardati diventa inevitabile chiedersi perché quelle strade siano rimaste chiuse e se i tre fallimenti abbiano una causa comune.
Russia e Messico: la possibilità perduta
Russia e Messico appartengono grosso modo alla stessa classe dimensionale per popolazione ed economia, ma hanno scelto direzioni opposte. Il Messico, pur con violenza, corruzione, diseguaglianze e una lunga esperienza di partito-Stato, ha progressivamente aperto la propria economia verso l’Occidente e l’ha integrata nel sistema produttivo nordamericano. La Russia avrebbe potuto fare qualcosa di analogo verso l’Europa dopo la fine dell’URSS; ha invece progressivamente separato economia e politica dall’Occidente, mantenendo una struttura fortemente dipendente dall’esportazione di materie prime ed energia.
Il confronto non indica nel Messico un modello politico, ma vuole solo suggerire che una economia relativamente importante con un passato autoritario può scegliere l’integrazione invece della chiusura.
Il Messico rappresenta quindi la Russia possibile, quella che avrebbe potuto utilizzare dimensione, risorse, istruzione e prossimità all’Europa per diventare parte sempre più profonda dell’economia occidentale anziché un’economia sempre più chiusa e carbodipendente.
Russia e Norvegia: due modi di gestire la fortuna
Il confronto con la Norvegia elimina invece l’alibi delle risorse. Entrambe affrontano condizioni climatiche difficili ed entrambe hanno ricevuto dalla geologia una straordinaria ricchezza di combustibili fossili. Ma la Norvegia ha trasformato una parte enorme di quella rendita in patrimonio collettivo e intergenerazionale attraverso il suo fondo sovrano; soprattutto, lo ha fatto all’interno di una società nella quale lo Stato forte è il prodotto di individui sociali che gli affidano risorse perché le amministri nell’interesse comune, anche morale. La Russia ha avuto anch’essa fondi sovrani e ha accumulato riserve, ma la logica fondamentale è rimasta diversa: la rendita è innanzitutto risorsa dello Stato, utilizzabile per le esigenze presenti dello Stato, prevalentemente potenza militare e mantenimento della classe dirigente.
Non è dunque il petrolio a produrre il modello politico. La stessa fortuna geologica può alimentare due circuiti opposti: in Norvegia lo Stato è forte perché la società è forte; in Russia lo Stato è forte perché la società è debole.
Russia e Primavera araba: almeno provarci
Il confronto più duro riguarda le società che hanno vissuto a lungo sotto l’autocrazia. Anche gran parte del mondo arabo è arrivata al XXI secolo con istituzioni pluralistiche deboli e una lunga esperienza di potere verticale. La Primavera araba ha tentato di spezzarla. Purtroppo quasi ovunque il risultato è stato deludente o tragico: restaurazioni autoritarie, guerre civili, fondamentalismo, Stati falliti. Società senza istituzioni sufficientemente robuste, classi dirigenti preparate e cultura politica condivisa hanno scoperto che abbattere un dittatore è molto più semplice che costruire una democrazia. Ma hanno provato. La Russia conobbe ancora nel 2011-2012 grandi proteste, e proprio da allora il sistema putiniano ha lavorato sistematicamente per rendere sempre più costoso ripetere quell’esperienza. Oggi la differenza inquietante non è che il mondo arabo sia diventato democratico e la Russia no: è che milioni di arabi hanno almeno immaginato che il rapporto fra governanti e governati potesse essere rovesciato, mentre nella Russia contemporanea, pur composta da persone più colte, sembra essersi progressivamente spenta persino l’aspettativa che valga la pena tentarlo.
Il fallimento della rivolta presuppone che almeno si sia volto ottenere un cambiamento; la passività è uno stadio successivo.
B – Una riflessione: Una società senza massa critica
Tre occasioni diverse, tre occasioni perdute o neanche ipotizzate.
A questo punto la spiegazione non può essere semplicemente Putin: Putin è l’espressione odierna di qualcosa che si è radicato nei secoli ed il cui tratto più persistente sembra essere la verticalità del rapporto fra individuo, società e Stato. Ne consegue la sistematica incapacità di corpi autonomi di raggiungere quella massa critica che consente loro di raggiungere democraticamente il vertice e resistervi.
Nella storia russa lo Stato non si è mai stabilmente trasformato da padrone della società in strumento della società, e l’individuo non è riuscito a diventare pienamente un individuo sociale, parte di una comunità orizzontale capace di organizzarsi, possedere, cooperare e opporre sfere autonome al potere centrale.
Ovviamente non ha senso ipotizzare un homo russicus biologicamente “soggetto”. È più utile pensare allo svizzero che rispetta rigorosamente il limite di velocità finché guida in Svizzera e cambia comportamento appena attraversa il confine (esperienza personale …): non esiste l’automobilista elvetico, esiste l’elvetico dentro un sistema di incentivi, sanzioni e aspettative.
Allo stesso modo, un sistema che per generazioni rende costoso essere autonomi e conveniente conformarsi, finisce per produrre il comportamento necessario alla propria riproduzione. Servo della gleba, operaio sovietico, soldato mandato a morire, funzionario, imprenditore: tutti uomini collocati in un ambiente nel quale l’iniziativa indipendente può costare carriera, patrimonio, libertà, vita. Chi non accetta la verticalità viene represso, espulso o cooptato; chi emerge può farlo all’interno della struttura verticale, non costruendo qualcosa di autonomo da essa.
È un processo di selezione culturale e istituzionale, non genetica quindi in senso biologico, ma ormai autoriproducente: lo Stato premia obbedienza e appartenenza, reprime o espelle autonomia e produce una società civile debole che, quando il centro cede e arriva il disordine, torna a chiedere o almeno ad accettare un altro centro forte.
Soprattutto, il dissenso rimane atomizzato. Dieci milioni di individui contrari al potere non costituiscono necessariamente un contropotere; centomila persone capaci di riconoscersi, organizzarsi e finanziarsi possono esserlo. Il sistema russo ha impedito che proprietà, impresa, Chiesa, stampa, associazioni o opposizione politica agissero da catalizzatori fino a raggiungere massa critica. Le aperture del 1905, del febbraio 1917, della perestrojka e degli anni Novanta non hanno consolidato un ordine alternativo; Putin ha concluso il ciclo più recente offrendo ordine in cambio di autonomia e grandezza dello Stato in cambio della debolezza della società.
Il concetto di proprietà mostra questa continuità con particolare chiarezza. Nella Russia moscovita e poi zarista il rapporto fra terra, rango e servizio al sovrano fu molto più stretto che nell’Europa occidentale: il pomest‘e nasceva come possesso “connesso al servizio”, mentre anche nella Francia assolutista la proprietà aristocratica costituiva più nettamente una sfera patrimoniale autonoma dalla Corona. I sistemi giuridici cambiano, ma in Russia la debolezza della proprietà come fonte di autonomia dal potere è una costante: proprietà socialista nell’URSS, privatizzazioni oligarchiche dopo il 1991, capitalismo cleptocratico putiniano. L’oligarca russo non è Musk, Bezos o Zuckerberg, potenziali centri di potere autonomi: è metaforicamente (e non solo) socio di Putin, perché la sua ricchezza resta condizionata alla supremazia del centro.
Khodorkovsky ha mostrato cosa accade quando un miliardario confonde ricchezza e indipendenza politica. La ricchezza può esistere, anche immensa, purché non diventi un centro autonomo capace di aggregare resistenza.
La Chiesa ortodossa completa il quadro. La Chiesa è stat per secoli il contraltare dello Stato ed ancora oggi è un’autorità morale distinta e potenzialmente contrapposta. Non in Russia, dove la Fede è sempre stato strumento del potere: Chiesa e Zar, poi il Comunismo come Fede di Stato. Anche nella Russia di Putin è uno dei pilastri della verticalità. La Chiesa Ortodossa Russa sostiene il regime e il regime le restituisce privilegi, e influenza; Kirill è parte dell’élite che il sistema protegge e ricompensa anche economicamente. Le sue recenti dichiarazioni sul significato quasi redentivo della guerra e sul dovere storico della Russia di vincere sono esemplari.
La Chiesa non limita moralmente il sovrano, ma anzi legittima le sue decisioni. Il sacrificio dell’individuo non è soltanto richiesto dallo Stato; viene trasformato in virtù. Anche questo potenziale contropotere viene assorbito nel vertice.
Torniamo un attimo alla Norvegia, dove l’individuo sociale costruisce istituzioni comuni, quelle istituzioni producono fiducia e la fiducia rafforza l’individuo sociale. In Russia il circuito tende a funzionare al contrario: individuo subordinato, dipendenza dall’autorità, istituzioni verticali, nuova subordinazione.
C: la palla di cristallo: Russia e Corea del Nord
Qui non guardiamo più nello specchietto, né cerchiamo di capire. E’ una occhiata nella palla di cristallo.
La Corea del Nord vive una relazione profondamente asimmetrica con la Cina: Pechino non governa Pyongyang, ma costituisce il retroterra economico e politico che rende possibile la sopravvivenza del regime. Una catena analoga, con ruoli invertiti, si è costruita fra Mosca e Minsk: la Bielorussia resta formalmente sovrana, ma dispone di uno spazio strategico sempre più ristretto rispetto alla Russia.
Ora se ne sta formando una terza, Pechino-Mosca. La Russia non diventerà una Bielorussia o una Corea del Nord in senso letterale: è troppo grande, troppo istruita, troppo ricca di risorse, possiede armi nucleari e conserva capacità scientifiche e industriali proprie. Ma ogni mercato occidentale perduto, ogni tecnologia che deve procurarsi altrove e ogni flusso commerciale deviato verso est restringono le alternative russe e aumentano l’asimmetria nei confronti della Cina.
Una Russia che considera l’autorità dello Stato più importante del benessere e dell’autonomia della società e quindi arriva paradossalmente a sacrificare parte della propria autorità internazionale pur di preservare il regime interno. Un paradossale ribaltarsi dei ruoli del secondo dopoguerra.
Tre occasioni perdute e una possibile destinazione.
C’è qualcosa di quasi calvinista in questa traiettoria: alcune nazioni sembrano predestinate, non da Dio o dai geni, ma dal peso cumulativo delle proprie istituzioni. La Russia sembra una di esse, perché per secoli il sistema ha eliminato, espulso, comprato o subordinato i possibili contropoteri prima che raggiungessero massa critica.
Il russo non è geneticamente servo; è la Russia ad avere costruito un ambiente nel quale essere individuo sociale è stato troppo spesso pericoloso. Questo destino è evitabile?
La tragedia russa è proprio in questo: ogni volta che il sistema ha cominciato a cambiare, non è cambiato abbastanza a lungo da rendere irreversibile il cambiamento. Forse il futuro è scritto.
