di Emanuele Mariani
Ci sono giorni che restano scolpiti nelle alterne e straordinarie vicende della storia ed oggi, 17 giugno, è uno di questi.
Due avvenimenti, uno lieto e l’altro certamente meno, sono infatti avvenuti in questa data.
Il 17 giugno 1970, proprio oggi 56 anni fa, allo Stadio Atzeca di Città del Messico, fu la notte della partita del secolo, Italia – Germania Ovest 4 a 3, per tanti di noi non solo un incontro di calcio, ma molto di più.
Il merito fu anche del contesto in cui la partita venne disputata e come le due formazioni erano arrivate a quella semifinale mondiale; e poi uno tra i più grandi liberi di tutti i tempi, Franz Beckenbauer che, col braccio al collo, continuò imperterrito la sfida, i sorpassi e i controsorpassi nei supplementari, fino al decisivo 4-3 di Rivera.
Insomma, ci sono partite che non finiscono mai: Italia-Germania del 17 giugno 1970 è una di queste. Storia e mito, film e letteratura per la partita del secolo, e non l’abbiamo deciso noi che l’abbiamo vinta, l’ha proprio votato il mondo e una targa affissa sullo storico Stadio Atzeca, lo ricorda anche oggi che l’impianto ha il nome della banca messicana che ha finanziato la ristrutturazione dell’unico stadio ad avere ospitato 3 mondiali (là, la storia hanno preferito riscriverla, non abbatterla) e l’unico impianto che ha visto vincere ben due distinte edizioni mondiali Rimet e Coppa Fifa, la prima proprio il 21 giugno 1970 consacrando il mito di Pelè e la seconda, il 29 giugno 1986, consegnando alla storia, l’altra leggenda del calcio quella di Maradona.
E, tornando ad Italia – Germania Ovest 4 a 3, meno male che un altro milanista, ma tedesco, Schnellinger segnò proprio al 90′ il pareggio che diventò così il ponte verso la storia, altrimenti sarebbe stata solo finale, senza leggenda.
In Europa e quindi anche nel nostro Paese, la partita finì quasi alle 2 di notte (e chi scrive queste note si svegliò comunque per la rituale poppata – avevo appena 3 mesi – proprio per via del gol decisivo di Rivera, i miei genitori, infatti, non poterono esimersi dall’esultare a quella rete, svegliando così il piccolo in fasce) e le città italiane furono per la prima volta invase dai caroselli di auto in festa, scene poi ripetute spesso, fino all’Euro 2020, vinto nel 21: come non averne oggi nostalgia?
Commentato per il pubblico italiano sulle frequenze televisive della Rai da Nando Martellini e su quelle radiofoniche da Enrico Ameri, si trattò di un incontro che, nonostante le critiche sul piano tecnico da parte di giornalisti come Gianni Brera, legati al cosiddetto «gioco all’italiana», è tuttora considerato uno dei momenti più emozionanti della storia del calcio italiano e, più in generale, della storia italiana del dopoguerra. A distanza di decenni, vanta un rilevante impatto sulla memoria collettiva e sulla cultura di massa del Paese; tra i più noti omaggi figura il film del 1990 Italia-Germania 4-3, commedia che dipinge l’episodio sportivo come spartiacque culturale e generazionale.
Come detto poc’anzi, uno degli esperti a storcere il naso fu il notissimo giornalista Gianni Brera che non risparmiò critiche anche alla guida tecnica di Ferruccio Valcareggi ed all’allora Capo-delegazione,Walter Mandelli che pare non abbia interferito nella gestione della famosa “staffetta” tra Rivera e Mazzola, genesi rivelata solo anni dopo, in una celebre ed unica intervista a Franco Mentana della Gazzetta dello Sport, pubblicata il 15 dicembre 1977.
Brera così commentò l’incontro subito dopo la partita:
«I tedeschi sono battuti. Beckenbauer con braccio al collo fa tenerezza ai sentimenti (a mi, nanca un po’). Ben sette gol sono stati segnati. Tre soli su azione degna di questo nome: Schnellinger, Riva, Rivera. Tutti gli altri, rimediati. Due autogol italiani (pensa te!). Un autogol tedesco (Burgnich). Una saetta di Bonimba ispirata da un rimpallo fortunato.
Come dico, la gente si è tanto commossa e divertita. Noi abbiamo rischiato l’infarto, non per ischerzo, non per posa. Il calcio giocato è stato quasi tutto confuso e scadente, se dobbiamo giudicarlo sotto l’aspetto tecnico-tattico. Sotto l’aspetto agonistico, quindi anche sentimentale, una vera squisitezza, tanto è vero che i messicani non la finiscono di laudare (in quanto di calcio poco ne san masticare, pori nan).
I tedeschi meritano l’onore delle armi. Hanno sbagliato meno di noi ma il loro prolungato errore tattico è stato fondamentale. Noi ne abbiamo commesse più di Ravetta, famoso scavezzacollo lombardo. Ci è andata bene. Siamo stati anche bravi a tentare sempre, dopo il grazioso regalo fatto a Burgnich (2-2). L’idea di impiegare i dioscuri Mazzola e Rivera è stata un po’ meno allegra che nell’amichevole con il Messico. Effettivamente Rivera va tolto dalla difesa. Io non ce l’ho affatto con il biondo e gentile Rivera, maledetti: io non posso vedere il calcio a rovescio: sono pagato per fare questo mestiere. Vi siete accorti o no del disastro che Rivera ha propiziato nel secondo tempo? Tutto all’aria, tutto sconnesso. […] I sentimentali, immagino, avranno cantato sonori peana per tutti. Preferisco attenermi alla realtà non senza ringraziare i tedeschi per la loro cieca dabbenaggine tattica e l’arbitro Yamasaki per la sua vigile comprensione… Ora siamo in finale, e si può vincere. Ma bisogna condurre veramente la squadra, non guardarla atterriti dalla panchina.» (Gianni Brera, Il Giorno, 18 giugno 1970)
Brera ovviamente non negava affatto il fascino estremo della partita, resa epica anche dall’ora notturna in cui venne trasmessa in Italia, tanto da scrivere in un suo libro sulla storia critica del calcio italiano una frase che più di mille parole esprime lo stato d’animo di tutti i tifosi italiani alla fine di una partita conclusasi verso le 2 di notte:
«Le troiane Porte Scee e la porta di Maier si confondono nel cervello stranito di tutti.»
Comunque, al di là dell’analisi di Brera, basta leggere come descrive l’avvenimento Antonio Ghirelli nella sua Storia del calcio in Italia:
«L‘eco dell’avvenimento fu enorme. I tifosi messicani decisero su due piedi di murare una lapide all’esterno dello Stadio Azteca per eternare una partita che aveva esaltato il gusto latino-americano per lo spettacolo e la battaglia. Un banchiere italiano, che seguiva la partita per televisione a Montevideo, cadde fulminato da un infarto. In Italia oltre trenta milioni di appassionati […] rimasero incollati davanti al video, sebbene fosse mezzanotte passata.
Molti andarono a coricarsi, sconsolati, quando Schnellinger aprì il fuoco nei tempi supplementari (n.d.r e tra questi anche mio padre che inizialmente spense la tv), ma alla rete di Burgnich un urlo lanciato in centinaia di case (che fu udito appunto anche da mio padre che riaccese la tv fino al decisivo gol di Rivera che fece svegliare, a motivo dell’esultanza collettiva, anche chi scrive queste note) e l’esito finale della pugna spinsero migliaia di appassionati nelle strade e nelle piazze…»
L’incontro ebbe grande risonanza anche nella stampa estera, entusiasta dell’agonismo di entrambe le squadre in campo.
Il periodico belga Les Sports scrisse: «Come è possibile che dei calciatori abbiano tali energie per affrontare una partita così lunga in questo modo?». L’Expressen svedese: «Nessun intrattenimento può offrire così tanto. Nessun thriller può avere effetti più forti. Non c’è coraggio che possa essere descritto meglio di così». In Inghilterra, Manchester EveningNews commentò: «Il calcio può continuare a testa alta. La partita non può essere battuta in finale».
Anche in Germania, dove già si era definita la partita contro l’Inghilterra l’incontro del secolo, la partita contro l’Italia fu lodata: Bildscrisse: «Gli applausi sono piovuti sui 22 giocatori come un acquazzone. Possiamo congratularci con la nostra squadra perché non ha perso, anche se il risultato ha detto così»; invece, per FAZ, «chi l’ha vista non la dimenticherà mai. Nella battaglia tra due squadre assolutamente uguali, gli italiani hanno scoperto anche la loro passione per il calcio-computer».
L’altro avvenimento del 17 giugno 1983 è l’inizio del “caso Tortora”con l’arresto del presentatore avvenuto alle 4 del mattino di quel giorno.
Enzo Tortora fu tratto in arresto dai Carabinieri e gli fu notificata l’accusa di traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico, accusato da pentiti, ma solo dopo tre anni di processi, e dopo sette mesi di carcere ed arresti domiciliari, Tortora sarà assolto dalla Corte d’appello di Napoli e definitivamente dalla Corte di Cassazione, il 13 giugno 1987, a quasi quattro anni esatti dal suo arresto.
Come detto, avvenne tutto nelle prime ore del mattino, in una stanza dell’Hotel Plaza, in via del Corso a Roma; arredamento classico, un’eleganza senza tempo, quasi severa. Come piace a Enzo Tortora. Il giornalista consulta la sua agenda, appuntamento alle 16 in via Lucrezio Caro, sede della neonata Rete 4 di Mondadori della quale è direttore artistico, c’è da mettere nero su bianco la prossima puntata di Italia parla, «il talk show senza peli sulla lingua», come ama definirlo, serata al ristorante Al Grottino con la sorella Anna e poi a letto presto come sempre, domani c’è l’incontro con i dirigenti Rai in via Teulada, la firma del contratto per la settima stagione di Portobello.
Venerdì 17 giugno, non si poteva scegliere una data migliore? Enzo non è superstizioso, ma i dubbi sul continuare o meno con la fortunata trasmissione li coltiva da tempo. Si è sempre sentito giornalista prima che presentatore, vorrebbe occuparsi d’altro, di storia, di letteratura, di politica come è nelle sue corde. Ma il mercatino del venerdì, con i suoi personaggi variopinti, è campioni di ascolti, impossibile mollare adesso.
Come ricorda lo storico della televisione Aldo Grasso, “le reti Rai mandarono in onda ininterrottamente e senza pietà le immagini del conduttore ammanettato”.
Tortora fu attaccato anche nell’ambiente giornalistico, furono pubblicate storie false per falsi scoop, ne fu posta sotto attacco l’immagine umana e professionale.
L’arresto era stato preceduto da una fuga di notizie e nel pomeriggio precedente diversi giornalisti avevano contattato un ignaro Tortora per chiedergli del suo coinvolgimento.
La verità è che Tortora scriveva sempre meno, mancava il tempo e la voglia di sopportare la continua battaglia con gli editori per imporre le proprie idee in un’Italia, colpita dagli scontri di piazza, dal terrorismo.Tanti nemici per Enzo Tortora perfino in luoghi lontanissimi dal suo mondo.
Così, in una intervista concessa al programma La Storia siamo noi, in una puntata dedicata specificamente al “caso Tortora”, il giudice Michele Morello raccontò il suo lavoro d’indagine che avrebbe poi portato all’assoluzione del popolare conduttore televisivo:
«Per capire bene come era andata la faccenda, ricostruimmo il processo in ordine cronologico: partimmo dalla prima dichiarazione fino all’ultima e ci rendemmo conto che queste dichiarazioni arrivavano in maniera un po’ sospetta. In base a ciò che aveva detto quello di prima, si accodava poi la dichiarazione dell’altro, che stava assieme alla caserma di Napoli. Andammo a caccia di altri riscontri in Appello, facemmo circa un centinaio di accertamenti: di alcuni non trovammo riscontri, di altri trovammo addirittura riscontri a favore dell’imputato. Anche i giudici, del resto, soffrono di simpatie e antipatie… E Tortora, in aula, fece di tutto per dimostrarsi antipatico, ricusando i giudici napoletani perché non si fidava di loro e concludendo la sua difesa con una frase pungente: «Io grido: “Sono innocente”. Lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi da questo dibattimento! Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi.»
Tortora tornò in televisione il 20 febbraio del 1987, ricominciando il suo Portobello. Il ritorno in video fu toccante, il pubblico in studio lo accolse con una lunga acclamazione. Tortora, con evidente commozione, pronunciò un breve discorso del quale restano impresse ogni parola:
«Dunque, dove eravamo rimasti? Potrei dire moltissime cose e ne dirò poche. Una me la consentirete: molta gente ha vissuto con me, ha sofferto con me questi terribili anni. Molta gente mi ha offerto quello che poteva, per esempio ha pregato per me, e io questo non lo dimenticherò mai. E questo “grazie” a questa cara, buona gente, dovete consentirmi di dirlo. L’ho detto, e un’altra cosa aggiungo: io sono qui, e lo so, anche per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti, e sono troppi. Sarò qui, resterò qui, anche per loro. Ed ora cominciamo, come facevamo esattamente una volta»
Una trasmissione di Giuliano Ferrara, Il testimone del 1988, documentò per la prima volta la vicenda giudiziaria di Tortora, chiarendo l’infondatezza degli indizi che indussero gli inquirenti al suo arresto. Tortora tenne in questa trasmissione il suo ultimo intervento pubblico, in collegamento telefonico dal letto d’ospedale dove era ricoverato.
Alessandro Criscuolo, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, sostenne che il caso Tortora fosse nato da un sistema processuale figlio di “tempi bui e autoritari”, dal vecchio rito inquisitorio sbilanciato sull’accusa, e che l’imminente introduzione del nuovo codice avrebbe reso impossibile una cosa del genere.
Il “caso Tortora” dette la spinta propulsiva al referendum del 1987 sulla responsabilità civile dei magistrati: l’80,2% dei votanti si espresse per l’abrogazione “degli articoli 55, 56 e 74 del codice di procedura civile”, che escludevano la responsabilità. Poco tempo dopo, il Parlamento approvò la Legge 13 aprile 1988, n. 117 sul “Risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati”, nota come «legge Vassalli», il cui disposto faceva ricadere la responsabilità di eventuali errori non sul magistrato, ma sullo Stato, che successivamente poteva rivalersi sul magistrato in ragione di un terzo di annualità dello stipendio. La legge Vassalli conteneva anche il divieto di applicazione retroattiva.
Pochi coloro che tenderanno la mano a Tortora. Tra questi, Marco Pannella e il Partito radicale che lo porterà al Parlamento di Strasburgo. Tortora rinuncerà all’immunità, sarà condannato, assolto, tornerà in tv. Non farà, però, in tempo a vedere una «giustizia giusta», come amava dire.
«Il più grande esempio di macelleria giudiziaria all’ingrosso del nostro Paese», così Giorgio Bocca definì il “caso Tortora”.
Il presentatore vincerà la sua personale battaglia, ma ad un prezzo altissimo che ne minerà il fisico (“Chi lo risarcisce il cittadino?”). Morirà per un tumore il 18 maggio 1988.
