di Maria Paglia
La contrapposizione tra zone interne e centri urbani, simile, ma non sovrapponibile a quella tra centro (le zone ztl) e periferia nelle grandi città, è non da oggi e non solo in Italia di grande attualità. A fronte di elementi di continuità, il progressivo spopolamento per motivi di lavoro e di studio, che tocca temi come l’emigrazione (anch’esso non sempre e ovunque identico a sé stesso), se ne affacciano altri in parte nuovi, soprattutto tra i giovani, un diverso modo di restare o tornare o anche solo di restare collegati.
Provare a vedere come stanno le cose, guardandole da un osservatorio concreto, Trevico, e da un punto di vista personale, il mio, vuole essere un contributo a questo dibattito.
Vivo a Roma e ogni anno trascorro un po’ di tempo a Trevico, in provincia di Avellino, mio paese natale. Trevico è un paesino delle aree interne campane, un piccolo comune a 1090 metri d’altitudine (sicché è anche il centro abitato più alto della Campania: il tetto dell’Irpinia). Negli anni, questi miei ritorni, questi soggiorni trevicani si sono fatti via via sempre più prolungati, seguendo anche la cadenza delle feste patronali e delle saghe paesane di Trevico e della Baronia. Ma soprattutto per il forte richiamo che esercita su di me come su tanti altri la presenza nei mesi estivi della diaspora trevicana, per riprendere la bella immagine di Gianni Lattanzio, che ha parlato di diaspora riferendosi agli italiani sparsi nel mondo, in un articolo da cui queste righe prendono le mosse.
Ho assistito negli anni all’inesorabile spopolamento del paese, un paesino, che da 3000 abitanti circa negli anni cinquanta del secolo scorso ne conta oggi poco meno di ottocento, di cui solo un centinaio o poco più in paese.
La domanda è sempre la stessa: cosa si può fare per arrestare questa emorragia e per dare un tono e uno scopo alla vita quotidiana delle persone che ci vivono?
Non c’è nulla che possa convincere qualcuno a rimanerci, a Trevico, anche immigrati che avevano qui soggiornato per qualche tempo se ne sono andate via.
D’inverno è un paese spettrale, si anima solo nel mese di agosto perché ritornano le tante persone che qui sono nate e che sono sparse per ogni dove, quasi in un appuntamento fisso annuale… una specie di turismo delle radici… comunque sempre un qualcosa di effimero, ognuno poi rientra alle proprie occupazioni ed interessi, da dove era venuto.
Lo spopolamento delle aree interne non è un destino ma è una scelta politica: ne era ben consapevole il regista Ettore Scola nato a Trevico nel 1931 che al fenomeno dedicò nel 1973 il film “Trevico Torino viaggio nel Fiat Nam”, film simbolo dell’emigrazione meridionale verso le fabbriche del nord.
Dal luogo di partenza a luogo di ritorno e questa è la scommessa. Da qualche anno a Trevico sta accadendo che il borgo in agosto si apra alle idee, si apra a residenze, si apra a schermo.
Uno dei motori di questa operazione è senz’altro l’associazione culturale IrpiniaMia, che con la sua fondatrice Mariangela Cioria e la presidente Maria Raffaella Calabrese De Feo, ha fatto di palazzo Scola, la casa natale del regista oggi centro culturale, un presidio permanente, non museo nostalgico ma un centro di interesse attivo. Esempio ne è la manifestazione “Trevico estate”: l’edizione di quest’anno dal primo al trenta agosto, ha messo in campo praticamente ogni giorno, manifestazioni ed eventi come presentazione libri, mostre, momenti dedicati alla poesia, rappresentazioni teatrali. Un mese di programmazione che ha trasformato un borgo spopolato in un campus culturale diffuso, quasi come una sfida delle aree interne che diventano un laboratorio.
Quest’anno poi, nel decennale della scomparsa di Scola, IrpiniaMia ha voluto riservare al maestro uno spazio interamente a lui dedicato con il titolo “Ettore Scola dalla parte dei giovani”, sviluppando una sua più approfondita conoscenza attraverso una mostra curata dall’esperto di cinema Paolo Speranza, la proiezione del documentario “Il giovane Scola” girato Trevico nel 2025 dal regista Salvatore Braga per Raitre ed una rassegna in piazza di suoi film. A corollario, il concerto “Dalla pellicola al pentagramma” con le colonne sonore di Trovajoli trascritte per fisarmonica dal maestro Massimo Signorini e la proiezione del mediometraggio “Ci avete abbandonato” prodotto e interamente girato e interpretato dai ragazzi della zona che ha rinsaldato la collaborazione con il festival del cinema delle aree interne “Corto a capo premio Mario Puzzo ” che ogni anno porta a Venticano e a Trevico studenti di cinema, workshop di documentario partecipato e la “cena Scola” con Slow food.
Ecco, allora, il punto: la cultura non è evento estivo è l’infrastruttura.
Mentre la politica discute di come mantenere aperti i servizi essenziali – scuola, sanità, trasporti – esperienze come quelle di IrpiniaMia dimostrano che un borgo sopravvive se ha un motivo per farsi raggiungere. Un festival, un archivio, una casa d’autore diventano quel motivo, creano economie minime ma vitali: B&B, guide, tecnici, giovani che tornano per fare i volontari e poi restano per fare impresa.
Trevico ci insegna tre cose sullo spopolamento: 1) la memoria può essere un capitale produttivo, Scola non è solo un cittadino illustre da celebrare, è un brand culturale internazionale che lega Trevico a Roma a Cannes alla storia del cinema italiano; 2) l’altezza è un vantaggio non un limite: essere il tetto non è isolamento è belvedere, proprio quest’anno abbiamo assistito a quello che è stato definito il “turismo del refrigerio” con una temperatura sempre gradevole rispetto ai 40 gradi a valle; 3) servono presidi leggeri ma continui, non la grande opera ma un’associazione che tiene aperta una casa 365 giorni l’anno che organizza per esempio un tè letterario a febbraio non solo un concerto ad agosto.
Lo spopolamento non si combatte con la nostalgia, si combatte facendo di un paese di 800 abitanti un posto dove succede qualcosa che in città non può succedere: vedere un film di Scola sotto le stelle nella piazza che porta il suo nome a 1090 m. di altezza, con i nipoti di chi partì per Torino nel 73.
È lì che le aree interne smettono di essere interne e diventano centro.
Ma è proprio qui che il racconto rischia di fermarsi all’applauso estivo se non lo si completa perché un festival è bellissimo ma un festival senza gambe strutturali resta una festa e le feste in Irpinia le sanno fare molto bene quello che manca invece è trasformare la festa in lavoro.
Il volontariato culturale di IrpiniaMia ha fatto miracoli ma il volontariato non può sostituire le istituzioni: se vogliamo che Trevico non sia solo un palcoscenico d’agosto ma un cantiere aperto 12 mesi l’anno servono tre pilastri.
1) I fondi: non elemosine ma investimenti. La cultura delle arie interne non può vivere di piccoli bandi, ma servono fondi strutturali PNRR missione borghi, SNAI alta Irpinia fondi FESR per le imprese culturali e creative. Servono bandi pluriennali che permettono ad un’associazione come IrpiniaMia di assumere non solo di organizzare. Un curatore, un archivista per l’archivio Scola, un tecnico: lavoro vero non rimborsi spese: senza questo ogni estate rischia di essere l’ultima.
2) L’università: da Salerno un patto per l’Irpinia. È qui che entra in gioco un attore decisivo: l’Università di Salerno con il DISPAC, con il DIPSUM, con i corsi di scienza delle comunicazioni, di Beni Culturali, di cinema. Trevico può diventare aula decentrata, laboratorio a cielo aperto. Immaginiamo tirocini curriculari per studenti che vengono a catalogare l’eredità di Scola, tesi sul suo cinema dell’immigrazione, workshop estivi di regia e scrittura che portano alcuni ragazzi a vivere un mese a Trevico. L’università offre prospettive, metodo e giovani cervelli. Il borgo offre storie, archivi, autenticità: è uno scambio alla pari. L’ateneo salernitano ha già dimostrato con i progetti sulle aree interne di saper guardare oltre la costa. Ora serve una convenzione quadro, stabile, tra UNISA, Comune di Trevico e IrpiniaMia.
3) L’amministrazione: rendere la cultura un servizio essenziale. Per questo serve l’amministrazione, quella comunale, quella provinciale, quella regionale. Un’amministrazione che non consideri la cultura come mero intrattenimento estivo e la riconosca per quello che è: un servizio essenziale come l’acqua e le strade. Un’amministrazione che supporta significa nella fattispecie: aprire palazzo Scola anche a novembre, garantire il riscaldamento, la connessione, un ufficio stampa, un calendario invernale di residenze artistiche per sceneggiatori, scrittori, significa inserire Trevico nei circuiti scolastici della regione: portare le scuole a vedere dove è nato uno dei più grandi registi italiani.
Solo con questa filiera – fondi, università, amministrazione – la cultura smette di essere intrattenimento e diventa lavoro, solo così un giovane può dire «resto a Trevico, lavoro per il festival Scola, collaboro con l’università di Salerno, ho un contratto».
Tenendo presente tutto questo c’è ancora da aggiungere un riferimento importante allo smart working che in questo momento storico rappresenta un vero e proprio cambio di paradigma del lavorare e del rapporto centro/periferia. In una parola la realizzazione di quella che alcuni anni fa veniva vista come la dimensione glocale.
La sfida non è più dimostrare che Trevico è bello (questo lo sappiamo) la sfida è dimostrare che Trevico può dare lavoro con la bellezza. E per questo servono fondi, cultura e politica che camminano insieme non uno senza l’altro. Altrimenti anche il ricordo di Ettore Scola che proprio dallo spopolamento era partito per raccontare l’Italia, rischia di diventare l’ennesima cartolina di un paese che non c’è più. Condannato ad essere… un refuso!

