di Ranieri de Ferrante
Conto tutto: i gradini, i sorsi d’acqua, le targhe delle automobili. Da anni porto i numeri alla loro “radice digitale”, una piccola ossessione innocua. Poi il fascino dei numeri mi ha portato ad identificare una curiosa successione di 6 nella storia contemporanea di Israele: ancora un gioco, certamente, niente altro che una coincidenza che ha tanta valenza storica quanto la strega di Biancaneve, una coincidenza dalla quale però è natauna riflessione, che non riguarda più la numerologia ma la storia. E che, anche agli occhi di una persona – come me – che ha sempre dato un supporto assoluto ad Israele, mette in relazione la trasformazione di un uomo e quella di una nazione.
A – Io ed i numeri
Adoro i numeri: a livello razionale, un’analisi quantitativa permette di comprendere molti fenomeni, e una definizione rigorosa, il calcolo di un’equazione o l’estensione di un’espressione al limite possono spesso tagliare nodi apparentemente gordiani.
Amare i numeri, però, ha anche un lato meno razionale.
Io conto tutto: i gradini, i sorsi che bevo (il mio tentativo di fare analisi si interruppe quando lo psicologo cui mi ero rivolto ipotizzò che questo fosse un segno di conflitto con mio padre), ma soprattutto le targhe delle automobili. Contarle non è facile, perché le macchine hanno la pessima abitudine di muoversi, ma che soddisfazione c’è nel portare una targa al suo valore finale, sommando tutte le cifre e poi, se il risultato supera il nove, sommando nuovamente le cifre ottenute.
Ho scoperto che questa operazione si chiama “portare un numero alla sua radice digitale”. Sexy.
Ho anche scoperto che la pratica è condivisa dall’attrice Valeria Bruni Tedeschi, la sorella di Carla Bruni. Doppiamente sexy.
Quando però lo faccio io, non mi sento sexy per niente.
Mi sono fatto una diagnosi fai-da-te. Forse sono un po’ nello spettro autistico, forse sono ossessivo-compulsivo. Ho chiesto un parere a ChatGPT che mi ha fatto un po’ di domande ed ha avanzato l’ipotesi che si tratti di una valvola di sfogo per una mente che deve continuamente consumare energia. Si sa però che l’intelligenza artificiale è dirompentemente “leccona”. Comunque non si dice mai no ad un complimento, e mi fa piacere che l’A.I. ritenga che a 74 anni io abbia ancora l’età mentale di un ventenne. Mia moglie in termini generali concorda con il concetto, macolloca la mia età mentale non a 20 ma a 3-4 anni.
B – Giocando con la numerologia
Sui numeri, sul massaggiarli e interpretarli, esistono mondi interi: c’è la smorfia napoletana, c’è la numerologia, c’è l’associazione semplice che noi europei facciamo tra lettere e numeri e quella molto più sofisticata della tradizione ebraica.
Nella numerologia il numero 66 ha una connotazione molto positiva. E poiché una delle mie passioni, oltre ai numeri, èla storia moderna di Israele (non sono ebreo, ma considero quella sionista una delle più straordinarie epopee del Novecento) mi è venuto spontaneo associare quel 66 a due numeri simbolici della storia ebraica contemporanea: 6 milioni di morti nell’Olocausto e la Guerra dei 6 Giorni.
Dal punto più basso al punto più alto: da popolo che – vittima inerme e passiva – marcia verso i campi di sterminio anazione che, in 6 giorni, sconfigge coalizioni militari e politiche infinitamente più potenti.
Continuando con il gioco della numerologia, aggiungendo al 66 un altro 6 si passa da un numero positivo ad uno cupo. E, cercando, il terzo 6 nella storia recente di Israele si trova: quello in carica è il governo Netanyahu numero 6. E’ evidente che il numero 666 ha tanta valenza storica e valutativa quanto la strega di Biancaneve, ma è altrettanto evidente che Israele non stia attraversando il periodo più glorioso della sua storia. Per la prima volta da quando ne seguo le vicende, mi ritrovo a criticare Israele almeno quanto critico i suoi avversari.
E’ – lo ripeto – una coincidenza, un portare al limite un gioco inoffensivo. Lungi da me insinuare che il Primo Ministro di Israele sia il Diavolo. Sono anche il primo a credere che questi equilibrismi numerici non spieghino la storia. Però, a volte, aiutano a raccontarla, e forse da questa casuale successione di 6 si può passare ad una interessante analogia storica.
C – Una riflessione seria
Lasciamo, perciò, la numerologua, e passiamo alla storia, quella di casa nostra: Benito Mussolini.
Il giovane Mussolini non era il dittatore che la storia ricorda: era socialista, rivoluzionario, internazionalista. Stimato direttore dell’«Avanti!», credeva sinceramente di combattere per una società più giusta.
Certo, il suo non era il socialismo riformista di Turati. Aveva già una componente volontaristica, muscolare e talvolta violenta che, per certi aspetti, lo avvicinava più a figure come Clemenceau in Francia o Piłsudski (quello della strada vicino a Villa Glori …) in Polonia che ai tradizionali leader della sinistra europea come Turati.
Ma fascista non era.
Poi arrivò il trauma: la Prima guerra mondiale, il dopoguerra, la violenza politica, la disillusione.
E l’uomo cambiò, non in un giorno. Non con una conversione improvvisa ma progressiva: l’internazionalista divenne nazionalista, il rivoluzionario divenne conservatore, il socialista divenne fascista.
L’uomo che sognava di emancipare il popolo finì per costruire un regime autoritario che – ancorato ad un nucleo borghese – si reggeva sull’acclamazione delle masse affabulate dal Minculpop e sull’alleanza con le forze più tradizionaliste del Paese.
Morirà fucilato contro un cancello a Giulino di Mezzegra, vicino a Dongo, dopo aver trascinato l’Italia in una guerra ingiusta e drammatica.
Ora cambiamo scala: non più un uomo, ma una nazione.
Gli immigrati ebrei che arrivano in Palestina a cominciare dal 1800 costruiscono un mondo fatto di kibbutz, lavoro, cooperazione e speranza. Il socialismo è parte integrante del progetto sionista. Negli insediamenti sventola spesso la bandiera rossa e il Primo Maggio a volte conta più dello Shabbat.
È un periodo epico.
Violento, certo. Ma prevalentemente difensivo nella percezione dei suoi protagonisti.
Un periodo che ricorda, per idealismo e fiducia nel futuro, il socialismo europeo dell’inizio del Novecento, quello che ha visto nel primo Mussolini uno degli attori.
Israele nasce così, e non è certo un caso che fino alla metà degli anni Settanta il potere resti saldamente nelle mani del Labour:, erede dello storico Mapai: Ben Gurion, Golda Meir, Dayan, Rabin.
Poi arrivano i traumi per Israele, come erano arrivati per Mussolini. La guerra dello Yom Kippur, con la perdita dell’illusione di invulnerabilità. La rivolta politica degli ebrei sefarditi, stanchi di essere cittadini di seconda classe in uno Stato dominato dagli ashkenaziti (Ebrei di origine europea). Il terrorismo, le Intifade, il 7 ottobre.
E anche Israele cambia, lentamente, come cambiano le persone.
Recentemente ho letto “Like Dreamers”, di Yossi Halevi: è la storia, reale ed individuale, di 7 paracadutisti che, dopo la battaglia di Gerusalemme nel ’67 e la guerra del Kippur, prendono strade umane, politiche e morali diverse. Attraverso le loro vite ed i loro occhi si vede come lo Stato dei kibbutz lascia spazio allo Stato delle identità, la società laica arretra e quella religiosa avanza, la fiducia nel compromesso (mai uno dei punti forti del Sionismo) si riduce ancora e la paura diventa motore al posto della speranza.
Il Likud (la Destra) conquista il potere (e, va detto, porta Sadat a Gerusalemme) ma poi finisce per dipendere sempre più dai partiti religiosi e dalle masse popolari sefardite, mobilitate con promesse ed incitamenti nazionalistici e rovesciate sulla Cisgiordania (echi di “posto al sole” e di “Faccetta nera” …) da una classe dirigente che resta in larga misura ashkenazita, come Mussolini resta ancorato alla Borghesia come “constituency” base.
La trasformazione di Israele è come quella di Mussolini: qualcosa che nasce con una promessa emancipatrice e che, dopo una lunga serie di traumi, si allontana progressivamente dalla propria natura originaria. La violenza (e la paura, mi sia consentito di aggiungere) sono, come sempre, maieutica e spiegazione di cambiamento dei singoli, delle nazioni e della società.
È per questo che il terzo 6 mi ha fatto riflettere: non come numero del diavolo, naturalmente ma come indicazione simbolica: se il primo 6 (l’Olocausto di una nazione ebraica vittima) è la tesi ed il secondo 6 (Israele vincitore) è l’antitesi, la sintesi sembra essere un popolo perseguitato che oggi, troppo spesso, sembra misurare la propria sicurezza e la sofferenza inflitta ad altri con bilance diverse. Sembra di vedere un bambino che, picchiato da piccolo, una volta cresciuto, a sua volta picchia i figli.
L’Israele di oggi è una nazione che assomiglia sempre meno a ciò che l’aveva resa straordinaria, tanto che, nelle sue tensioni interne, fatica essa stessa a riconoscersi nello specchio della storia. Nel libro Inside Outside, Herman Wouk fa dire ad un suo personaggio (un generale reduce delle guerre del ’48, ’56 e ‘67) che la spina dorsale di Israele è il rispetto di se stessi. La frase è ambientata poco prima della guerra del Kippur. La domanda che mi faccio è se lo stesso personaggio – oggi – farebbe la stessa affermazione.
Occorre cercare di evitare che la storia si concluda con una intera Nazione di fronte ad un cancello, e che lì muoia, se non fisicamente e politicamente, certo moralmente.
Sperando che non sia già troppo tardi.
