di Serena Parascandolo
Esiste una forma di affaticamento che non si cura con il sonno, una stanchezza sottile e diffusa che si è sedimentata sotto la pelle delle nostre società contemporanee. La sociologia e la psicologia provano a definirla, a seconda delle prospettive, come un esaurimento da iper-connessione o un logorio cronico, ma la sua radice è prima di tutto esistenziale ed è per questo che diventa, inevitabilmente, anche una questione politica. Viviamo infatti immersi in un flusso ininterrotto di stimoli, privati di filtri e di pause, dove la pratica quotidiana del doomscrolling — lo scorrimento compulsivo e quasi ipnotico di notizie catastrofiche sui nostri schermi — ci porta a consumare passivamente dosi massicce di dolore astratto, conflitti distanti e crisi globali. È un ecosistema tutt’altro che neutro, governato da un’economia dell’attenzione che premia lo sdegno immediato, la reattività rabbiosa e quella polarizzazione costante che finisce per trasformare l’altro in un bersaglio o in un nemico. Per sopravvivere a un simile bombardamento emotivo abbiamo finito per sviluppare una reazione difensiva collettiva di natura quasi anestetica, operando un indurimento preventivo della nostra stessa carne nella convinzione che la distanza possa diventare sinonimo di lucidità e che il cinismo sia l’unica corazza intelligente per non farsi devastare dalla violenza del mondo.
In questa postura da trincea, la parola “tenerezza” suona quasi intollerabile, poiché appare come un anacronismo ingenuo, un lusso sentimentale relegato alle retoriche commerciali del benessere privato o al massimo confinato nell’isolamento della dimensione domestica. Eppure, dietro questa svalutazione si nasconde un malinteso feroce, che ignora come esista in realtà una forza capace di spaventare le strutture dominanti proprio perché non è catalogabile nei codici tradizionali dell’aggressività: la tenerezza radicale. Essa non ha nulla a che fare con la debolezza zuccherina dei mansueti o con la rinuncia accondiscendente di chi si arrende agli eventi, ma si configura, al contrario, come una vera e propria minaccia politica all’individualismo esasperato, un sistema che prospera proprio sulla frammentazione e sul mito di un sé isolato, competitivo e impermeabile. Di conseguenza, praticare la tenerezza oggi si traduce in un atto di sabotaggio consapevole, un modo per rifiutarsi deliberatamente di farsi immunizzare dal dolore altrui e per impugnare la propria vulnerabilità come una leva con cui scardinare la durezza dei rapporti sociali contemporanei.
Per comprendere bene questa mutazione è necessario tracciare un’etimologia che sia prima di tutto culturale. Storicamente, la cura e la fragilità sono state relegate alla sfera del privato e del non-detto. Erano sentimenti da consumare dentro le mura di casa, considerati politicamente sterili perché incompatibili con lo spazio pubblico della lotta, da sempre dominato da codici performativi di forza e fermezza. La tenerezza radicale compie quindi un’inversione di rotta, spostando l’affetto e l’attenzione fuori dalla dimensione domestica per portarli nelle piazze. Il baricentro si sposta dal sentirsi fragili — un’esperienza individuale e spesso passiva — al farsi carico della vulnerabilità altrui, che si configura invece come un’azione collettiva e consapevole. La fragilità diventa una tecnica relazionale — uno strumento pratico volto a generare connessione — e un terreno comune su cui rifondare le alleanze politiche e umane. Non si tratta più di proteggere il proprio privato, ma di collettivizzare la cura per rendere l’esterno un luogo abitabile.
Una postura che necessita però di essere ripulita dalle varie incrostazioni dell’estetica digitale. Le piattaforme social visive tendono spesso ad addomesticare i concetti complessi svuotandoli della loro carica critica per tradurli in tendenze di consumo. È il caso della soft aesthetics — un filone visivo basato su immagini rassicuranti, toni pastello e atmosfere ovattate — e del self-carecommerciale. Questa narrazione riduce la cura a una questione di benessere privato fatta di candele profumate, isolamento e distacco. Si tratta di una visione che non cura il trauma sociale, ma lo privatizza e lo classifica come un prodotto, declinando anche la salute mentale come una responsabilità puramente individuale. La tenerezza radicale si colloca all’esatto opposto di questa deriva. Mentre l’industria del benessere invita a chiudere la porta per proteggere l’ego, la tenerezza radicale chiede di aprirla, di esporsi all’impatto con l’altro e di negoziare lo spazio comune. Non agisce come un anestetico per l’anima, dunque, ma come un risveglio dei sensi e della responsabilità verso la comunità.
Le origini di questo concetto non si sviluppano infatti nei reparti marketing, ma negli spazi di confine dell’attivismo e dell’arte performativa dell’America Latina dei primi anni 2010. Le svenature storiche affondano nei territori della dissidenza sessuale e della lotta decoloniale — il pensiero critico che mira a scardinare le gerarchie sociali e culturali ereditate dal passato coloniale — contesti in cui la sopravvivenza è una conquista quotidiana. Il termine ha iniziato a sedimentarsi grazie all’influenza del collettivo transcontinentale La Pocha Nostra, uno spazio di sperimentazione artistica che ha messo al centro il corpo e le sue ferite. In questo tessuto culturale, una figura chiave è l’attivista e artista trans messicana Lia La Novia Sirena. Muovendosi nelle strade di Città del Messico, Lia ha trasformato la performance in una pedagogia vivente, dimostrando come la vulnerabilità del proprio corpo esposto alla violenza sistemica possa diventare uno spazio di alleanza inaspettata. Questa spinta collettiva ha trovato poi una formalizzazione teorica e poetica nel 2014, attraverso una poetic jam online — una sessione di scrittura e improvvisazione artistica collettiva — iniziata dall’artista italo-brasiliana Dani d’Emilia e dall’accademico decoloniale Daniel B. Chavez. Il loro Radical Tenderness Manifesto, pubblicato nel 2015 sulla rivista messicana Hysteria Magazine, sollevava una domanda forte ed urgente: come può il radicale essere tenero, e la tenerezza essere radicale, nelle nostre alleanze e nelle nostre comunità?
Il documento chiarisce che la tenerezza è una tecnica di sopravvivenza creata da e per corpi storicamente marginalizzati, esposti alla violenza delle strutture patriarcali e razziste. Per chi vive ai margini, l’affetto verso i propri simili rappresenta spesso l’unico scudo possibile contro l’annientamento.
Proprio per questa sua matrice artistica e militante, la cura rifiuta ogni astrazione filosofica. Non si tratta di volersi bene in senso teorico, ma di un’azione fisica, muscolare e spaziale che fa spazio ai corpi nella loro materialità.
Questo approccio si traduce innanzitutto nel rimodulare le distanze e le velocità, accettando di camminare al passo di chi è più lento o più fragile, interrompendo così la dittatura della produttività che esige corpi sempre scattanti. Significa poi abitare il peso, sostenendosi fisicamente ed emotivamente nei momenti di crollo, riconoscendo che lo scheletro e la carne dell’altro gravitano sul nostro stesso suolo. Comporta infine la capacità di disarmare lo sguardo, guardando l’altro per ciò che è, senza proiezioni o aspettative, accettando lo scandalo di farsi guardare a propria volta nella propria nudità emotiva. In questo modo, la cura diventa una disposizione geografica e politica delle presenze.
Il primo grande malinteso che questo percorso scardina è la finta dicotomia tra la rabbia e l’amore. Nella narrazione comune, la rabbia è vista come una forza distruttiva, mentre l’amore è ridotto a un sentimento pacificato. La tenerezza radicale rifiuta questa forma di semplificazione: lo sdegno per l’ingiustizia e il dolore del mondo non viene negato, ma accolto come un’energia vitale, pulita e necessaria. La differenza risiede nel modo in cui tale forza viene incanalata. Se lasciata a se stessa, la rabbia pura si trasforma in rancore sterile o in un nichilismo che riproduce la stessa violenza che vorrebbe combattere. La tenerezza radicale interviene come un guscio protettivo e trasformativo, impedendo l’auto-combustione dell’individuo e diventando la forza che muta l’urlo in proposta e il dolore in legame.
Nel nostro attuale panorama culturale, lo scontro avviene quasi sempre secondo i codici della disumanizzazione o della cancel culture — la tendenza a ostracizzare e cancellare pubblicamente chi ha commesso un errore, isolandolo dalla comunità. In questo scenario, lo sbaglio coincide interamente con l’identità della persona. La tenerezza radicale propone un’alternativa complessa che invita a distruggere l’oppressione senza annientare l’essere umano. Significa scindere l’errore dall’individuo, affrontando il conflitto faccia a faccia, senza nascondersi dietro lo schermo della distanza o del giudizio morale definitivo.
Questo tipo di confronto non crea terra bruciata, ma costringe entrambe le parti a rimanere nella relazione, cercando una forma di riparazione collettiva anziché una punizione esemplare.
Un principio che lancia un attacco frontale a uno dei miti fondativi della modernità: l’indipendenza emotiva assoluta, e l’idea dell’uomo d’azione che basta a se stesso. Questa pretesa di autosufficienza è una finzione biologica e sociale che genera sempre più solitudine e ansia da prestazione, perché ci costringe a mostrare una facciata di efficienza e invulnerabilità, trasformando i rapporti in transazioni utilitaristiche. La tenerezza radicale sostituisce l’autarchia dell’ego — la pretesa narcisistica di non dipendere da nessuno — con il principio dell’interdipendenza. Riconoscere la propria fragilità diventa l’atto di realismo più profondo che possiamo compiere e accettare questa postura significa ammettere che la nostra biologia e la nostra psiche sono strutturalmente dipendenti dagli altri. Abbiamo bisogno di cura per nascere, per crescere e per morire e quando la vulnerabilità viene collettivizzata si trasforma nel terreno comune su cui rifondare la fiducia reciproca.
Di conseguenza, questa filosofia agisce anche sul tempo. Viviamo dentro un’economia dell’attenzione che monetizza la rapidità, la reattività istantanea e la risposta performante a ogni stimolo. Questo ritmo frenetico satura lo spazio mentale, impedendo l’elaborazione profonda, la comprensione dell’altro e l’introspezione. In un simile contesto, praticare la lentezza dell’ascolto e della presenza diventa un vero e proprio sabotaggio politico. Decidere di rallentare per sintonizzarsi sui tempi dell’altro, dedicare ore a un dialogo difficile e aspettare chi fa fatica a seguire il passo sono azioni che interrompono la catena di montaggio della produttività sociale. La tenerezza radicale infatti, rivendica il diritto alla non-produttività emotiva, il diritto di fermarsi a guardare, a sentire e a elaborare, strappando il nostro tempo interiore alle logiche del rendimento e del consumo.
Se oggi questo concetto risuona con tanta forza, non è per un’improvvisa ondata di romanticismo, ma per un profondo sfinimento storico. Abbiamo attraversato anni di violentissime guerre culturali anche online, in cui ogni dibattito pubblico è stato ridotto a uno sterile scontro binario. Le piattaforme digitali ci hanno costretto ad abitare costantemente delle trincee ideologiche, dove l’unica interazione possibile con chi dissente è l’attacco o il disprezzo. Questo stato di mobilitazione permanente ha prodotto una forma diffusa di svuotamento emotivo. Le persone sono sfinite dalla performance della durezza. Ci si è resi conto che questo modo di stare insieme non produce alcun cambiamento reale: non sposta le coscienze, non crea comunità, ma lascia solo individui più isolati. La tenerezza radicale emerge in questa frattura come una via d’uscita d’emergenza offrendo la possibilità di restare fermi nei propri valori senza dover disumanizzare l’interlocutore, e restituendo complessità laddove l’algoritmo esige semplificazione.
Questa stanchezza generalizzata sta provocando una mutazione profonda anche nelle nostre geografie digitali, un fenomeno che i sociologi dei media definiscono Social Exit — il progressivo abbandono dei social network di massa a favore di ambienti digitali più ristretti e controllati. Stiamo assistendo a una fuga costante dalle grandi piazze commerciali del web, dominate dal rumore di fondo e dalle metriche di vanità, a favore di ecosistemi più intimi e protetti. La crescita di piattaforme basate sulla parola scritta come Substack, la proliferazione di podcast narrativi focalizzati sulla salute mentale e la creazione di micro-comunità su canali di messaggistica privata ne sono la prova tangibile. Le persone cercano sempre più spazi in cui sia possibile praticare l’ascolto profondo, la sfumatura, l’errore e la vulnerabilità. C’è un forte desiderio collettivo di disarmare le difese, di trovare nicchie in cui sia possibile semplicemente “essere” insieme agli altri, rallentando il ritmo della comunicazione.
Tuttavia, proprio nel momento in cui un concetto così radicale penetra nel discorso pubblico, scatta un meccanismo inevitabile, ovvero il tentativo di addomesticamento da parte del mercato. Vediamo già i primi segnali di questa transizione nel mondo dell’alta moda, dove le passerelle evocano spesso la fragilità come elemento di un’estetica raffinata, o nella saggistica pop che riscopre il termine. Il rischio concreto è che la tenerezza radicale subisca la stessa sorte del self-care: essere ridotta a un brand terapeutico, e quindi ad un’attitudine rassicurante da esibire, o al massimo ad una merce consolatoria che serve a far sentire il consumatore emotivamente evoluto, senza però mettere mai in discussione le strutture di potere reali.
Arrivati a questo punto, appare evidente come la tenerezza radicale non sia una scelta di comodo, né un rifugio per chi non sa reggere l’urto della realtà. Al contrario, essa si configura come un allenamento quotidiano rigoroso, faticoso e profondamente disciplinato. È immensamente più facile cedere al cinismo, perché questo non richiede sforzo: basta incrociare le braccia, dichiarare che tutto è corrotto, che nulla cambierà mai e che l’essere umano è strutturalmente egoista. Esso è una profezia che si autoavvera e che, soprattutto, esonera dalla responsabilità dell’azione. Così comel’indifferenza, altra postura alquanto pigra: basta chiudere gli occhi e farsi scivolare addosso la carne e il dolore degli altri.
Restare radicalmente teneri, invece, richiede una forza mentale e una stabilità emotiva fuori dal comune. Significa decidere ogni mattina di andare incontro al mondo a mani aperte, accettando il rischio concreto di essere feriti, traditi o delusi, pur di non rinunciare alla possibilità dell’incontro autentico. Non è la debolezza dei vinti, è il coraggio lucido dei sopravvissuti che rifiutano di diventare simili a ciò che li ha feriti.
La tenerezza radicale è, in ultima analisi, l’unica vera alternativa alla desertificazione dei rapporti umani, un manifesto politico per i corpi del futuro, un invito a ricostruire il tessuto sociale partendo dalle nostre reciproche mancanze, anziché dalle nostre finte performance di autosufficienza.
La vera domanda non riguarda la fattibilità teorica di questa pratica, ma interpella direttamente la nostra pelle e la nostra coscienza quotidiana: in un mondo che ci ordina di diventare pietra, abbiamo ancora il coraggio politico di lasciarci toccare dall’altro?

