di Ranieri de Ferrante
La Russia non è la Corea del Nord, ma la somiglianza estrema illumina una traiettoria: il nucleare compensa debolezze economiche e convenzionali, mentre la dipendenza dalla Cina restringe progressivamente i margini di scelta di Mosca. Energia, commercio e renminbi mostrano un rapporto sempre più asimmetrico. Pechino, però, trae vantaggio da una Russia utile in Occidente e nell’Artico. La differenza decisiva è nelle alternative: Mosca le concentra, la Cina le moltiplica. La palla di cristallo indica una direzione, non il presente.
Qualche giorno fa, su queste pagine, ho provato a guardare la Russia attraverso “tre specchietti retrovisori e una palla di cristallo”. Negli specchietti c’erano tre occasioni perdute; nella palla di cristallo, invece, la Corea del Nord. Il paragone era volutamente provocatorio, ma non casuale.
Mi scuso quindi con chi ha letto quell’articolo se, per rendere autonomo questo, sarò costretto a riprendere alcuni concetti già esposti.
Non sostenevo – ovviamente – che la Russia del 2026 sia equivalente alla Corea del Nord, né che possa diventarlo veramente. Almeno non esattamente: la Russia è troppo grande, troppo istruita, troppo ricca di risorse, possiede capacità scientifiche e industriali proprie e, soprattutto, un arsenale nucleare immenso. La Corea del Nord non era una fotografia. Era una possibile direzione, un estremo punto di caduta.
Il punto di contatto più significativo è proprio l’atomica e il suo ruolo come elemento capace di compensare molte delle altre debolezze. Dei nove Stati dotati di armi nucleari, Russia e Corea del Nord sono oggi i due casi più evidenti (e forse i soli) nei quali il loro reale impiego è considerato non probabile, ma non impossibile.
Quindi l’argomento entra deliberatamente anche nella normale dialettica politica e militare. Non significa che Putin o Kim Jong Un intendano necessariamente usarle. Significa che vogliono che gli altri non possano escluderlo. E la paura è una forma di potere.
La Corea del Nord costituisce il caso estremo. Economicamente è marginale; tecnologicamente anche. Il suo popolo muore letteralmente di fame. Eppure nessuno può ignorarla: ha la bomba ed ha persuaso il mondo che potrebbe usarla.
La Russia è naturalmente tutt’altra cosa. Ma se togliessimo per un istante dal tavolo le armi nucleari, la pretesa russa di appartenere allo stesso ordine di grandezza strategico degli Stati Uniti o della Cina apparirebbe assai meno convincente. Economicamente è, per riprendere uno degli specchietti del precedente articolo, un Messico che “non ha svoltato”; come potenza convenzionale, sono oltre quattro anni che non riesce a sfondare in Ucraina e si dimostra tecnologicamente un passo indietro in alcune aree critiche.
L’ironia è che proprio la voglia imperiale che ha portato alla guerra ha invece mostrato che l’imperatore è nudo, o quasi.
Di fronte a queste debolezze strutturali, la bomba è rimasta il suo cache-sexe, ed allora il paragone con la Corea del Nord smette di essere soltanto provocatorio.
Per quanto riguarda l’economia, quella russa non è crollata. Aspettarne il collasso è stato anzi uno degli errori occidentali più frequenti dall’inizio della guerra.
Il problema è più antico e più profondo. La Russia non è mai riuscita a trasformare pienamente la propria enorme dotazione di risorse, capitale umano e tecnologia in un’economia civile proporzionata alle sue ambizioni di grande potenza. Dai piani quinquennali sovietici alla privatizzazione cleptocratica degli anni Novanta, fino all’attuale economia sostenuta in misura crescente dalla produzione bellica, cambiano i sistemi; rimane la sproporzione. E da questa il bisogno di Cina.
Non servono tanti numeri a dimostrarlo. Il punto, più che misurare la dipendenza, è capire quanto essa riduca i gradi di libertà della Russia: quanti mercati, fornitori, tecnologie, valute e interlocutori alternativi le restino quando Pechino decide di aspettare o di dire no. Per rendere evidente quanto la Russia ormai dipenda dalla Cina bastano tre osservazioni.
La prima sono i combustibili fossili.
Per il gas, Power of Siberia porta verso la Cina gas sviluppato essenzialmente per quel mercato. Ora Putin vorrebbe Power of Siberia 2, appena ribattezzato “Power of Baikal”, che attraverso la Mongolia dovrebbe consentire alla Russia di trovare nuovi sbocchi per parte del gas rimasto senza il mercato occidentale. Il primo rifornisce un mercato per il quale era stato sviluppato; il secondo cerca di sostituirne uno perduto e aspetta ancora l’accordo commerciale definitivo della Cina. Perché Pechino può aspettare. Mosca molto meno.
Per quanto riguarda il petrolio, la Cina assorbe ormai circa metà delle esportazioni russe di greggio, mentre il petrolio russo rappresenta soltanto una parte, grosso modo un quinto, delle importazioni cinesi. Il medesimo barile è quindi molto più importante per chi lo vende che per chi lo compra. Questa è la differenza fra un cliente difficilmente sostituibile e un fornitore sostituibile.
La seconda è l’asimmetria degli scambi.
Perché l’elemento chiave non è che abbiano raggiunto una certa quantità di miliardi di dollari, o anche che lo scambio possa essere a favore della Cina. È che la Russia vende soprattutto petrolio, gas e materie prime. Dalla Cina arrivano automobili, macchinari, elettronica, prodotti industriali, componentistica e beni dual use, oltre al canale attraverso il quale Mosca riesce ancora a procurarsi una parte della tecnologia occidentale diventata direttamente inaccessibile.
Per decenni la Russia aveva venduto alla Cina aerei, missili e sottomarini. Oggi, almeno in parte, la freccia tecnologica si è invertita.
La terza osservazione riguarda il denaro.
Il renminbi, quasi irrilevante negli scambi valutari russi prima della guerra, è diventato dominante giocando un ruolo da assoluto protagonista – direttamente o attraverso veicoli come il CIPS – nel commercio estero di Mosca.
Putin la chiama de-dollarizzazione. Formalmente lo è, ma de-dollarizzazione e indipendenza non sono la stessa cosa. Se l’uso di una valuta utilizzata da gran parte del sistema economico mondiale viene sostituito con quello della valuta di un singolo grande partner, il vincolo non scompare: cambia indirizzo e, soprattutto, si concentra. Si potrebbe chiamarla, meno trionfalmente, renminbizzazione.
La dipendenza finanziaria russa è abbastanza evidente da non avere bisogno di numeri.
Non credo serva altro: credo si legga da anni che la Russia voleva liberarsi dalla dipendenza dall’Occidente, e anche che ci sia riuscita, ma solo sostituendola con una dipendenza da un altro partner.
Asimmetria non significa inutilità
Mi sembra molto più interessante capire perché alla Cina la Russia serva, e possa giocare un ruolo – per tornare alla palla di cristallo – simile nello status, ma in realtà ben diverso dalla Corea del Nord.
La Russia ha bisogno della Cina molto più di quanto la Cina abbia bisogno della Russia. Ma Mosca offre a Pechino almeno due beni strategici importanti, oltre all’accesso a vaste riserve di gas e petrolio.
Il primo è la capacità e, soprattutto, la disponibilità a destabilizzare l’Occidente.
La Russia affronta direttamente costi politici, economici e militari che la Cina ha interesse a evitare. Costringe Europa e Stati Uniti a spendere risorse, rafforzare eserciti, gestire crisi, dividere attenzione fra Europa e Pacifico. Pechino può non condividere ogni scelta di Putin e certamente non desidera un collasso incontrollato dell’ordine economico mondiale dal quale trae enorme beneficio. Ma una Russia revisionista obbliga l’Occidente a combattere su due tavoli invece che su uno.
Il secondo è l’Artico.
Come avevo sostenuto mesi fa, proprio su Meridiano Italia, ne “La Strategia della Cina ed il ruolo della Russia”, Mosca rimane particolarmente preziosa per Pechino per il controllo che esercita su quasi metà del perimetro artico. Per una Cina che si definisce ormai “near-Arctic state”, l’accesso alle rotte, alle risorse e alle infrastrutture del Grande Nord passa inevitabilmente attraverso un rapporto privilegiato con la Russia. Nell’estate 2026 un armatore cinese ha inaugurato la prima linea marittima regolare Asia-Europa attraverso l’Artico, con partenze settimanali lungo la NorthernSea Route controllata dalla Russia.
Il rapporto è quindi asimmetrico, non unilaterale. Non si può parlare di Orso al guinzaglio del Dragone. La geopolitica non è un circo.
A Pechino non conviene una Russia abbastanza forte da poterle dire facilmente di no, ma neppure una Russia tanto debole da diventare inutile o instabile. La Russia di oggi, verrebbe da dire, le va quasi perfettamente.
E c’è un’altra differenza importante. Mentre la Russia restringe progressivamente il numero delle proprie alternative, la Cina fa esattamente il contrario: ne apre di nuove. Rafforza i rapporti con il Vietnam, continua a espandersi economicamente in Africa, approfondisce la propria presenza in America Latina e ha tentato di accrescere la propria influenza anche intorno al Canale di Panama. Mosca concentra. Pechino diversifica.
La palla di cristallo
Non posso quindi essere d’accordo con chi arriva al punto di definire la Russia una “provincia economica della Cina”. È, ed è riconosciuta così da tempo dalla maggioranza degli analisti, un Junior Partner: la Cina non governa Mosca, non può ordinare a Putin di terminare una guerra, non controlla la politica estera russa e non dispone dell’autorità che la parola “provincia” implicherebbe.
Perché le parole pesano.
Semplicemente, Mosca ha sempre meno alternative a Pechino: ogni mercato occidentale perso aumenta il valore del mercato cinese; ogni tecnologia occidentale diventata inaccessibile aumenta il valore della tecnologia o del canale cinese; ogni banca inutilizzabile aumenta il peso del sistema finanziario cinese; ogni metro cubo di gas che non può più andare in Europa aumenta il potere del compratore asiatico.
Ed è qui che torniamo alla Corea del Nord: Pyongyang non è governata da Pechino. Spesso, anzi, la irrita. Possiede una propria politica estera, un proprio esercito e proprie armi nucleari. Ma la Cina costituisce da decenni il retroterra economico senza il quale lo spazio strategico nordcoreano sarebbe enormemente più ristretto.
La Russia è ancora lontanissima da quel punto. La palla di cristallo non mostrava il presente, ma una direzione, un punto di caduta. La Corea del Nord è l’estremizzazione del modello cui la Russia tende.
È una palla di cristallo, non una sintesi contabile. E’ una opinione, che come tale può, deve ed anela ad essere discussa. Naturalmente, può essere sbagliata o ritenuta tale.
I dati, invece, hanno un obbligo più modesto ma più stringente: devono essere corretti.
