di Ranieri de Ferrante
Le Costituzioni invecchiano come le macchine: anche quando funzionano, hanno bisogno di manutenzione. Il Regno Unito si adatta continuamente, gli Stati Uniti quasi mai, mentre Germania, Francia e Svizzera mostrano che aggiornare le regole non significa tradirle. In Italia il problema è diverso: la Costituzione è formalmente modificabile, ma politicamente sacralizzata. Ogni riforma diventa uno scontro contro chi la propone. Così l’articolo 138 resta sulla carta e l’intoccabilità diventa una gabbia che ci siamo costruiti da soli.
Un paio di sere fa, mentre spegnevamo la luce, mia moglie, avvocato, mi ha comunicato che “il sistema di governo inglese non ha checks and balances: è completamente centrato sul Parlamento”.
Onestamente non è una cosa su cui perdere il sonno, ed infatti sia lei che io ci siamo girati, rigorosamente schiena a schiena, e non ci abbiamo pensato più. La mattina dopo, però, in questo pigro inizio di settembre, sono andato a verificare, e l’affermazione notturna di Patrizia è formalmente vera.
A proposito, a lei non ho detto che ho verificato, perché si offende… quindi teniamo il segreto, per cortesia…
L’amico ChatGPT mi ha informato che nel sistema inglese il Re è una figura di rappresentanza; che il Primo Ministro siede in Parlamento e che è prassi che i Ministri siano membri dei Commons o della Camera dei Lord; che quest’ultima ha ormai una funzione subordinata rispetto alla Camera Bassa. Mi ha anche informato che esiste una Corte Suprema, dal 2009, ma ha poteri limitati: può controllare il Governo, può dichiarare illegittimi gli atti dell’esecutivo, può interpretare le leggi, ma non può bocciare una legge approvata dal Parlamento perché contraria alla Costituzione. Per il semplice motivo che non esiste una Costituzione superiore al Parlamento.
Tutte cose che, una per una, già sapevo, ma vederle in un “pacchetto” che non include quella separazione rigida dei poteri che siamo abituati a considerare quasi sinonimo di democrazia costituzionale, e che prevede che la Costituzione non sia l’ultima parola mi ha fatto riflettere.
Naturalmente anche in Gran Bretagna esistono controlli, contrappesi, convenzioni, tribunali, opposizione parlamentare, una stampa feroce e una quantità di regole scritte e non scritte che limitano il potere. Ma il principio ultimo rimane cheil Parlamento è sovrano.
In teoria, dunque, una maggioranza sufficientemente disciplinata potrebbe spingere il sistema molto lontano in direzione autoritaria senza incontrare i vincoli normalmente inclusi in una Costituzione occidentale. Il modo in cui, secoli dopo, la porta del Parlamento viene ancora ritualmente sbattuta in faccia al Sovrano non è solo folklore: è la Magna Carta che parla, è Cromwell che ruggisce.
Fortunatamente mi fido degli Inglesi e ho continuato a non perderci sonno sopra.
Però, stamane, la cosa mi è tornata in mente in officina. La macchina di mia moglie, una Peugeot 208, ha sei anni e 30.000 chilometri. Quando il meccanico mi ha detto che occorreva cambiare la cinghia di distribuzione mi sono messo a ridere.
“Come, con solo 30.000 chilometri?”
“Conta anche l’età. Il manuale dice 100.000 chilometri o cinque anni.”
Quanta saggezza in quel manuale, e quanta nel meccanico: una specie di Aristotele che spiega e cita Platone e Socrate. O, piuttosto, l’Eraclito del panta rei.
Perché una cinghia non si consuma soltanto usandola. Invecchia e mostra (o può mostrare) crepe.
E succede anche alle Costituzioni, come a tutto. Una legge fiscale può diventare vecchia, un codice può richiedere aggiornamenti, un’automobile deve essere sottoposta a revisione, una diga viene controllata periodicamente anche se non perde acqua.
Cambiano anche la società, l’economia, le tecnologie, i mezzi di comunicazione, il rapporto fra cittadino e Stato.cambiano le dimensioni e le funzioni dello Stato stesso. Cambiano la morale comune e, triste ma vero, anche l’integrità di chi esercita il potere o applica la Legge. Cambia persino il significato concreto di parole come privacy, libertà di espressione, guerra, informazione, rispetto, proprietà, matrimonio.
La Costituzione dovrebbe restare immobile, solo perché era “buona” quando è stata scritta?
Gli Inglesi, lo abbiamo visto, hanno scelto la strada più radicale: non hanno una Costituzione codificata in un unico testo e quindi la loro “Costituzione” cambia continuamente. Leggi, sentenze, convenzioni e prassi parlamentari si accumulano e ne modificano gradualmente il funzionamento. Non esiste il momento solenne nel quale qualcuno annuncia che sta “cambiando la Costituzione”: si affidano a spirito democratico e a buon senso.
Mi ricorda i monumenti storici cinesi e giapponesi, quelli fatti di legno: antichi nell’animo, ma continuamente rinnovati sostituendo i pezzi che si ammalorano. O gli elicotteri, che non hanno età: ogni componente viene sostituito al raggiungimento delle ore previste: la macchina resta sempre la stessa e aggiornata.
Gli Americani hanno fatto l’opposto: la loro Costituzione fu scritta nel 1787 per tredici Stati e meno di quattro milioni di abitanti, in un mondo nel quale il mezzo di comunicazione più rapido era un cavallo. Documento straordinario, ma sessant’anni più vecchio dello Statuto Albertino e precedente persino ai decreti di Robespierre.
E straordinario, in ogni caso, non dovrebbe significare eterno. Lo è diventato invece, all’atto pratico, a causa dell’Articolo V, che prevede tali maggioranze e procedure per emendarla, da creare una gabbia quasi immobile.
Ed infatti, dopo due secoli e mezzo, è ancora la stessa, corretta da un patchwork di interpretazioni giudiziarie, poteri presidenziali ampliati e da strutture che i Founding Fathers non avrebbero riconosciuto ma intatta in molti aspetti fondamentali, quali rappresentatività politica o meccanismo elettorale. La complessità del processo di aggiornamento è tale che l’Equal Rights Emendament, che dice che uomini e donne hanno gli stessi diritti, non è riuscita a fare il suo percorso nei tempi prescritti. Ne consegue una manutenzione curiosa: non si cambia il pezzo, si deforma ciò che gli sta intorno perché il sistema sembri funzionare. Ma il sistema non funziona più.
Fra la flessibilità inglese e la rigidità americana esistono fortunatamente soluzioni più razionali.
La Germania ha modificato decine di volte il Grundgesetz del 1949, mantenendo però intoccabili alcuni principi fondamentali. Speriamo continui così, vista l’aria che tira.
La Francia dal 1789 ha cambiato Costituzioni e sistemi di governo con una frequenza che farebbe impallidire il mio meccanico: roba da cinghia di distribuzione. Ma così facendo, continua ad aggiornare la tutela dei diritti, compresi quelli acquisiti di recente, come l’aborto.
Gli Svizzeri, i soliti razionali, sono forse ancora più coerenti. Nel 1872 sottoposero al voto una revisione totale della Costituzione federale e la bocciarono con il 50,5% di no. Due anni dopo ci riprovarono con una proposta derivata dalla prima, ma corretta dove era stata giudicata non soddisfacente: questa volta il 63,2% votò sì.
Non ne fecero una questione di procedure o di principi: conclusero semplicemente che la prima revisione non andava bene. La seconda, corretta e soddisfacente, fu approvata. Nel merito.
Da allora il meccanismo è diventato quasi ordinario: alcune revisioni passano, altre no. Non si vota sulla legittimità di cambiare la macchina, ma sul pezzo che qualcuno propone di cambiare. E solo su quello.
Poi ci siamo noi, particolari come in tutto.
Noi siamo vittima di quella che, secondo una definizione ripetuta così spesso da essere diventata quasi una verità rivelata, sarebbe “la Costituzione più bella del mondo”. Ringraziamo Benigni.
È possibile che lo sia. Ma anche la Peugeot di mia moglie è una macchina piuttosto ben fatta. La cinghia la devo cambiare lo stesso.
La Costituzione italiana fu, nel 1948, un compromesso politico e culturale di altissimo livello. Ma il passaggio da “ottima” a “perfetta” e quindi “intoccabile” è sbagliato. Infatti l’articolo 138 prevede esplicitamente che possa essere modificata.
Le nostre istituzioni cercano di modificarla da decenni. Ma quando una parte propone una riforma, è un po’ di tempo che l’altra scopre improvvisamente la perfezione del testo esistente. Magari ne condivide alcuni punti, ma ha un incentivo più forte: farla fallire. Farla bocciare per infliggere una sconfitta alla parte proponente.
Così il referendum smette di rispondere alla domanda “questa riforma migliora il funzionamento dello Stato?” e comincia a rispondere a un’altra: “vogliamo dare una vittoria a questi?”.
Chi governa scopre la necessità della riforma; chi si oppone si appella alla sacralità della Costituzione. Che sia diventato un fatto politico lo dimostrano le richieste di dimissioni dell’esecutivo dopo un NO: malcostume bipartisan, dai progetti di Renzi del 2016 alla riforma costituzionale della giustizia del Governo Meloni nel 2026.
Siamo ormai al punto in cui una Costituzione, concepita come strumento di governo e garanzia di civiltà, si è trasformata nella clava preferita della lotta politica.
La formula della “più bella del mondo” è perfetta allo scopo: chi vuole modificarla diventa un vandalo che prende a martellate un monumento. E problemi strutturali discussi da decenni, dal bicameralismo ai rapporti Stato-Regioni e ai poteri del Premier, restano congelati.
Alla fine non siamo flessibili come gli inglesi né razionali come francesi, tedeschi e svizzeri. Ci siamo resi schiavi di una Costituzione sacralizzata come quella americana, ma la nostra è una sacralità diversa. Oltreoceano la rigidità è costruita nella struttura stessa del documento; da noi è soprattutto frutto di opportunismo politico, col paradosso di rinnegare proprio l’Articolo 138 del monumento che si dice di voler proteggere.
Una Costituzione non va cambiata perché era sbagliata in partenza. Né tenuta perché è la più bella del mondo. E’ uno strumento, esattamente come la cinghia di una Peugeot, che non deve essere bella ma adeguata e ben mantenuta. Altrimenti il motore si rompe.
