di Gianni Lattanzio
C’è un momento, nella vita di ogni comunità politica, in cui le crisi congiunturali smettono di essere soltanto dossier da gestire e diventano il sintomo di una domanda più profonda: su quali fondamenta stiamo costruendo il nostro stare insieme? L’Europa vive oggi precisamente questo momento. La guerra tornata ai suoi confini, la frattura sociale, il declino demografico, le migrazioni, le transizioni ecologica e digitale, la crescente irrilevanza geopolitica del continente: sono crisi che si intrecciano, ma che vengono ancora affrontate per compartimenti separati, come se bastasse un aggiustamento tecnico di regole e competenze. Non basta. L’Unione europea ha bisogno di ritrovare le ragioni profonde, etiche prima che istituzionali, del proprio esistere.


Non è un caso che negli ultimi anni sia maturata, silenziosamente ma con crescente autorevolezza, l’idea di una nuova Camaldoli per l’Europa. Non un esercizio nostalgico, ma un atto di responsabilità storica. Il percorso avviato nel luglio 2023 nel monastero casentinese, nell’ottantesimo anniversario del testo del 1943, ha coinvolto oltre 115 esperti — giuristi, politologi, economisti, operatori sociali — coordinati dall’associazione “Nuova Camaldoli” di Firenze, ed è confluito nel volume Un codice per una nuova Europa, edito da Ave con la prefazione del cardinale Matteo Maria Zuppi. Il documento è costruito come un percorso: dalle radici di un progetto e dalle sfide del presente, ai principi e fondamenti per una nuova Europa — un progetto eticamente fondato, le comuni radici culturali, il completamento delle istituzioni democratiche — fino alle politiche per un’Europa equa. È esattamente l’architettura di cui l’Unione ha bisogno: non un catalogo di rivendicazioni, ma una ricostruzione ordinata di senso.
Per comprenderne la portata occorre tornare a ciò che fu, nel luglio 1943, il Codice di Camaldoli. Mentre il fascismo si avviava al tramonto e l’Italia era ancora immersa nella tragedia della guerra, Vittorino Veronese invitò riservatamente una sessantina di studiosi a interrogarsi su come ricostruire il Paese dopo la dittatura. Ne nacque un documento programmatico di novantanove enunciati, distribuiti in sette capitoli che partivano dal “fondamento spirituale della vita sociale” per attraversare Stato, famiglia, educazione, lavoro, destinazione e proprietà dei beni materiali, attività economica e pubblica, vita internazionale. La sua forza non stava nell’offrire un programma di partito né una formula confessionale per lo Stato, ma in uno sforzo di mediazione alta: tra ispirazione cristiana e responsabilità civile, tra libertà personale e solidarietà sociale, tra principi non negoziabili sulla dignità umana e la concretezza delle istituzioni. In un’epoca dominata dalle ideologie totalitarie, Camaldoli affermò una verità radicale — la persona, non l’ingranaggio né la massa, come criterio ultimo di giudizio sulla politica e sull’economia.
È qui che il personalismo comunitario di Emmanuel Mounier offre la chiave etica di tutto l’impianto. Mounier non identificava la persona con l’individuo isolato e autosufficiente del liberalismo, né con l’atomo sociale da inquadrare nella massa dei totalitarismi. La persona si realizza nella relazione, nella responsabilità, nella partecipazione: la sua dignità non diminuisce riconoscendo quella degli altri, ma trova in essa la propria forma più compiuta. È una lezione che ha una sua geografia morale già scritta nei santi patroni d’Europa: Benedetto, che Paolo VI proclamò patrono del continente, richiama il lavoro come dignità e la cultura come eredità da custodire e trasmettere; Cirillo e Metodio, compatroni voluti da Giovanni Paolo II nel 1980, evocano l’incontro tra Oriente e Occidente; Brigida di Svezia, Caterina da Siena e Edith Stein, proclamate compatrone nel 1999, parlano di responsabilità civile, di una politica che sia servizio al bene comune e non cinismo, e ricordano tragicamente dove conduce la negazione della dignità della persona e dell’alterità. Sono le stesse coordinate che oggi il nuovo Codice richiama parlando di un’Unione eticamente fondata e di radici culturali comuni da riscoprire, non per chiudersi in una cittadella identitaria, ma per aprirsi con maggiore consapevolezza.
Il personalismo, tuttavia, non è soltanto un’etica: è anche, e per Mounier innanzitutto, una critica economica precisa. Egli respingeva sia il capitalismo che riduce la persona a fattore di produzione e la proprietà a strumento di dominio, sia il collettivismo statale che sacrifica la persona all’apparato. Proponeva un’economia fondata sul primato del lavoro sul capitale, una proprietà organizzata in forma pluralista — personale e comunitaria insieme — e comunità di lavoro dotate di iniziativa e responsabilità, una sorta di federazione di imprese in parte autogestite, orientate non al profitto come fine ultimo ma alla piena gamma delle esigenze della persona. È un’intuizione che dialoga, in Italia, con una tradizione più antica e altrettanto viva: quella dell’economia civile, che affonda le radici nell’Umanesimo civico e nella scuola napoletana di Antonio Genovesi, e che Luigino Bruni e Stefano Zamagni hanno riportato al centro del dibattito contemporaneo come ricerca di un mercato «civile», capace di far rientrare reciprocità, fraternità e bene comune dentro il linguaggio stesso dell’economia, senza collocarli fuori da esso.
Questa lezione economica è oggi drammaticamente attuale. Il rapporto sulla competitività europea presentato da Mario Draghi nel settembre 2024 ha certificato che l’Unione ha bisogno di 750-800 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi ogni anno — il 4,4-4,7% del Pil — per colmare il divario di innovazione, finanziare un piano comune di decarbonizzazione e ridurre le proprie dipendenze strategiche. Sono cifre che impongono scelte impegnative, ma che un approccio personalista non può lasciare alla sola logica tecnocratica della crescita aggregata. La domanda che conta non è soltanto quanto cresce il Pil europeo, ma per chi cresce, e a quale prezzo umano. Significa evitare che la transizione digitale trasformi il cittadino in un dato e il lavoratore in una funzione algoritmica; significa costruire una transizione ecologica socialmente giusta, che non lasci indietro i territori fragili e le famiglie più esposte; significa, in ultima istanza, giudicare ogni riforma economica europea con lo stesso metro con cui Camaldoli giudicava lo Stato del dopoguerra — se serva o no la dignità della persona.
Su questo terreno la dimensione sociale non è un capitolo separato da quella economica, ma la sua verifica concreta. I principi di sussidiarietà e solidarietà, già presenti nella riflessione sulla destinazione dei beni del Codice del 1943, trovano un embrione di traduzione istituzionale nel Pilastro europeo dei diritti sociali, proclamato a Göteborg nel novembre 2017: venti principi organizzati in tre capitoli, dalle pari opportunità di accesso al lavoro alle condizioni di lavoro eque, fino alla protezione e inclusione sociale. È un impianto ancora troppo debole rispetto al peso cogente delle regole di bilancio e di concorrenza: un’Unione che voglia davvero mettere la persona al centro dovrebbe restituire a questo pilastro sociale la stessa forza vincolante che oggi ha il mercato unico, fino a farne una vera e propria costituzione sociale del continente. Lo stesso principio vale per chi cerca alle frontiere dell’Europa dignità e futuro: il nuovo Codice richiama esplicitamente l’attenzione ai poveri e ai migranti, non come numeri da redistribuire tra Stati membri, ma come persone titolari di diritti, storie e speranze — l’unico modo, del resto, per una società che invecchia e si frammenta di ritrovare senso di appartenenza reciproca.
Tutto questo richiede, prima ancora di nuove norme, un rinnovato slancio dell’impegno politico. L’Europa non si costruirà contro le nazioni, ma oltre la loro insufficienza davanti a sfide che nessun singolo Stato può affrontare da solo: i conflitti internazionali, la competizione tecnologica, la crisi climatica, le migrazioni, l’insicurezza energetica. La sovranità, nel XXI secolo, non si recupera demolendo l’Europa: si rende effettiva condividendola. È il metodo, non meno del contenuto, che l’iniziativa di una nuova Camaldoli propone: un’officina aperta a credenti e non credenti, a giovani, studiosi, lavoratori, imprenditori, amministratori, capace — come ha sottolineato lo stesso cardinale Zuppi evocando per la prima volta l’idea di una “Camaldoli europea” — di essere il seme di una vera federazione tra i popoli del continente.
Il Codice del 1943 fu scritto quando il presente sembrava senza sbocco. La sua lezione non consiste nel riproporne le formule, ma nel riprenderne il coraggio: immaginare istituzioni all’altezza della persona, un’economia che metta il lavoro prima del profitto senza rinunciare all’innovazione, una società che tenga insieme sussidiarietà e solidarietà, una democrazia capace di comunità. Una nuova Camaldoli per l’Ue, dunque, non è un esercizio commemorativo. È una necessità politica — perché l’Europa possa riconoscere, ancora una volta, che il proprio futuro non dipende soltanto dalla forza dei suoi mercati o dalla tenuta dei suoi bilanci, ma dalla qualità della sua coscienza civile. E dalla volontà di porre, di nuovo, la persona al centro.

