di Fabio Porta
La vittoria di Lula è la vittoria della democrazia brasiliana. Lo è prima ancora che di un uomo o di un partito. Il ballottaggio del 25 ottobre appartiene a quelle elezioni che restano nella storia di un Paese. Alcune si limitano a registrare i rapporti di forza. Questa dice chi è il popolo brasiliano e chi vuole diventare. Lula ha ottenuto circa il 51,8% dei voti validi contro il 48,2% di Flávio Bolsonaro, con un margine di quasi 4,4 milioni di voti. È il primo presidente eletto quattro volte nella storia del Brasile. Dal ritorno alla democrazia, è anche il primo candidato che vince il ballottaggio dopo essere arrivato secondo al primo turno.
Seguo il Brasile da molti anni, per esperienza di vita e per impegno parlamentare. So che i numeri spiegano solo una parte di quello che è successo.
Una vicenda umana
Questa vittoria ha prima di tutto un significato umano. Lula si avvia a compiere 81 anni. È nato nella povertà del Nordeste, è stato operaio metalmeccanico e sindacalista, ha conosciuto il carcere e la caduta. Pochi leader del nostro tempo hanno attraversato tante stagioni della vita pubblica senza perdere il rapporto con il loro popolo. Al primo turno, il 4 ottobre, era indietro di 2,2 milioni di voti. Molti lo davano già per sconfitto, e la sua rimonta non è stata solo un fatto elettorale. È stata una prova di tenacia e di fiducia nella possibilità di convincere ancora, di parlare a chi esitava, di ricucire.
In un tempo che consuma i leader alla velocità di un ciclo di notizie, la sua storia ci ricorda una cosa essenziale. In politica la credibilità si costruisce in decenni, e chi ha vissuto la fame difficilmente dimentica chi la vive ancora.
Il significato interno
Sul piano interno il voto consegna un Paese diviso quasi a metà. Sarebbe un errore leggerlo come un trionfo che cancella l’altra parte del Brasile. Durante la campagna hanno pesato il costo della vita, la criminalità e la corruzione. Sono preoccupazioni concrete di milioni di famiglie e meritano risposte concrete, non slogan.
La prima sfida riguarda la democrazia. Lo sconfitto ha rifiutato di riconoscere il risultato e ha chiesto l’annullamento del voto, contestando la proroga di due ore dell’apertura dei seggi. Secondo diversi analisti, l’ampiezza dello scarto rende improbabile un annullamento. Va ricordato anche che la stessa campagna di Bolsonaro aveva chiesto una proroga per le piogge nel Sud. Il Brasile ha già vissuto la ferita dell’8 gennaio 2023 e la vicenda giudiziaria che ha portato alla condanna di Jair Bolsonaro per tentato golpe. Le sue istituzioni hanno dimostrato di saper resistere. Ora devono anche dimostrare di saper includere.
Per questo il nuovo mandato, che inizierà il 5 gennaio 2027, dovrà essere un mandato di pacificazione. Serviranno lotta alle disuguaglianze, sicurezza nelle periferie, sviluppo dell’Amazzonia compatibile con la sua tutela e un dialogo vero con il Brasile che non ha votato Lula. Governare per tutti è il modo migliore per togliere terreno a chi vive della divisione.
Il significato internazionale
Il voto ha avuto anche una forte dimensione internazionale. Il Brasile è la più grande democrazia dell’America Latina e ha scelto in controtendenza rispetto allo spostamento a destra della regione. La vittoria di Lula conferma inoltre l’autonomia del Paese rispetto all’amministrazione di Washington. Non si tratta di antiamericanismo. Si tratta della scelta di un multilateralismo maturo, quello di un Paese che siede nei BRICS e nel G20 e che vuole dialogare con tutti senza essere satellite di nessuno.
Questo interessa direttamente l’Europa. In un mondo frammentato dai dazi, dalle guerre e dalla crisi del diritto internazionale, l’Unione Europea ha bisogno di partner affidabili nel Sud globale. L’accordo tra Unione Europea e Mercosur, la transizione climatica, la difesa dell’Amazzonia come bene comune e la riforma della governance globale sono i terreni su cui misurare una vera alleanza tra democrazie. L’Europa non può limitarsi a commentare: deve scegliere il Brasile come interlocutore strategico.
Il ponte con l’Italia
C’è infine una dimensione che sento in modo particolare. Il Brasile ospita la più grande comunità di origine italiana al mondo, decine di milioni di persone che portano il nostro nome, la nostra lingua e la nostra memoria. Per loro, e per l’Italia, la stabilità democratica del Brasile non è un tema astratto. Riguarda investimenti, scambi culturali, università, imprese, cittadinanza e diritti.
Il nostro Paese ha l’occasione di rilanciare un partenariato strategico con Brasília, all’altezza della storia che ci unisce. Lo dobbiamo a quella diaspora che è stata per oltre un secolo il nostro ponte più solido con l’America Latina.
Una lezione per tutti
La vittoria di Lula ci consegna una lezione che va oltre i confini brasiliani. La democrazia non è mai acquisita una volta per sempre. Si difende con il voto, con istituzioni indipendenti e con una politica che non smette di occuparsi degli ultimi. Il Brasile ha scelto ancora una volta la via della speranza e del confronto democratico. Ora tocca a Lula trasformare questa vittoria in riconciliazione, e alla comunità internazionale, a partire dall’Europa e dall’Italia, essere all’altezza di questa scelta.

