di Ranieri de Ferrante
Da Ecclesiaste a barzellette a politica, c’è un filo comune: soluzioni opposte possono essere giuste in momenti diversi. Tutto è relativo. La politica di oggi è chiamata a riconsiderare decisioni che anni fa sembravano, ed erano, corrette. In una situazione di incertezza e timore, con due Poli che lo Stabilicum forse condannerà al proporzionale, ci sono il bisogno di ed il bacino elettorale per un centro forte ed indipendente. Illusione? Diamo retta a Flaiano, e cerchiamo di renderlo possibile. Serve un leader credibile, capace di sfruttare l’opportunità, non un pescetto in bianco.
A – Di Ecclesiaste … e di relativismo
Ecclesiaste 3,7 recita: “C’è un tempo per tacere ed un tempo per parlare”. Io, personalmente trovo difficoltà con la prima parte. Con la seconda mi trovo benissimo.
Comunque, una citazione pseudo colta come l’Ecclesiaste è sempre un ottimo modo di partire. Anche perché, dopo, un passaggio alla barzelletta ci può stare. Questa è vecchissima. Un nuovo Amministratore Delegato si siede alla scrivania e trova tre buste lasciate dal predecessore, appena licenziato, con una nota: “Se l’azienda entra in crisi, apri la prima; se succede di nuovo, la seconda; se succede ancora, la terza”.
L’azienda entra in crisi. L’AD apre la prima busta: “Centralizza”. Lo fa, e l’azienda riparte. Qualche tempo dopo arriva una seconda crisi. Apre la seconda: “Decentralizza”. Lo fa, e anche questa volta funziona. Alla terza crisi apre l’ultima busta e legge: “Prepara tre buste”.
Bibbia e barzelletta possono mostrare la stessa saggezza.
Tacere e parlare sono comportamenti opposti. Centralizzare e decentralizzare sono modelli organizzativi opposti. Eppure ciascuno può essere la risposta corretta ad una situazione diversa.
Basta essere Logici e non Ideologici, e tenere sempre al centro quella piccola parola: relativo.
I Politici (P maiuscola) di razza hanno questo concetto chiarissimo. Basta che non diventi trasformismo. Ma non sempre la politica funziona così. Oggi dovrebbe.
B – Di muri … e di equilibri
Roberto Vannacci e Futuro Nazionale sono ormai intorno all’8 per cento nei sondaggi. In Germania, intanto, l’AfD ha raggiunto circa il 44 per cento in Sassonia-Anhalt.
I due casi sono ovviamente diversi, ma che anche in Italia ci sia un problema è ovvio: il generale Camporini ha scritto chiaramente che nessun partito razionale dovrebbe considerare un’alleanza con Futuro Nazionale; Mario Monti, a Cernobbio, è stato altrettanto netto nel collegare Vannacci alla narrativa e allo spirito del fascismo.
Credo che Futuro Nazionale crescerà ancora, ed andrà decisamente in doppia cifra. Ma non più tantissimo, per una serie di ragioni, la principale è che Fratelli d’Italia rappresenta un argine forte e già abbastanza a destra da intercettare buona parte dell’onda nera. Argine che in Germania non c’è.
E qui torniamo al relativo (relativo ai tempi in cui si vive).
Nella Prima Repubblica esisteva l’arco costituzionale. Il MSI, partito nato direttamente dall’esperienza fascista, venivavotato da milioni di elettori e sedeva in Parlamento, ma era escluso a priori da ogni ipotesi di governo. I suoi voti, ai fini del potere politico, erano come “sterilizzati”. Oggi lo si chiama cordone sanitario, si cerca di farlo in Francia e Germania, di fronte a partiti che sono, o potrebbero diventare, di maggioranza.
Poi dal MSI nacque Alleanza Nazionale e Berlusconi la “sdoganò”, portandola nella coalizione e nel governo. Trenta anni dopo Giorgia Meloni è premier e FdI ha la maggioranza relativa.
Ci sono situazioni in cui i muri vanno abbattuti e ce ne sono altre in cui i muri vanno ricostruiti, guarda caso, esattamente dove erano. Ecclesiaste 3,3 recita anche: “C’è un tempo per demolire e un tempo per costruire”.
Più d’uno, oggi, in Germania, rimpiange quel muro caduto nel 1989… ed oggi se erigerne o non erigerne uno è il problema di Giorgia Meloni.
Parlarne è quasi banale. La declinazione è palese: la Premier può
– assorbire Vannacci, e ottenere, per la coalizione, i suoi voti. Sulla carta basterebbero ampiamente, ma nella realtà non possono essere acquisiti senza pagarli in termini numerici (perdita di elettori di centro e crisi di FI) e politici (una coalizione fortemente sbilanciata a destra, e con al suo interno un socio molto scomodo).
– escludere FN dalla squadra, e quindi perderne i voti, probabilmente meno del suo consenso nominale, perché una parte degli elettori riconoscerebbe l’inutilità di un voto destinato a non partecipare alla costruzione di una maggioranza. In compenso Meloni guadagnerebbe al centro e, soprattutto, si libererebbe definitivamente dello stigma di fascista.
Giorgia è una persona intelligente, ma soprattutto la leggo come donna di potere, la cui libertà d’azione sarebbe fortemente limitata da un Vannacci reduce da un successo elettorale: un cannibale (chiedetelo a Salvini).
Una considerazione, comunque, deriva da tutto questo: con o senza Futuro Nazionale, l’alleanza di centrodestra ha un avvenire non facile di fronte.
Se la destra piange, la sinistra non ride, o almeno non dovrebbe, anche se, visto chi la guida, tutto è possibile.
Il centrosinistra è sostanzialmente spaccato in due, se non in tre: il PD, sostanzialmente moderato ed europeista, favorevole al sostegno all’Ucraina, legato alla tradizione riformista; i Riformisti, all’orlo della scissione; ed un partito populista, il Movimento 5 Stelle, con posizioni assai diverse, soprattutto in politica estera.
Anche il problema della leadership resta aperto. Ci sono sondaggi che mostrano Conte come il candidato preferito dalla base. Per un elettore di centro, votare una coalizione guidata dal capo del partito populista potrebbe essere difficile, specialmente se la Destra è abbastanza lame duck da non giustificare un voto di Resistenza.
In generale, comunque, un Campo largo cui la (sua) Piazza grida “sbrigateve, che ce manca solo il programma ed il leader” non può serenamente sommare i voti sulla carta (che oggi potrebbe fare 42%), ma qualche dubbio di arrivare al premio di maggioranza se lo deve porre.
Con questo torna un altro ricordo del passato: il voto utile, o inutile, cui ho già accennato prima. È un concetto che il bipolarismo ha quasi ucciso, sostituendolo spesso con l’astensionismo: se non mi riconosco in nessuno dei due blocchi e una terza scelta non ha alcuna possibilità di incidere, perché dovrei votare?
Ma se né CS né CD arrivano al 42 per cento, il meccanismo cambia. Niente premio di maggioranza e assegnazione proporzionale dei seggi.
Profumo di Prima Repubblica.
C – Di puzzle … e di sogni
E Prima Repubblica vuol dire tante cose: alcune negative, ma anche partiti con una vita propria, non legata ai loro leader, un elettorato informato, senza un 30% che si sposta da Renzi a Lega, da M5S a FdI ad ogni elezione. E non c’era instabilità: il governo magari cadeva perché a La Malfa era venuto qualche male di pancia, ed i Primi Ministri sono stati tanti, ma la reale linea politica era costante.
Il simbolo della Prima Repubblica era la Balena Bianca. Per i più giovani, la Democrazia Cristiana, o DC.
La struttura politica della Prima Repubblica, almeno nella sua fase finale vedeva un grande blocco conservatore, la DC; un grande blocco progressista, il PCI; un partito congelato, il MSI; e, fra i due, un partito molto più piccolo che, con poco più dell’11 per cento dei voti, riusciva ad esprimere il presidente del Consiglio e ad esercitare un’influenza politica enormemente superiore al proprio peso elettorale.
Il PSI di Bettino Craxi. Il primo pezzo del puzzle che vorrei cercare di ipotizzare … o sognare.
Un’altra tessera viene dalla Germania: l’analisi dei flussi elettorali mostra che circa la metà dell’aumento dei voti dell’AfD viene dal recupero dell’astensionismo. Forse anche in Italia molti astenuti vorrebbero votare, se solo trovassero qualcuno per cui vale la pena di farlo.
Il terzo pezzo del puzzle è l’attuale centro italiano, che supera il 10%, ma è composto da partitini che pesano pochissimo (molti finiscono sotto soglia) e sono frammentati, litigiosi e senza un’idea comune, con Renzi che si promette ad una parte, Calenda che fa l’occhiolino all’altra. Soprattutto, senza una leadership riconoscibile.
In buona sostanza, un voto inutile, fatto di nanetti rissosi.
Il quarto pezzo è quello che, all’atto pratico, riassume l’intera sezione B: sia da una parte che dall’altra le grandi coalizioni mostrano faglie crescenti fra la parte centrista e la parte più estrema.
Collegando questi quattro pezzi, è così assurdo ipotizzare che, con CS e CD che non appaiono in grado di governare da soli, ed un FN congelato, si affermi un centro unificato? Un centro che non si presenti più come stampella delle due parti, ma con un’immagine ed un programma propri?
Un voto non più inutile, che attragga i moderati di sinistra e di destra e recuperi una quota dell’astensionismo. Un centro che rappresenti, forse, l’unico voto veramente utile?
Un centro che giochi il ruolo che fu del PSI?
D – Di Flaiano e di pesci
Non servirebbe molto: basterebbe arrivare ad un 15 per cento per essere non schiacciato fra due schieramenti molto più grandi, ma ago della bilancia fra due schieramenti che, da soli, non possono governare.
C’è un tempo per il bipolarismo netto ed uno per una etica politica dei due forni, c’è un tempo per coalizioni affastellate ed un tempo per distinti partiti e programmi. C’è un tempo in cui i moderati non trovano espressione ed un tempo in cui si propongono alla guida.
Ho parlato con molti di questa mia idea: le reazioni più frequenti sono state “non c’è tempo” ed “è wishful thinking”. Avrei una risposta per entrambi:
– nel ‘94 Berlusconi creò Forza Italia e sconfisse la macchina da guerra di Occhetto perché era un grande organizzatore, con forti risorse, ma anche perché il messaggio era semplice:” fermiamo i comunisti!”. Oggi sarebbe altrettanto semplice: “Il centro c’è!”;
– Flaiano diceva che la forma di imprudenza più comune è quella di ridere, ritenendole assurde, delle cose che poi avverranno. Flaiano lo diceva pensando al peggio, ma è altrettanto grave scartare idee solo perché si ritengono improbabili.
L’Ecclesiaste torna ancora utile: c’è un tempo per il pessimismo ed uno per l’attiva speranza.
Sia per creare il movimento che per passare da pessimismo a speranza occorre risolvere l’evidente problema che affligge l’ipotesi: un centro credibile ha bisogno di un leader. La miglior testa, oggi, al centro, è probabilmente Carlo Calenda, che però ha il carisma di un merluzzetto da dieta ospedaliera.
Flaiano (disturbiamolo di nuovo) parlava di “movimentismo senza meta”, io non vorrei cadere nel “centrismo senza guida”. Cercasi leader, perché la struttura politica dei tempi della Balena Bianca non può essere credibilmente proposta e guidata da un pescetto in bianco.
Il bianco mi va bene, ma che sia uno squalo.
