di Ranieri de Ferrante
Il Save America Act, voluto da Trump e che vede la forte opposizione dei democratici, intende imporre regole di controllo sul diritto di voto e sull’identità di chi vota che non hanno, di per sé, niente che possa meravigliare un europeo o avere implicazioni autocratiche. Applicate però alla società americana, diventano uno strumento di selezione del corpo elettorale che colpisce in modo particolare alcune categorie di cittadini, che votano in maggioranza democratico. È difficile pensare che la mossa di un Presidente come Trump non sia espressione di una volontà di influenzare il voto.
Per un europeo, e certamente per un italiano, molte polemiche americane sulle regole elettorali sono difficili persino da comprendere. Noi siamo abituati a un sistema rigido e controllato: esistono liste elettorali, ci presentiamo al seggio, dimostriamo la nostra identità con un documento, veniamo spuntati da una lista di votanti prodotta dal Ministero degli Interni e votiamo. Non ci sembra una limitazione della libertà personale o politica, ma semplicemente il modo normale di organizzare un’elezione.
Ci sono piccole differenze fra i paesi europei, ma la sostanza è comune.
Negli Stati Uniti il sistema nasce da una logica diversa: non esiste una lista nazionale degli aventi diritto, il cittadino deve registrarsi (e già questo passaggio presenta elementi discutibili) e le modalità con cui viene identificato dipendono in larga misura dallo Stato. In alcuni casi non serve neanche un documento. Esiste un registro informatizzato dei registered voters per ciascuno Stato e viene registrato il fatto che un determinato elettore abbia votato, ma non una procedura nazionale uniforme equivalente a quella italiana.
E in più c’è il voto per posta.
La ragione è in buona parte storica. Gli Stati Uniti continuano a funzionare sulla struttura fondamentale di una Costituzione scritta quasi 250 anni fa, quando i votanti erano pochissimi – alle prime elezioni presidenziali votarono direttamente poco più di 33.000 persone – e, spesso, si conoscevano direttamente. I viaggi erano lunghi, non esistevano anagrafi moderne o documenti d’identità universali.
Questa Costituzione è stata modificata molte volte, ma prevalentemente per addizione: i famosi “Emendamenti”. Anche le regole elettorali lo sono state: sono cambiate le categorie (termine volutamente generico) che possono votare, sono stati aboliti ostacoli e aggiunte garanzie, ma l’architettura fondamentale, nella quale l’organizzazione delle elezioni appartiene in primo luogo agli Stati, è rimasta riconoscibilmente quella settecentesca.
Un po’ come se fossimo ancora governati, in Italia, e votassimo secondo le regole e con le procedure dello Statuto Albertino, più o meno aggiornato con uno strano patchwork.
Il SAVE America Act interviene soprattutto sulla registrazione per le elezioni federali: non basta dichiarare di essere cittadini statunitensi, ma occorre presentare una prova documentale della cittadinanza quando ci si registra. Fra i documenti ammessi figurano il passaporto, alcuni “REAL ID” riconosciuti a livello federale, determinati documenti militari o governativi e, in molti casi, la combinazione di un documento fotografico e del certificato di nascita, naturalizzazione o altra prova federale. Sono previste procedure alternative per chi non possiede immediatamente uno dei documenti indicati, ma proprio praticabilità e gestione delle eccezioni sono fra i punti controversi.
Il problema non è se i non cittadini possano votare – già oggi ovviamente non possono – ma quale prova debba fornire il cittadino per essere ammesso o mantenuto nel registro degli elettori.
È qui che nasce il paradosso. Le regole proposte, considerate astrattamente, non hanno nulla di particolarmente strano o necessariamente illiberale. Se a un italiano si dicesse che per votare occorre dimostrare di essere cittadino e di essere la persona iscritta nella lista non avrebbe difficoltà nel concordare. Ed anche i Democratici americani concordano.
Ma una cosa è il principio, un’altra il modo in cui lo si applica.
Supponiamo che in Italia si stabilisse che, per votare, non bastasse la carta d’identità o un qualsiasi documento, ma fosse obbligatorio il passaporto. Ci sarebbe un’alzata di scudi. Eppure è un documento pubblico, sicuro e idoneo a dimostrare l’identità, che però moltissimi italiani perfettamente titolati a votare non possiedono perché non hanno mai avuto necessità di richiederlo.
Perché dire «devi dimostrare chi sei» significa stabilire una regola; dire «devi dimostrarlo attraverso questo particolare documento» significa stabilire anche un costo per conformarsi alla regola.
E questo costo, questa difficoltà possono non essere distribuiti uniformemente nella società.
È su questo terreno che il SAVE America Act diventa politicamente e moralmente controverso.
Secondo una ricerca del Brennan Center, circa 21,3 milioni di cittadini americani in età di voto – oltre il 9% – non hanno facilmente a disposizione un passaporto, un certificato di nascita o i documenti di naturalizzazione richiesti. E’ anche noto che il problema colpisce in misura sproporzionata giovani ed elettori di colore.
A questi si aggiungono altri milioni di cittadini i cui documenti non corrispondono al nome attuale, in particolare donne che hanno assunto il cognome del marito. Negli Stati Uniti è ancora molto comune farlo e, secondo i dati citati in un ricorso contro analoghi requisiti documentali, circa l’84 per cento delle donne sposate in coppie eterosessuali ha cambiato cognome. Per milioni di loro il certificato di nascita porta quindi un nome diverso da quello attuale. Una ricerca citata nello stesso ricorso stimava che circa un terzo delle donne americane in età di voto non disponesse immediatamente di una prova di cittadinanza recante il nome corrente.
Non si tratta di decine di milioni di persone necessariamente escluse, ma di cittadini che devono affrontare difficoltà (che fra l’altro possono essere rese insormontabili dalle Amministrazioni degli Stati) per ottenere i documenti richiesti per esercitare un diritto che non è in dubbio.
Molte delle categorie maggiormente gravate . come detto giovani, poveri, minoranze razziali, donne sposate non abbienti – tendono a votare democratico più della media, e In una nazione dove il 2% dà la vittoria negli Swing States(nel 2020 meno dell’1% …), una percentuale a due cifre di cittadini è politicamente molto rilevante.
Gli effetti sono quindi noti, e vanno a vantaggio del partito di Trump. Se veramente l’obiettivo fosse garantire identità e cittadinanza, perché la richiesta (legittima) di un nuovo requisito non è stata accompagnata dalla messa a disposizione, senza vincoli se non un controllo di cittadinanza, di un documento gratuito e facilmente accessibile a ogni cittadino?
Il sospetto aumenta quando la riforma viene promossa dallo stesso presidente che, invece di proporsi come argine al gerrymandering, ne è diventato apertamente un istigatore. Nel 2025 Trump spinse il Texas a ridisegnare a metà decennio i collegi congressuali con l’obiettivo dichiarato di conquistare fino a cinque seggi democratici in più e incoraggiò altri Stati repubblicani a fare altrettanto: questo ha provocato contromisure democratiche ed una guerra nella quale la Corte Suprema, prevalentemente Trumpiana, ha giocato un ruolo significativo.
Il gerrymandering non è un’invenzione di Trump né un monopolio repubblicano; Trump, però, è stato il primo Presidente che ha apertamente sollecitato l’uso delle regole elettorali per massimizzare il vantaggio del proprio partito.Ed è lo stesso Trump che ha rifiutato di accettare il risultato elettorale del 2020 e istigato e giustificato il 6 gennaio. Il fumus suspicionis diventa asfissiante.
E la certezza che dove c’è fumo c’è arrosto la dà Trump stesso che, nel marzo 2026, parlando ai repubblicani della Camera, ha detto che il Save America Act: “will guarantee the midterms”.
Non è la prova giuridica dell’intenzione di selezionare il corpo elettorale, ma è una dichiarazione politica difficilmente irrilevante: lo stesso promotore della legge la presenta ai parlamentari del proprio partito come uno strumento capace di “garantire” un risultato favorevole.
Si forma così una catena paradossale fra logica, legge, tradizione e morale.
La logica impone dei limiti, la legge li traduce in procedure concrete; la tradizione americana le condiziona attraverso un’architettura costituzionale nata in un mondo diverso.
Il quarto elemento – la morale o la sua mancanza – interviene quando una riforma ragionevole in astratto viene costruita in modo da produrre effetti prevedibilmente diseguali. Il giudizio sul Save America Act non può essere dato solo sulla base di ciò che la legge dice, ma sulla fiducia che merita chi decide come farla funzionare.
